Dal palco alla platea: omaggio alla carriera di Joni Mitchell

Nel dicembre del 2021 il direttivo del Kennedy Center – memoriale pubblico al presidente John Fitzgerald Kennedy e al contempo Istituzione per le arti e lo spettacolo inaugurata nel 1971 – ha tenuto il 44esimo evento dedicato a personalità che hanno fornito il loro apporto nei mondi dell’arte e della cultura. I quattro protagonisti e protagoniste della nuova edizione sono state: la cantautrice e pittrice Joni Mitchell, il basso Justino Díaz, il produttore e direttore musicale Berry Gordy, l’ideatore del Saturday Night Live Lorne Michaels e l’attrice comica nonché cantante Bette Midler.
Quella dei Kennedy Center Honors è oramai una tradizione consolidata che segue una particolare prassi dal 1978: dalla platea, artiste e artisti godono di uno spettacolo in cui vengono narrate le tappe fondamentali delle loro carriere; tali episodi vengono alternati a esibizioni di personaggi che, pur avendo raggiunto la fama, sono a loro riconoscenti e per questo propongono rinnovate versioni di opere già note al pubblico. 

Nella più recente serata-evento presieduta inaspettatamente da Joe Biden e Jill Tracy Biden e condotta da David Letterman, Joni Mitchell troneggia tra Justino Díaz e Lorne Michaels: i suoi capelli sono ora bianchi e per godere dello spettacolo appoggia il mento sulle mani che, congiunte, tengono un bastone.

Joni Mitchell è la prima a essere celebrata e il tutto prende avvio proprio dalla narrazione della sua biografia. Nata nel 1943 in Canada, vive parte della sua infanzia a Saskatoon a seguito di un trasferimento avvenuto nel dopoguerra. All’età di nove anni si ammala di poliomielite: un’esperienza che, a detta della stessa Mitchell, stimolerà il suo senso artistico. Pochi anni più tardi inizia a esibire i suoi quadri sui muri della scuola e, proprio in questa occasione, un insegnante la incoraggia a scrivere dei versi perché: «Se sai dipingere con un pennello, sai dipingere anche con le parole».

È così che Mitchell inizia a muovere i primi passi nel mondo della musica, esibendosi con un ukulele nei locali canadesi; frattanto, continua a esercitare la pittura, iscrivendosi all’Alberta College of Art. Il primo album risale al 1968, ma è con Ladies of the Canyon, primo disco d’oro del 1970, che diventa nota a livello mondiale.
La narrazione della biografia s’interrompe momentaneamente per lasciare spazio a Norah Jones – altra cantautrice polistrumentista e attrice degna di nota – che con un medley interpreta tre brani della prima produzione di Mitchell: The Circle Game (Ladies of the Canyon), A case of you (Blue) e Help me (Court and Spark). Seppure si tratti di composizioni ancora giovanili, sono già presenti elementi che costituiranno la cifra stilistica di Mitchell lungo tutta la sua carriera: la struttura strofica, il conseguente carattere narrativo e la scelta di particolari temi che torneranno sovente anche negli anni a venire.

Le opere pittoriche e poetiche di Mitchell confluiscono in un unico canale che prende origine da scene di ordinaria quotidianità: è il suo sottile ed elaborato lavorìo a far emergere lo straordinario che la vita di tutti i giorni talvolta nasconde. Ne è esempio la genesi di Big yellow taxi (Ladies of the Canyon) che è stata composta durante un soggiorno della cantante a Honolulu.
Lo stupore di questi nel trovare un parcheggio in quello che è notoriamente considerato un paradiso terrestre la stimola a scrivere ciò che potrebbe essere riconosciuto come uno dei primi pezzi ecologisti della storia.

Tale aneddoto è raccontato durante la serata-evento dal regista Cameron Crowe che anticipa e introduce l’ascolto della celebre canzone nella versione di Ellie Goulding.
Joni osserva immobile quanto accade sul palco: è fisicamente presente a un concerto-tributo a lei dedicato ma allo stesso tempo pare essere altrove, come suggerisce il suo sguardo perso. I colleghi che le siedono di fianco scrutano il suo volto, anche loro commossi, quasi a voler conoscere i suoi pensieri in quel preciso istante; un cenno di sorriso si dispiega quando il presentatore Dan Levy condivide un ricordo con lei e il pubblico in sala, poco prima di presentare Brandi Carlile. «Joni Mitchell vive nel mio sangue come il vino vecchio. Lei ispira tutto ciò di cui voglio scrivere. La sua voce, le sue parole, il suo cuore continueranno a ispirare tutte le generazioni, incoraggiando ad amare con più dolcezza e a pensare con più libertà».
Le luci illuminano Carlile che al pianoforte propone River (Blue), altro successo composto da Mitchell nel 1971. Le note iniziali suggeriscono non troppo velatamente il tema di Jingle Bells – classico canto natalizio – ma il testo poetico ha poco a che fare con il Natale; esso racconta di una separazione avvenuta durante la festività. La struttura della canzone è differente rispetto alle precedenti, la medesima strofa musicale e verbale funge infatti da introduzione e conclusione al pezzo.

In River e Both sides now – brano conclusivo eseguito dalla talentuosa Brittany Howard accompagnata al pianoforte da Herbie Hancock – Joni è bambina e donna: le immagini fanciullesche a cui i suoi versi rimandano nascondono profonde riflessioni.

Pieghe e cascate di capelli d’angelo
E castelli di gelato nell’aria
E canyon di piume dovunque
Così guardavo alle nuvole

Ma ora coprono soltanto il sole
Piovono e nevicano su tutti
Tante cose avrei fatto
Ma le nuvole di sono messe di mezzo
Adesso ho visto le nuvole da entrambi i lati.

Per parlare del disincanto che contraddistingue l’età adulta, Mitchell si serve con abilità della pareidolia, ossia dell’illusione subcosciente che porta a percepire sensibilmente immagini diverse da quelle reali.
Durante l’esibizione di Howard e Hancock, è presente in sala anche Judi Collins, prima interprete di Both sides now nel 1967.
L’evento giunge al termine con una standing ovation e una commozione collettiva scaturita dalla visione di personaggi, provenienti dai generi musicali più disparati, riuniti in nome dell’Arte.
Poco prima che le luci del Kennedy Center si spengano, un giornalista chiede a Joni come si senta dopo la celebrazione; la cantautrice risponde: «È un grande onore, sai? Le Nazioni hanno diversi gradi di onorificenze e sono stata già onorata altre volte… Sono anziana abbastanza per essere stata onorata prima! Ho amato il mio gruppo, sai? [quello con cui la cantante è stata premiata]. Ho vissuto in Detroit e i musicisti di Berry Gordy hanno scritto le partiture di molte delle mie canzoni. Sono quindi legata a lui dagli anni Sessanta. E Bette l’ho incontrata così tante volte… È così bello rivederla! È divertente!».

I moderni mezzi tecnologici offrono la possibilità di rivivere occasioni come queste, ed è per tale ragione che è qui allegato il link che contiene la registrazione della premiazione.

Buon ascolto!

***

Articolo di Giuliana De Luca

Pianista e laureanda alla facoltà di musicologia di Cremona, insegnante di pianoforte e di educazione musicale alle scuole medie. Crede nella musica al di là del genere e dell’autore, per questa ragione la coltiva nella prassi e nella teoria. Dal 2021 scrive per documentare eventi musicali e per riportare alla luce protagoniste femminili che hanno contribuito a fare la storia della musica. 

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