Pavia. Via regina Adelaide, o sul come sopravvivere al gioco dei troni

Nobile figlia di Rodolfo II e di Berta di Svevia, Adelaide di Borgogna nacque nel 931. Il padre fu re di Borgogna, «una delle entità geopolitiche nate dalla frammentazione dell’Impero di Carlo Magno, su un territorio che oggi si estende tra la Francia e la Svizzera» (Ambrogio Filippini, “Adelaide di Borgogna”, enciclopediadelledonne.it). Alle morte del padre, avvenuta nel 937 quando Adelaide aveva solo sei anni, la mano della vedova madre venne presa da Ugo di Provenza, re d’Italia, il quale progettò fin da subito di dare la bambina in sposa a suo figlio Lotario, al fine di «assicurare stabilità al regno» (ibidem).
Le nozze furono celebrate però solamente dieci anni dopo, nell’aprile del 947. Ironicamente, l’attesa superò non di poco l’effettiva durata del matrimonio: Lotario morì infatti circa tre anni dopo le nozze, comportando di conseguenza il trasferimento della titolarità dei diritti sovrani per eredità all’appena diciottenne Adelaide. Ciò portò Berengario d’Ivrea a interessarsi a lei e ai suoi titoli. Proprio per ottenerli, Berengario non ci pensò due volte nell’usare le maniere forti pur di far acconsentire la vedova a sposare suo figlio.

Catturata a Como nell’aprile 950, venne torturata e poi rinchiusa nella rocca di Garda, da dove riuscì incredibilmente a scappare per poi rifugiarsi presso il conte di Canossa. Assediata da Berengario, nel 951 Adelaide riuscì a salvarsi dall’ambiziosissimo marchese d’Ivrea grazie all’intervento del re di Germania Ottone di Sassonia, che lo sconfisse e lo rese suo vassallo. Adelaide poté così raggiungere Ottone a Pavia per sposarlo, permettendogli in tal modo di ottenere la corona d’Italia. A quel punto, però, la sovrana non fu più disposta a essere spettatrice passiva e semplice oggetto dei giochi politici altrui, così decise di diventare protagonista lei stessa della propria sorte politica. La neo-moglie, infatti, ben presto «facilitò e aggravò la rottura di Ottone con Liudolfo» (Girolamo Arnaldi, “Adelaide, imperatrice”, treccani.it), figlio del marito avuto dalla prima moglie, portando a una crisi interna al regno di Germania che costrinse Ottone a diversi anni di permanenza in terra tedesca.

Il re tornò in Italia solo dieci anni dopo, chiamato da papa Giovanni XII per sconfiggere nuovamente Berengario. A seguito della vittoria, nel 962 Ottone venne incoronato imperatore del Sacro impero romano-germanico dallo stesso papa a Roma, permettendo quindi ad Adelaide di diventare imperatrice a sua volta.
Alla morte del marito, avvenuta nel 973, gli successe il figlio Ottone II, sul quale inizialmente l’imperatrice esercitò una notevole influenza, seguita da un’improvvisa rottura dei rapporti, con Adelaide che fu allontanata dalla corte imperiale nel 978. La riappacificazione tra madre e figlio arrivò solamente cinque anni dopo, poco prima della morte di Ottone II.
La corona imperiale passò così a Ottone III, giovanissimo nipote di Adelaide di soli tre anni. La giovane età dell’imperatore comportò la nuova discesa in campo della sovrana, che assunse la reggenza dell’impero e la mantenne tra alti e bassi a causa delle discrepanze con Teofano, madre del piccolo. Rimasta al fianco di Ottone III fino al 995, si ritirò in seguito «per dedicare gli ultimi anni della sua vita alla cura degli interessi religiosi» (ibid.). Morì nel monastero di Seltz il 16 dicembre 999, per poi venire canonizzata verso la fine dell’XI secolo da papa Urbano II. A Pavia viene ricordata in particolare per aver fondato il monastero del Santo Salvatore.

Ci vuole una certa abilità e freschezza mentale per poter vincere o almeno sopravvivere al “gioco del trono” come ha fatto Adelaide. Come scrive R. Shannon Duval in Le cose che si fanno per amore: sesso, bugie e teoria dei giochi, «ogni situazione in cui gli altri attori ricorrano a delle strategie per conseguire l’obiettivo desiderato può essere considerata un gioco» (p. 221, Henry Jacoby et al., La filosofia del “Trono di spade”. Etica, politica, metafisica, Milano, Ponte alle Grazie, 2015). In questo senso, quando ci troviamo in una situazione simile (qualunque essa sia), per decidere quale sia la miglior linea d’azione potremmo ricorrere alla teoria dei giochi. Infatti, anche se in verità quest’ultima si esprime in termini matematici, possiamo comunque «accantonare i calcoli esatti» e limitarci ad «applicare i suoi principi a particolari opzioni che si presentano ai giocatori» (op. cit., p. 222).

Prima di tutto occorre però fare due importanti precisazioni preventive, ossia che la teoria dei giochi non esprime alcun giudizio morale né sugli obiettivi né sulle azioni di chi gioca, ciò che conta è semplicemente il raggiungimento dell’obiettivo; presuppone che chi gioca sia sempre razionale, anche quando le sue azioni appaiono irrazionali. La teoria è utile in quanto, in situazioni di contesa, può permettere all’individuo di creare dei modelli di interazioni tra giocatori e giocatrici in modo tale da prevedere le mosse future dei contendenti. In questo senso, un vantaggio cruciale per la creazione di modelli e previsioni corrette lo si può ottenere soltanto se riusciamo a comprendere due elementi fondamentali: chi è il nostro avversario; qual è il suo vero obiettivo.

In mancanza di informazioni o in presenza di informazioni non corrette relative a questi due parametri, le nostre capacità di modellizzare e quindi di prevedere correttamente il comportamento altrui si riducono. In poche parole, la questione inizia a complicarsi quando noi non conosciamo o la natura caratteriale del nostro avversario o il suo obiettivo.
In questo senso, presupponendo di conoscere il vero scopo per cui gioca, se un nostro avversario ha fama di essere menzognero, ambizioso e senza scrupoli, qualora ci facesse una promessa che sembri andare contro i propri interessi (e quindi apparentemente irrazionale se ci mettiamo nei suoi panni), noi dovremmo immediatamente stare all’erta e diffidare della sua affidabilità.
Al contrario, se un avversario ha fama di essere una persona virtuosa, allora potremmo dormire sogni più tranquilli (anche se comunque è suggeribile sempre un minimo di diffidenza e prudenza). Diventa impossibile prevedere alcuna mossa dell’avversario, invece, quando noi non abbiamo nessuna delle due informazioni.
In quest’ottica, la lezione di Petyr Baelish a Sansa Stark riportata nel testo da Shannon Duval è illuminante. Ditocorto, infatti, suggerisce alla giovane Stark di tenere sempre «i propri avversari in uno stato di confusione», in quanto «se non riescono a capire chi sei o che cosa vuoi, non saranno nemmeno in grado di prevedere la tua prossima mossa» (op. cit., p. 224); anzi, addirittura certe volte «il modo migliore per disorientarli è compiere mosse che» o «non hanno alcuno scopo» o «addirittura sembrano andare contro di te» (ibid.).

Ottenuta consapevolezza di questo, possiamo dunque capire come l’obiettivo da raggiungere consiste nel creare giochi con informazioni incomplete (specialmente nei giochi in cui o si vince o si perde, oppure in cui c’è un’alta differenza tra i payoff), in cui «un giocatore è in possesso di un’informazione riservata che è rilevante per la sua strategia» (op. cit., p. 225). Questa “informazione riservata” può assumere varie forme, tra cui per esempio: informazione/mossa altrui di cui si viene a conoscenza senza che l’altro lo sappia; informazione/mossa propria falsa ma considerata vera dall’avversario (per nascondere l’informazione/mossa reale); informazione/mossa propria, tenuta nascosta all’avversario. Per chi gode di questo vantaggio informativo, i giochi con informazioni incomplete sono più facili da controllare rispetto ai giochi con informazioni complete, dove «tutti i giocatori sono consapevoli di ogni mossa fatta fino a quel momento della partita» (ibid.). Pertanto, dato l’incredibile valore del possesso di informazioni attendibili («perché senza di esse i giocatori non possono elaborare una strategia efficace»), di conseguenza «le strategie per ottenere informazioni rivestono la massima importanza» (op. cit., p. 230).

Inoltre, data l’elevata rilevanza che l’aspetto della razionalità degli attori ha nella teoria dei giochi, un’altra cosa da tenere presente consiste nel tentativo di evitare il più possibile di considerare che gli individui possano essere irrazionali; noi dobbiamo sempre trasformare quello che ci sembra «un comportamento all’apparenza irrazionale» in una «strategia coerente» e razionale (op. cit., p. 227).
In quest’ottica, infatti, quando noi consideriamo come irrazionale un’azione dell’avversario è solo perché «non abbiamo identificato in modo corretto il tipo di avversario che ci troviamo di fronte, il suo gioco, o entrambi» (ibid.). Ecco che, per ovviare a questo problema, Shannon Duval suggerisce di: 1 – utilizzare la cosiddetta “induzione a ritroso” in modo da porsi le domande giuste per capire quali informazioni bisogna andare a cercare «per risolvere un gioco con informazioni incomplete» (op. cit., p. 229); 2 – a seconda del tipo di informazioni che ci servono per risolvere il gioco incompleto, andare a cercare quelle informazioni relative ai coinvolgimenti emotivi, psicologici e sociali dell’avversario, nonché a verificare quali persone siano in relazione con lui, in modo tale da «ampliare la nostra comprensione della razionalità stessa e quindi del comportamento prevedibile» (op. cit., p. 228).

Quando si fa un’azione di questo tipo, in generale è comunque sempre buona cosa non negare la realtà dei fatti né travisarli, vedendoli nel modo in cui si vorrebbe che fossero. Il prodotto finale di tutto questo processo di analisi sarà, infine, l’individuazione e la valutazione di tutte le «scelte razionali in gioco, tra le molteplici possibili» (op. cit., p. 236), al fine di scegliere quella più plausibile, a cui si dovrà giungere mettendosi obbligatoriamente nei panni del proprio avversario. Per dirla con le parole di Shannon Duval, «non è sufficiente sapere che cosa faresti tu se fossi al posto avversario», ma «devi capire che cosa farebbe lui in quella determinata situazione» (ibid.).

***

Articolo di Giovanni Trinco

Nasce a Padova nel 1997. Laureato in Scienze Politiche, attualmente è laureando in Comunicazione Digitale presso l’Università di Pavia. Appassionato di giornalismo e saggistica, riguardante la sociologia e la filosofia, spera che un giorno il progressive rock possa tornare di moda.

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