Pavia. Via Pellegrina Amoretti, o sulle donne come polmone culturale dell’Italia

Maria Pellegrina Amoretti nacque a Oneglia (Liguria) il 12 maggio 1756 da una famiglia benestante di mercanti e militari (il padre era un ufficiale d’artiglieria dell’esercito sabaudo). Viene considerata come uno dei più grandi esempi di emancipazione femminile della storia italiana, in quanto, sebbene cronologicamente sia “solo” la quarta donna laureata in Italia (preceduta dalla veneziana Elena Lucrezia Corner Piscopia, dalla bolognese Laura Bassi e dalla rodigina Cristina Roccati), fu però la prima a conseguire la laurea in Giurisprudenza, al tempo chiamata “ragion civile”. Leggendone la biografia, si potrebbe quasi pensare che fosse una vera e propria predestinata. Nipote di un illustre studioso e intellettuale dell’epoca, studiò «fin da bambina… greco, latino e filosofia» (“Grandi onori per la laureata Maria Pellegrina Amoretti”, movio.beniculturali.it, 13 giugno 2018), per poi avvicinarsi al diritto facendosi prestare i libri dal fratello. Amoretti fu dunque un’incredibile autodidatta; per avere un’idea del suo talento, basti solo pensare che viene riportato come già alla precoce età di dodici anni sapesse ragionare «di metafisica in pubbliche riunioni» [Alessandro Marzo Magno, “Ritratti. Le prime donne laureate (XVII-XVIII secolo)”, it.pearson.com] e che a soli quindici anni avesse presentato alcuni scritti personali di filosofia ai sapienti della propria città. Dunque non deve stupire se questa smania di apprendimento la facesse sognare in grande, nonostante i pesanti freni messi alle aspirazioni delle donne dalla maschilista società settecentesca. 

Dopo essersi vista rifiutare l’iscrizione agli esami di laurea dall’Università di Torino, riuscì a farsi accettare dall’Università di Pavia, che all’epoca si trovava «nella più liberale Lombardia austriaca» (ibidem). Proprio a Pavia, il 25 giugno 1777, le venne conferita la tanto desiderata laurea «in entrambi i diritti: civile e canonico» (ibidem). La notizia della prima donna laureata in Giurisprudenza fece presto il giro degli ambienti intellettuali e, in particolare, finì alle orecchie del poeta e abate Giuseppe Parini, che nello stesso anno le dedicò un’ode intitolata Per la laurea di Maria Pellegrina Amoretti. Una lapide in marmo di Carrara situata al piano terra del Cortile di Volta dell’Università di Pavia contiene una citazione della poesia:

«Ed or che la risorta insubre Atene,/con strana meraviglia,/le lunghe trecce a coronar ti viene,/o di Pallade figlia,/io, rapito al tuo merto,/fra i portici solenni e l’alte menti/m’innoltro, e spargo di perenni unguenti/il nobile tuo serto».

Il raggiungimento dell’obiettivo tanto ambito non la portò però all’illanguidimento. Al contrario, fu molto attiva sia nel sostenere il diritto allo studio delle donne che nella professione. Proprio l’eccessiva intensità del lavoro la portò alla morte a soli trentun anni di età, il 14 ottobre 1787.

A più di due secoli dalla morte di Pellegrina Amoretti, la situazione educativo-istruttiva dal punto di vista del genere sembra aver raggiunto l’equità, se non addirittura un capovolgimento. I dati Istat risalenti al 2020 e aventi come unità d’analisi gli uomini e le donne tra i venticinque e i sessantaquattro anni, infatti, mostrano come la percentuale di donne italiane che hanno ottenuto il titolo di studio di scuola superiore corrisponda al 65,1%, contro il 60,5% degli uomini. La situazione non cambia a livello universitario, dove si calcola una percentuale di laureate pari al 23%, a fronte del 17,2% dei colleghi maschi. La tendenza si capovolge se si va a guardare le materie Stem, dove la quantità di uomini laureati supera di quasi venti punti percentuali quella delle donne (il 36,8% contro il 17%). Altra informazione interessante da notare riguarda l’abbandono scolastico, che in Europa (e anche dall’Istat) viene «misurato dalla quota di diciotto-ventiquattrenni che, in possesso al massimo di un titolo secondario inferiore, è fuori dal sistema di istruzione e formazione (Early leavers from education and training, Elet)» (Istat, Report livelli di istruzione e partecipazione alla formazione anno 2020, 8 ottobre 2021, p. 6). In questo senso, le giovani italiane si sono dimostrate più “virtuose” rispetto ai maschi, con una percentuale di abbandono femminile pari a 10,4%, contro il 15,6% di quella maschile. Per le ragazze, però, l’Istat fa notare come ci sia stata una riduzione di ben 1,1 punti di percentuale rispetto all’anno precedente. Tuttavia, qui è bene specificare come la dispersione scolastica sia «fortemente condizionata dalle caratteristiche socio-economiche della famiglia di origine», in quanto «incidenze molto elevate di abbandoni precoci si riscontrano… dove il livello d’istruzione e/o quello professionale dei genitori è basso» (op. cit., pag. 7). 

Interessante, poi, fare anche un accenno al tema del lifelong learning. Secondo l’Istat, infatti, il lifelong learning «assume… sempre maggiore rilevanza soprattutto alla luce dei cambiamenti nel mercato del lavoro, della mobilità lavorativa e dell’innovazione tecnologica» (op. cit., p. 8). Alla fine della valutazione, l’Istat è andata a calcolare la «quota di popolazione tra i venticinque e i sessantaquattro anni che ha partecipato ad un’attività di istruzione e/o formazione recente (nelle quattro settimane precedenti l’intervista)» (ibidem). Anche in questo caso è stata registrata una maggiore partecipazione formativa delle donne rispetto ai corrispettivi maschili sia nella categoria delle/degli occupate/i (il 7,4% contro il 7,0%) sia in quella delle/dei disoccupate/i (l’8,8% contro il 6,7%). Al contrario, il livello di partecipazione formativa è risultato più elevato tra gli inattivi maschi (9,3%) piuttosto che fra le inattive femmine (5,7%).

A fronte di tutti questi dati, possiamo dire di essere di fronte solo a un “polmone culturale” o anche al futuro “cuore culturale” dell’Italia?

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Articolo di Giovanni Trinco

Nasce a Padova nel 1997. Laureato in Scienze Politiche, attualmente è laureando in Comunicazione Digitale presso l’Università di Pavia. Appassionato di giornalismo e saggistica, riguardante la sociologia e la filosofia, spera che un giorno il progressive rock possa tornare di moda.

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