La Turandot dei primati in scena a Roma

Lo scorso 22 marzo ha debuttato al Teatro dell’opera di Roma una nuova, originale messa in scena della Turandot di Giacomo Puccini (1858-1924) che presenta vari motivi di interesse.

Che si tratti di un capolavoro della musica novecentesca, non è una novità, come pure che il compositore si servì di raffinati artifici per creare una atmosfera orientaleggiante, ad esempio utilizzando il gong e l’arpa che riprende il suono di certi esotici strumenti a corda. Compositore che del resto, all’epoca, si trovava in Italia in una posizione piuttosto isolata dai colleghi contemporanei, mentre manifestava maggiore affinità e sintonia con i musicisti d’oltralpe, da Debussy a Stravinsky. Si sa bene che fu l’ultima sua opera, lasciata senza il finale sia perché era gravemente ammalato sia perché non era affatto convinto di un ipotetico “lieto fine”, quando nei tre atti precedenti la terribile principessa, «tu che di gel sei cinta» come canta Liù, nelle parole e nei gesti si dimostra spietata e senza cuore, pur avendo una lontana giustificazione che non sempre viene ricordata. Lei è infatti memore della violenza subita da una antenata, sconfitta e fatta prigioniera; ha deciso di vendicarla e di non legarsi mai a uno straniero, ecco perché implora il padre di non cederla a un uomo (il principe ignoto) e, anche quando lui ha superato le tre prove, vorrebbe tradire il patto pur di non diventare sua moglie. Il principe, però, è sinceramente innamorato, non vuole una sposa contro la propria volontà e le offre una estrema via di fuga: indovinare il suo nome entro la notte, certo che ciò sarà impossibile.

Quando Turandot fu eseguita la prima volta, il 25 aprile 1926, alla Scala di Milano, il direttore Arturo Toscanini, dopo la scena del suicidio di Liù, si voltò verso il pubblico e disse: «Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto»; anche nell’edizione di cui stiamo parlando è stata fatta questa scelta, sempre più diffusa, mentre per lungo tempo si è adottato il finale, davvero trionfale e fin troppo lieto, scritto da Franco Alfano: la principessa potrebbe smascherare il principe, invece fa vincere l’amore; e tutti vissero felici e contenti, come in ogni fiaba che si rispetti.

Dello spettacolo recente, dicevamo, sono diversi i motivi di interesse; intanto vorrei partire dalla direzione affidata per la prima volta in Italia a una donna, la ucraina Oksana Lyniv, che già l’aveva diretta nella sua patria, a Odessa, otto anni fa. Si tratta di una musicista di grande valore, nata nel 1978, figlia d’arte, con un curriculum prestigioso e che vanta altri primati: è oggi la prima direttrice del Teatro dell’opera di Bologna ed è stata l’unica donna invitata a dirigere il celebre festival wagneriano di Bayreuth. Ha una solida formazione e ha studiato vari strumenti musicali e canto, ma già a 16 anni ha debuttato come direttrice d’orchestra. È stata anche la prima donna a dirigere la Filarmonica e il Teatro dell’opera di Graz.
Sul podio, per quello che abbiamo potuto capire dalle riprese, trasmesse in differita la sera del 24 su Rai5 (regista televisiva Claudia De Toma, tanto per restare in tema…), è sicura, disinvolta, ferma nel gesto e nell’autorevolezza, non per nulla l’orchestra ha risposto molto bene alle sue sollecitazioni, che vanno dal fortissimo al pianissimo, come pure l’ottimo coro, che qui ha un ruolo essenziale, preparato con la consueta maestria da Roberto Gabbiani. Nell’occasione, la direttrice, che indossava sul completo nero una fascia giallo-azzurro, i colori del suo martoriato Paese, in un’intervista, oltre a sottolineare il fascino, la qualità e la modernità della partitura pucciniana, ha dedicato al suo popolo questa esibizione, ricordando come la musica sia un linguaggio universale, portatore di amicizia, comprensione, pace. Nello spettacolo anche due cantanti sono di provenienza ucraina: la protagonista, il soprano Oksana Dyka, esperta ed espressiva nella difficile parte, e dalla convincente presenza scenica, e il baritono Andrii Ganchuk.

A proposito di cantanti, ho trovato interessante che la voce maschile, Calaf, impostasse il suo ruolo non in modo stentoreo, della serie “ora arriva l’acuto”, specie nella celebre romanza ultra-ascoltata Nessun dorma dove il pubblico aspetta «all’alba vincerò» per far scattare l’applauso (fuori luogo); il tenore (l’americano Michael Fabiano), per la prima volta nella parte, era dotato senz’altro di bella sonorità e bel timbro, ma aveva un’aria quasi smarrita, da uomo sorpreso da un sentimento nuovo e inatteso, con quell’incredibile enorme rettile sulle spalle, come fardello di cui liberarsi (nel primo atto) e fra i riccioli della curiosa parrucca dei tasselli delle costruzioni “lego”.

Una prima volta anche per l’interprete del bellissimo ruolo di Liù, uno di quei personaggi femminili a cui Puccini ha donato una finezza straordinaria, nella psicologia e nel canto. Un debutto eccellente, acclamato dal pubblico e dalla critica, quello della trevigiana Francesca Dotto, che ha saputo usare un’ampia gamma di mezzi vocali, giungendo con infinita dolcezza ai filati, ai sospiri della giovane innamorata che dà la vita per il principe, affrontando con gioia le torture e la morte.

Veniamo ora all’altro, importante primato che ha reso la serata un autentico evento: regia, scene, costumi, video erano infatti affidati al poliedrico artista e dissidente cinese Ai Weiwei per la prima volta alle prese con un’opera lirica, ma Turandot era nel suo cuore e nelle sue corde da quando, ragazzo, fece la comparsa in una edizione a New York di 35 anni fa. La messa in scena era prevista da tempo, ma la situazione sanitaria aveva imposto una lunga pausa; finalmente, seppur tramite lo schermo della tv, abbiamo potuto apprezzare il suo originale lavoro (molto originale, come vedremo).

Proprio in questo periodo è pure impegnato con una monumentale istallazione alle Terme di Diocleziano dal titolo The Human Comedy: un lampadario costituito da 2000 elementi di vetro realizzati a Murano, che rappresentano parti del corpo umano e quelle creature del mondo animale a lui care.

In una intervista a Repubblica (17 marzo) ha dichiarato: «Dovevamo debuttare due anni fa, un mondo non paragonabile a quello attuale, dopo due crisi gravissime, per una pandemia e con una guerra in corso: è incredibile che ci siano ancora conflitti per diverse interpretazioni su appartenenze territoriali»; «La vita è il dono più prezioso per l’umanità, eppure gli uomini continuano a provocare le guerre», ha sottolineato. «La violenza genera sempre altra violenza; e in Turandot c’è una pulsione di crudeltà e di vendetta assieme al misticismo orientale. Turandot racconta l’amore e i pericoli connessi all’amore, perché l’amore viene rappresentato in arte come una emozione assoluta e totalizzante, che non lascia spazio al dubbio. Il finale aperto, secondo la volontà di Puccini, è un punto cruciale della nostra produzione».

In questa visione tutt’altro che fiabesca, ecco dunque sul grande schermo sullo sfondo immagini di guerra, di armi, di proteste di piazza, di migrazioni, di folle in cammino, ma anche personale medico con le mascherine, soccorsi in atto, profughi in salvo. Non manca qualche momento di puro lirismo, come quando compare la luna in cielo o tanti lumini popolano lo spazio, o ancora girandole e motivi armoniosi si susseguono veloci, seguendo gli effetti della musica e del canto. Sicuramente assai originali i costumi, con una miriade di dettagli: praticamente ogni corista e ogni comparsa erano vestite/i in modo diverso, alcuni con capigliature improbabili, altre con copricapi leggerissimi, simili a lanterne cinesi, ma a foggia animale. Alcuni personaggi apparivano senza tempo, quasi astrazioni (come il bravissimo mimo), altri erano chiaramente abbigliati in modo contemporaneo, pur fantasioso (per esempio avvolti in teli di plastica, mentre gli ombrelli volteggiavano creando una suggestiva coreografia).
La stessa Turandot, quando fa la sua prima fugace e muta comparsa, è invisibile, avvolta in una sorta di bozzolo bianco, da cui emerge poi come una farfalla, mentre, nell’ultima scena, ha sulla testa un ragno stilizzato. Calaf, dicevamo, porta il peso di una specie di lucertola gigantesca, che finalmente abbandona al suo destino quando decide di sfidare la sorte. I tre dignitari di corte Ping, Pong, Pang hanno dei caschi adornati uno con un missile, uno con una struttura geometrica, l’altro con due mani con il medio allungato. Forse il pubblico compassato ed elegante che abbiamo intravisto alla prima ha avuto qualche perplessità, tanto che sembra sia stato po’ tiepido con gli applausi. Ma d’altra parte gli spettacoli hanno bisogno di rinnovarsi, di adattarsi alla realtà, di non rimanere negli stereotipi sempre uguali (Turandot realizzata, ad esempio, con un mix di cineserie più o meno improbabili); se è vero che l’opera si ambienta in una Pechino fuori dal tempo e irreale, è pur vero che il regista, artista, designer, architetto, performer ne sa molto più di noi, visto che dalla Cina proviene e vi è nato (Pechino, 28 agosto 1957), ma se ne è dovuto allontanare per difendere le sue idee, convinto com’è che l’arte ha un ruolo “politico”. Ha dichiarato a Repubblica (intervista pubblicata il 25 marzo): «Gli artisti fatalmente devono conoscere sé stessi e attraverso questo conoscere il mondo. Se non sono in grado di farlo, non sono artisti. La paura, il terrore sono una sorgente dentro di noi: senza la paura, non andremmo a cercare la pace, il senso di sicurezza, neanche la felicità o l’amore». E si richiama anche all’antica storia romana che il padre, poeta esiliato, gli narrava da bambino; una storia talvolta spaventosa, ma maestra di vita, più che mai presente in un luogo come Roma che persino allora aveva spazi di confronto. «Finora, a tutt’oggi, la Cina non ce l’ha».

Per chi ama l’opera lirica un appuntamento da non perdere e da recuperare su Raiplay, per apprezzare il pregevole lavoro collettivo, che avrà pure luci e ombre,  ma che merita tutta la nostra attenzione per comprenderne le motivazioni e le indubbie qualità espressive.

In copertina. Oksana Dyka nelle vesti di Turandot.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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