Una biblioteca di Aosta intitolata alla partigiana Ida Desandrè

Alla fine dello scorso anno una delle biblioteche di quartiere della città di Aosta è stata intitolata a Ida Desandré, partigiana, internata e sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, che scelse di raccontare la sua vita ai giovani solo dopo molti anni dalla Liberazione. L’edificio è stato intitolato ufficialmente a Ida, morta nel 2019 a 97 anni, su deliberazione del Consiglio comunale aostano e l’iniziativa è stata realizzata di concerto con l’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) della Valle d’Aosta. La cerimonia di intitolazione è stata animata da una canzone eseguita dal figlio di Ida Desandré, Roberto Contardo, e da alcune letture del pronipote Alessandro. Nello spazio antistante la biblioteca comunale campeggia il murale a lei dedicato, realizzato da alunni e alunne della scuola secondaria di primo grado dell’Istituzione scolastica Eugenia Martinet di Aosta.

Ma chi era Ida Desandrè? Nata ad Aosta nel 1922, Ida fu affidata piccolissima alle amorevoli cure del nonno dopo che la madre morì precocemente e violentemente per mano del marito. La donna fu in seguito arrestata nel 1944 dai fascisti e rinchiusa prima nelle caserme militari di Aosta e poi nella prigione della Torre dei Balivi. Fu trasferita quindi nel carcere di Torino, poi in quello di San Vittore a Milano e da qui inviata nel campo di concentramento di Bolzano e successivamente in quelli tedeschi. Il primo campo in cui venne deportata fu quello di Ravensbrück, quindi venne spostata in un campo di lavoro nei pressi di Salzgitter per essere poi trasferita al campo di Bergen Belsen.
E lei, che aiutava gli amici e odiava la violenza, quando arrivò a Ravensbrück vide i cortili curati, perfino l’erba tagliata, le aiuole, e pensò che non fosse poi così male. Aveva già pianto tutte le sue lacrime quando l’arrestarono e in quel viaggio da prigioniera, in treno dal campo di Bolzano a quello in Germania, passò il suo più amaro compleanno. Aveva 22 anni e viveva in via Sant’Anselmo ad Aosta con suo marito Giovanni Contardo, lavorava come una forsennata e aveva mani callose, forti. Ida era una donna generosa: quando quella sera alcuni giovani partigiani bussarono trafelati alla porta, lei e Giovanni, operaio all’industria siderurgica Cogne, li fecero entrare in fretta e li ospitarono. I partigiani erano in fuga da un attentato maldestro, volevano dare una lezione al segretario del Prefetto in piazza della Cattedrale, ma le cose non andarono come previsto e quelli scapparono e s’infilarono nel portone di Ida e Giovanni per poi nascondersi a casa loro. Qualcuno li vide e l’indomani denunciò chi ospitò i partigiani della banda Gracchini, che intanto aveva già lasciato Aosta e saliva verso una località denominata Trois Villes. Seguì l’interrogatorio e, data l’ingenuità delle loro risposte, il 17 luglio 1944 i militi fascisti non ci misero molto ad arrestare Ida e Giovanni, consegnandoli poi ai tedeschi che li deportarono: lui fu destinato ai campi di lavoro, lei a quelli di concentramento.

In un’intervista rilasciata a Carla Giacomozzi e Giuseppe Paleari il 17 maggio 2000, Ida racconta: «Arrivate a Ravensbruck siamo state due giorni fuori, dormendo all’addiaccio sul piazzale del campo. Fortunatamente avevamo ancora con noi i nostri indumenti e quel poco da mangiare che era rimasto nei nostri fagotti; li tenevamo ben cari questi fagotti perché le poverine, le prigioniere che erano già lì prima di noi, anche di notte cercavano di rubare quel poco che noi ci eravamo portate appresso. Fortunatamente io avevo con me il cappotto, mi ci sono coperta e non ho sofferto eccessivamente il freddo. Dopo due giorni siamo state chiamate dentro la baracca adibita alla vestizione, ci hanno fatto spogliare nude e abbiamo dovuto lasciare tutto, non ci è rimasto neanche un ago per cucire né uno spazzolino da denti, niente. Tutto ci è stato portato via, tutti gli oggetti cari, le fotografie, siamo rimaste nude. E poi siamo state anche depilate e visitate nelle parti più intime del nostro corpo, perché pensavano che qualche oggetto avrebbe potuto essere nascosto, una catenina d’oro o un anellino che sarebbe servito come merce di scambio per qualche miska (ciotola) di zuppa.

Dopo la doccia – prosegue Ida – ci hanno consegnato i vestiti, a me è stato dato un vestito nero con una croce di stoffa di diverso colore cucita davanti e dietro, mentre sulla manica era cucito il triangolo col mio numero, il triangolo rosso delle deportate politiche. Quando poi ci hanno assegnato il posto nelle baracche, io mi sono appoggiata sul primo lettino del castello, che era ricoperto da una copertina a quadretti bianchi e blu, diversa da quella degli altri letti. Era il letto di una kapo e io non pensavo di fare qualcosa di male, ma lei senza dirmi niente mi allungò un ceffone e mentre mi picchiava mi chiamava “Badoglio”. Tutte noi italiane eravamo chiamate “Badoglio”, perché in fondo in fondo la considerazione che i tedeschi avevano delle prigioniere italiane era doppiamente terribile: noi non eravamo il nemico, noi eravamo i traditori, e questo certamente ha influito molto sulle punizioni e sul comportamento che loro avevano nei nostri riguardi».
E sul lavoro che quelle donne dovevano svolgere al campo, Ida aggiunge: «Noi andavamo a lavorare dalle parti in cui c’era il laghetto, ci facevano caricare sabbia su grandi carrelli sistemati su rotaie: dovevamo riempire questi carrelli, spingerli e svuotarli. Certamente era un lavoro inutile ma era un modo anche questo per toglierci le forze, per debilitarci e per farci capire che eravamo là per soffrire. Alle cinque del mattino dovevamo uscire fuori dalle baracche per l’appello, qualunque fosse stato il tempo, qualunque fosse stato il modo in cui potevamo uscire; tante volte dovevamo uscire anche nude e l’appello durava tante ore, a seconda se durante la notte qualcuna era morta oppure se era assente per qualche altro motivo.
Contavano, contavano e ricontavano, l’appello durava fino a quando i conti non tornavano. Poi alcune di noi sono state scelte per andare a lavorare in una fabbrica in un campo di lavoro a Salzgitter, dove si costruivano i cerchi di rivestimenti per le bombe. In una notte tremenda ci hanno fatto uscire dalle baracche e bastonandoci ci hanno caricate sui camion e ci hanno portate via, la nostra destinazione era nuovamente Ravensbrück.

Purtroppo durante il viaggio il nostro convoglio è stato bombardato e naturalmente il treno non ha più potuto proseguire, allora abbiamo camminato e dopo tanti chilometri siamo arrivate nel campo di Bergen Belsen. Avevamo tanta sete, tantissima sete e poi avevamo anche fame, perché non ci era stato distribuito più niente da mangiare. Io avevo con me un pezzo di pane, un piccolo pezzo del pane che mi aveva dato una compagna di deportazione che era riuscita a rubarne un po’ e perché mi durasse di più ho continuato a leccarlo tutto il tempo che abbiamo camminato tra i fuochi delle mitraglie. Quando finalmente arrivammo a Bergen Belsen io avevo sempre in mano questo pane che si era ridotto ormai a una palla a furia di leccarlo e non appena sono entrata nel campo sono stata avvicinata da una prigioniera che aveva un po’ d’acqua e che mi ha fatto segno che se le avessi dato il pezzo di pane lei mi avrebbe lasciato bere un sorso d’acqua: io ho rinunciato al pane per bere un po’ d’acqua, per quanto avevo sete… Del campo di Bergen Belsen cosa posso dire? I cadaveri erano tutti sparsi nel campo, erano cadaveri accatastati, mucchi e mucchi di cadaveri che la notte buttavano fuori dalle baracche: vedere questi cadaveri così è stata una cosa terribile, una cosa che ancora non ho dimenticato, nonostante siano passati tantissimi anni. Il mio pensiero va sempre a questa povera gente che è morta in un modo così terribile».

Silvana Presa, già direttrice dell’Istituto storico della Resistenza della Valle d’Aosta, ha scritto di Ida in due volumi editi da Le Château: Ida Désandré testimone della deportazione nei lager nazisti e in Donne, guerra e Resistenza. Racconta Presa: «A Ravensbrück Ida inizialmente cuciva abiti e bottoni, a Salzgitter dormiva nelle baracche e veniva trasportata tutti i giorni nei vicini stabilimenti della “Siemens” dove lavorava alle macchine che facevano rivestimenti per le bombe. Poi ci fu Bergen Belsen, che significava ultima tappa. Non della prigionia, ma della vita».Ida si salvò, ma portò per sempre in sé quell’orrore. Era un’ombra quando gli inglesi la liberarono da quella “non vita” il 15 aprile del 1945. Tornò a casa a ottobre, un altro compleanno. E ci vollero anni prima che diventasse testimone, memoria lucida di un male neppure pensabile. «Fu l’incontro con una coppia di comunisti cecoslovacchi – dice ancora Silvana Presa – a darle la forza di parlare». Prima un’intervista in tv, poi le scuole valdostane le aprirono finalmente le porte e lei tenne delle indimenticabili lezioni di amore per la libertà.

A proposito della sua liberazione dai campi di concentramento, Ida ebbe a raccontare commossa: «Noi siamo stati liberati dalle truppe inglesi il 5 maggio 1945 e poi siamo rimasti ancora parecchi giorni dentro a questo campo, perché la situazione era caotica e doveva essere organizzata anche l’evacuazione. Le prime persone che sono state portate fuori sono stati i prigionieri all’ultimo stadio e poi i bambini. Quando hanno potuto, gli inglesi ci hanno portate via, ci hanno fatto fare la doccia e ci hanno disinfettate tutte con il DDT. Siamo state portate via e siamo ritornate a Celle di Hannover dove eravamo state bombardate, a dormire un’altra volta per terra sulla paglia nei locali di una caserma. Così per un paio di giorni. Io ero già abbastanza malata, avevo sempre la febbre ma fortuna volle che incontrassimo dei prigionieri militari che avevano requisito una casa tedesca e ci diedero una camera. Tante volte ci chiamavano, ci radunavano perché si doveva partire e poi invece il convoglio non c’era. Ci sono stati dei grossi problemi in quel momento, perché eravamo talmente tanti e le ferrovie funzionavano male. Sono rientrata in Italia verso la fine di settembre 1945, sono passata di nuovo dal Brennero e siamo arrivati a Bolzano quando spuntava l’alba, dove ci ha accolti la Croce Rossa. La prima cosa che ci è stata data è stato un pezzo di pane, un panino bello grande, molto bianco, che forse era fatto anche con farina di riso. Eravamo talmente commosse nel ricevere questo pezzo di pane dopo tanto tempo che io non riuscivo neanche a mangiarlo, me lo baciavo».Nel 2013Ida Desandré fu insignita della medaglia d’onore per gli internati nel lager e di quella della Liberazione nel 2016.

La vita e la testimonianza di Ida Desandrè ci ricordano che milioni furono le donne uccise e perseguitate nei campi di concentramento, non solo quelle ebree ma anche le rom, le disabili e, più in generale, tutte coloro che soffrivano di disturbi mentali o difetti fisici. In particolare quello di Ravensbrük è ricordato come l’“inferno delle donne” e proprio lì morirono circa 92.000 persone. Generalmente le madri con bambini piccoli o le donne incinte erano ritenute inabili a svolgere i vari lavori richiesti e per questo venivano uccise nelle camere a gas senza alcuna pietà né compassione umana. Soprattutto le donne ebree e rom erano usate come cavie da esperimento per la sterilizzazione e per altre ricerche, il cui unico scopo era quello di procurare la loro estinzione perché non corrispondevano ai canoni della razza ariana. Le donne venivano poi stuprate e costrette a determinate prestazioni sessuali in cambio di cibo ma, grazie alla forza d’animo che ha da sempre contraddistinto la natura femminile, esse si unirono in un gruppo solidale in cui si scambiavano informazioni importanti, cibo e indumenti e proprio questa solidarietà consentì a molte donne di non lasciarsi andare e di sopravvivere a quell’inferno.

Per chi volesse approfondire:

Ida Desandré, Il paese dei ricordi, Firenze, END, copyr. 2008
Desandrè Ida – Lager e Deportazione. Ida Desandré : testimone della deportazione nei lager nazisti, a cura di Silvana Presa, Aosta, Le château, copyr. 2005
Luciana Pramotton – Chiara Minelli, Storie e storia: Emile Chanoux, Primo Levi, Emile Lexert e Ida Desandré tra Resistenza e deportazione, Aosta, Le château, copyr. 2001
Ida Desandré, Vita da donne, a cura di Maria Pia Simonetti, Milano, Editori di comunicazione, copyr. 1995

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Articolo di Serena Del Vecchio

Laureata in Giurisprudenza e specializzata nelle attività didattiche di sostegno a studenti con disabilità, è stata docente di discipline economiche e giuridiche e ora svolge con passione la professione di insegnante di sostegno. Ama cantare, leggere, camminare, pensare, suonare la chitarra e ha da poco intrapreso lo studio dell’arpa celtica, strumento che la aiuta a ritrovare pace e serenità interiore.

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