Pavia. Via Maria Martinetti o sull’importanza della musica

Terza di cinque figli, Maria Martinetti nacque a Torino nel 1861 da una famiglia costretta a spostarsi frequentemente a causa della professione del padre, un capostazione senza una sede fissa. Soltanto dopo la morte del capofamiglia Martinetti poté godere di un po’ di stabilità abitativa, fermandosi definitivamente a Pavia dal 1874 assieme a un fratello maggiore, anch’egli dipendente presso le ferrovie statali. In città, grazie alla madre benestante, coltivò una discreta cultura, nonché una certa inclinazione «alla pittura con le lezioni di Romeo Borgognoni» (“L’idea di Maria Martinetti che diventò la Lega del Bene”, ricerca.gelocal.it, 29 agosto 2010), risultando particolarmente abile nella rappresentazione dei paesaggi, proprio come il suo maestro, all’epoca famoso per i «suoi paesaggi… carichi di atmosfere luminose e vibranti», «ispirati soprattutto alla campagna pavese» e realizzati utilizzando tempere a olio oppure il pastello (“Romeo Borgognoni”, valutazionearte.it).

Proprio a Pavia Martinetti fondò nel 1914 la “Lega del Bene”, un’associazione femminile di donne borghesi che poneva la propria attenzione e il proprio operato verso quei «bambini abbandonati nel brefotrofio oppure rimasti orfani» (Ibidem, “L’idea di Maria Martinetti che diventò la Lega del Bene”), che ottenne il riconoscimento legale nel 1918 e per cui Martinetti viene ricordata tutt’oggi. Dopo una breve parentesi di estensione delle proprie attività benefico-assistenziali anche ad altre fasce della popolazione pavese causata dallo scoppio della Prima guerra mondiale (in particolare verso i soldati), l’associazione tornò alla sua disposizione originaria: le/i minori in condizioni di disagio e abbandono. Nel 1928 riuscì ad aprire la prima casa adibita alle iniziative della fondazione grazie all’incessante ricerca di donazioni provenienti dalle famiglie pavesi ricche e pure meno abbienti, attività che le comportò delle «critiche per la sua insistenza» oltre che per «un certo modo di presentarsi schietto e un po’ trasandato nel vestire» (tra l’altro, viene riportato che riuscì addirittura a convincere il pontefice dell’epoca, papa Benedetto XV, a donarle una somma non indifferente) (Ibidem).

Martinetti diede alla casa il nome di “Nido” e lì rimase per circa dodici anni, fino a che, nel 1930, il “Nido” non venne trasferito in un edificio più ampio, che costituì la sede definitiva dell’associazione fino ai giorni nostri. Verso il tramonto della sua vita, l’ormai anziana benefattrice decise di affidare la gestione alle suore Figlie di Maria Ausiliatrice. A oggi, «la Lega del Bene è diventata la Fondazione Martinetti – Lega del Bene Onlus» (“Chi siamo”, elledibi.it), un ente che «gestisce a Pavia diverse comunità educative residenziali per minori», le quali «accolgono minori, maschi e femmine, italiani e stranieri» fra i sei e i tredici anni (purché non «presentino handicap psichici o patologie tali da richiedere specifici interventi terapeutici»), previa «richiesta dei Servizi socio assistenziali del territorio e decreto del Tribunale competente» (Ibid.). Lo scopo ultimo della Fondazione è «far sì che i giovani [a loro affidati] non diventino i genitori disagiati di domani» (Ibid.).

Una cosa che ho imparato ad apprezzare soltanto recentemente è la potenzialità che la musica ha di poter esprimere pensieri collettivi, mode e costumi in maniera più diretta di quel che potrebbe sembrare. La musica è stata, è e sarà sempre uno dei mezzi privilegiati dalla gioventù per esprimere la propria identità e l’appartenenza a un gruppo sociale. Dal mio punto di vista, questo è diventato ancora più evidente con l’esplosione della trap, un genere che ha permesso una “democratizzazione” della possibilità di fare musica anche grazie all’enorme diffusione di dispositivi hardware e di software.
Una democratizzazione simile, ma a mio avviso molto più importante, è stata quella del punk spinto dalla “filosofia” dei Sex Pistols (Anyone can do it! Do it yourself!), che può essere vista in parte anche come una risposta al più “elitario” progressive rock. Grazie a queste democratizzazioni, quindi, molte più personalità hanno avuto e hanno attualmente la possibilità di esprimere i propri pensieri, idee, emozioni, aspirazioni e disagi, nonché di diffonderli a un pubblico che può vedere in queste/i perfomer un parziale riflesso di loro stessi e delle loro vite, identificandovisi magari anche perché hanno vissuto in prima persona le stesse esperienze espresse nei testi delle canzoni, gioiose o dolorose che siano. Ecco che, pertanto, attraverso la lettura attenta dei testi diventa possibile intercettare delle fotografie sociologiche e psicologiche di parti o di ambiti della società del periodo storico in cui tali brani sono datati. In questo senso, un esempio per me interessante è l’evoluzione della scuola inglese tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta.
In The headmaster ritual (1985), Steven Patrick Morrissey descrive ciò che avveniva all’interno della Scuola cattolica romana di St Mary, un istituto scolastico di serie B dove agli studenti veniva «impartito quel minimo di istruzione» per consentirgli «di trovare un lavoro nelle fabbriche della città» (p. 109, Diego Ballani, The Smiths. A murderous desire. Testi commentati, Roma, Arcana, 2019). Il problema è che tale scuola era l’emblema dei metodi di educazione «intransigenti e violenti della tradizione vittoriana» (Ibid.). Non è un caso che la canzone inizi con una vera e propria esplicita accusa nei confronti della dirigenza e dei docenti scolastici, tanto che il Manchester Education Committee cercò di «proibire la programmazione del brano nell’area di sua giurisdizione» (op. cit., p. 113).

«Belligerent ghouls /Runs Manchester schools»

(Demoni belligeranti/Dirigono le scuole di Manchester)

Se si considera poi il fatto che alla St Mary i ragazzi erano costretti «a vestire tradizionali uniformi con berretto e calzini corti» (op. cit., p. 110), il tutto prende rapidamente una sfumatura militare, con il preside in veste di severo “generale”.

«Sir leads the troops /Jealous of youth /He does the military two-step/ Down the nape of my neck»

(Il signor preside guida le truppe/Invidioso della gioventù/Lo stesso vecchio completo dal 1962/Fa il “passo dell’oca” militare/Sulla mia nuca)

Nel periodo di frequenza dell’istituto da parte di Morrissey, tra l’altro, il preside fu tale «Vince “Jet” Morgan, un ex ufficiale dell’esercito» che si affidava «a rigore e disciplina per instillare paura e rispetto negli studenti» (Ibid.). Lo stesso titolo della canzone The headmaster ritual (Il rituale del preside) fa riferimento all’abitudine giornaliera che il dirigente aveva di infliggere punizioni psicologiche e corporali agli studenti.

«Sir thwacks you on the knees/Knees you in the groin/Elbows in the face/Bruises bigger than dinner plates»

(Il signor preside ti colpisce sulle ginocchia/Ti dà ginocchiate nell’inguine/Gomitate in faccia/Lividi più grandi di piatti da portata)

Dieci anni dopo l’uscita di The headmaster ritual, con The teachers are afraid of the pupils (1995) Morrissey presenta una situazione capovolta, in un certo senso anticipando di almeno vent’anni quei fenomeni attuali di violenza contro i docenti che stavano venendo sempre più a galla nell’Italia pre-pandemia.

«But when your profession/Is humiliation/Say the wrong word to our children…/We’ll have you, oh yes, we’ll have you/Lay a hand on our children/And it’s never too late to have you/Mucus on your collar/A nail up through the staff chair/And you cry into your pillow/To be finished would be a relief»

(Ma quando la tua professione/È umiliazione/Di’ la cosa sbagliata ai nostri bambini…/Ti prenderemo, oh sì, ti prenderemo/Metti una mano sui nostri figli/E non è mai troppo tardi per prenderti/Muco sul colletto/Un chiodo su per la sedia del docente/Una lama nella saponetta/E piangi sul tuo cuscino/Farla finita sarebbe un sollievo)

Secondo Morrissey, quindi, sebbene da una parte le istituzioni scolastiche britanniche non fossero «più quel ricettacolo di autoritarismo e crudeltà» (op. cit., p. 340) tipico della St Mary, dall’altra parte si è però lasciato che le/i docenti fossero «lasciati inermi di fronte alla spavalderia dei ragazzi e alle violente minacce dei genitori» (Ibid.), a causa delle quali «l’insegnante va incontro a un crollo psicologico…» (op. cit., p. 341).

***

Articolo di Giovanni Trinco

Nasce a Padova nel 1997. Laureato in Scienze Politiche, attualmente è laureando in Comunicazione Digitale presso l’Università di Pavia. Appassionato di giornalismo e saggistica, riguardante la sociologia e la filosofia, spera che un giorno il progressive rock possa tornare di moda.

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