La letteratura (dell’infanzia) deve fare il bene?

Incontrare autrici e autori è fonte di grandi stimoli, così succede che una sera a cena, davanti a un piatto di favetta con la cicoria, nasca una discussione su quale sia lo scopo della letteratura. Poi l’amico che ha introdotto il tema mi regala l’interessante saggio di Walter Siti, Contro l’impegno. Secondo Siti l’obiettivo principale della letteratura non è la testimonianza ma l’avventura conoscitiva, insomma lo scopo della letteratura non dovrebbe essere promuovere il bene, guarire le persone, riparare il mondo, come a suo parere sembra essere l’obiettivo di molti romanzi contemporanei, che potrebbero essere considerati come dei libri farmaci e non dei libri per avvincere e appassionare. Al punto che oggi, secondo Siti, ci si chiede non più cos’è la letteratura ma a cosa serve, il rendere testimonianza sarebbe diventato più importante, la letteratura sarebbe oggi confinata al ruolo di denuncia e intrattenimento.

La riflessione mi ha colpito molto, non tanto come lettrice, ma come editrice, o meglio come quasi ex editrice. Tanto più che il mio lavoro di editrice per l’infanzia e l’adolescenza ha puntato molto su libri e albi illustrati nati per trattare dei temi. Forse mi ha colpito di più di quanto potrebbe colpire una scrittrice perché in quanto editrice ho operato delle scelte e quindi in questo senso la mia responsabilità è stata maggiore.
Dunque ho cercato di trasportare le riflessioni di Siti, rivolte a libri per un pubblico adulto, al mondo forse anche più complesso della letteratura per l’infanzia e alle responsabilità che abbiamo verso bambine e bambini.

La prima considerazione da fare è che bambine e bambini il mondo non lo conoscono e bisogna farglielo conoscere, spesso non sono in grado di interpretare le cose che accadono e bisogna offrire loro aiuto nel farlo. E poi, è davvero possibile raccontare delle storie senza in qualche modo fare riferimento a cose che accadono nel mondo? Senza creare dei contesti per queste storie, contesti che noi grandi possiamo dare per scontati ma che a bambine e bambini bisogna spiegare?
Si dice dunque che molti libri per l’infanzia siano didascalici, insomma quel che Siti dice a proposito di tanta letteratura per il pubblico adulto. A me piace, invece, dire che i libri più belli sono divulgativi. Detesto quando mi chiedono se un certo libro ha una morale e ancor più ho detestato quando mi inviavano proposte di pubblicazione di racconti con la morale, ma mi sta bene che i libri insegnino ad avere uno sguardo aperto, tollerante, libero sul mondo.
Mi piace pensare di aver pubblicato dunque libri che spiegano, che insegnano, che aiutano a capire quel che succede e quel che ci succede. Insomma, libri che servono. Anche se riconosco che nell’enorme panorama editoriale per l’infanzia ci sono anche libri inutili che spingono i genitori a scegliere ancora altri libri non per la loro bellezza ma per la loro presunta utilità, insomma favoriscono una certa idea dei libri per l’infanzia al punto che mi capita di leggere richieste di libri per sostenere qualsiasi bisogno educativo, ad esempio perché sia importante indossare le mutandine!

A parte questa ricerca di tematiche in effetti assurde, ci sono però due categorie di libri didascalici per l’infanzia, spesso coincidenti, che corrispondono un po’ a quelli per i grandi di cui parla Siti: libri di moda e libri furbi. Il libro di moda è quello che sfrutta il filone che tira, l’esempio più evidente sono le Storie della buonanotte per bambine ribelli che è anche un libro furbo, costruito a tavolino per vendere. Non fraintendetemi, non c’è niente di male a realizzare un best seller, apprezzo moltissimo i libri che riescono a portare alla lettura migliaia, e a volte milioni, di ragazzi e ragazze, ma detesto la banalizzazione, il messaggio così spudorato da risultare stereotipato anche se vuole combattere gli stereotipi. Il filone libri per combattere gli stereotipi di genere, è diventato di moda e ci si sono buttati, case editrice ed autori/autrici, con grande entusiasmo. Di libri didascalici, furbi e di moda comincio a vederne in giro molti e ahimè più banalizzano e stereotipizzano e più hanno successo. Basta un papà che sta a casa con i figli o una bimba con uno zainetto azzurro che si sente libera (e quindi si presuppone che lo rimarrà per sempre) ed è costruito il libro per bambine autodeterminate! E un po’ fa rabbia a chi come me ha pubblicato libri su questo tema da quando il tema non era di moda; libri un pochino didascalici, qualche volta, ma sicuramente non furbi.

Insomma, le cose importanti vanno raccontate con le parole belle, la differenza è tra sfruttare il tema o semplicemente porgerlo. E devo riconoscere che non ha così torto Siti anche se poi alla fine la sua non è una critica a tutta la letteratura contemporanea, come mi pareva all’inizio della lettura del suo saggio, ma ad alcuni autori e alcune tipologie. A volte mi trova d’accordo, a volte meno. Fa l’esempio di Saviano ma la sua letteratura è una letteratura d’inchiesta, secondo me necessaria. E anche se Saviano ha preso le distanze dalla letteratura che Siti considera pura, ben venga. O fa molti esempi di libri su migranti, profughi o popolazioni vittime di regimi totalitari: anche fra questi ci sono libri belli e libri furbi nel far vibrare le corde emotive e tentare di corromperci «con la porporina d’oro impastata di lacrime», per usare l’espressione di Siti. Anzi, cito due libri di cui lui non ha parlato ma che io ho detestato in quanto didascalici, furbi e di moda: Il cacciatore d’aquiloni e Mille splendidi soli. Rispetto chi ama questi libri, per fortuna di libri ce ne sono tanti! Sicuramente condivido però alcuni suoi timori sull’impoverimento della letteratura.

Siti fa anche delle riflessioni molto interessanti sul tema della censura, che sono molto utili per comprendere un’altra importante differenza fra letteratura per pubblico adulto e letteratura per l’infanzia. Fa notare che, nella prima, in tempi passati si censurava per tradizionalismo, oggi invece per progressismo: si censura, o quantomeno si addita, ciò che non è politicamente corretto. Non è così per i libri per l’infanzia, campo nel quale vi è purtroppo tuttora una vera e propria censura di stampo tradizionalista che porta a bloccare libri, soprattutto nelle scuole, in cui si parla di contrasto al sessismo, alle discriminazioni (quelle omofobiche soprattutto) o di temi considerati difficili come la guerra, le migrazioni, la morte, la violenza assistita e perfino la shoah, temi di cui la letteratura per l’infanzia deve parlare. Ecco, su questo è necessario stare in guardia anche perché non succeda che dietro una critica a un libro perché didascalico si nasconda un tentativo di cercare di oscurare quel tema.

Casa Editrice Mammeonline e Matilda Editrice
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Articolo di Donatella Caione

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Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.

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