Un viaggio virtuale in Islanda

Verso la fine del XIX secolo un piccolo piroscafo privato parte dalle coste dell’Inghilterra del sud e fa rotta verso l’Islanda. A bordo, oltre al capitano, un ristretto gruppo di viaggiatori inglesi: un ragazzo e due ragazze che affrontano questo singolare viaggio d’istruzione, il padre di una di loro, un’istitutrice. A questi si aggiunge in seguito un naufrago, un professore di scienze svedese proveniente dall’Islanda, salvato dalle acque turbolente dell’oceano. Questa comitiva costituisce l’insieme delle voci narranti alle quali Maria Savi Lopez affida il resoconto del viaggio: ciascun protagonista riveste un ruolo preciso e fornisce solo un certo tipo di informazioni, permettendo a lettori e lettrici di individuare con precisione i diversi filoni – storico, scientifico, folkloristico – attraverso i quali procede una narrazione insieme personale e corale.

L’immagine dell’Islanda viene così costruita gradualmente, come un puzzle che si compone non solo di nozioni culturali e di sensazioni individuali, ma anche di molteplici, straordinari eventi del tutto imprevedibili sia per chi viaggia che per chi legge. Lo scopo di questo romanzo, scritto in forma di resoconto di viaggio in un italiano semplice ma preciso nella terminologia, è senz’altro quello di divulgare informazioni riguardanti una parte remota del continente europeo a un vasto pubblico. L’Islanda non era del tutto sconosciuta in Italia: era stato Giacomo Leopardi a introdurla con il famoso Dialogo della Natura e di un Islandese, scegliendo proprio un abitante di quest’isola ai margini del mondo per rappresentare la fuga inutile dell’essere umano dalla Natura stessa e l’incontro con una tragica fine. L’autrice si adopera invece per delineare un quadro esaustivo dell’”ultima Thule”, durante il XIX secolo meta di spedizioni scientifiche che, in quanto tali, non prevedevano presenze femminili. Abbiamo visto che Ida Pfeiffer nel 1845 era stata in Islanda di propria iniziativa; non sappiamo invece se Savi Lopez abbia effettivamente visitato l’isola: un viaggio turistico all’epoca appare piuttosto improbabile per una vedova con un figlio a carico; inoltre, la prima crociera da Amburgo è datata 1905, mentre Nei Paesi del Nord fu pubblicato nel 1893.

Il viaggio inizia con la traversata della Manica; oltre il mare del Nord e lo Jutland il piroscafo Vittoria approda a Copenaghen, poi prosegue verso Bornholm, quindi raggiunge le isole Faröer dove il gruppo visita Thorshawn. Navigando verso l’Islanda i passeggeri sperimentano la visione dei miraggi e l’incontro con i primi iceberg; la nave affronta una tempesta e, durante la notte, procede al salvataggio di due naufraghi: lo scienziato svedese Franz Nikold e il giovane figlio. Giunti in Islanda, i viaggiatori visitano Reykjavik e compiono alcune escursioni alle «sorgenti d’acqua bollente», a Thingvalla, sede dell’antico Parlamento, ai geyser. Raggiunta l’ultima tappa, Akureyri, il gruppo riprende la via del ritorno.

L’autrice si preoccupa di mantenere costante il rapporto tra sé stessa, chi legge e chi viaggia: introduce «i nostri viaggiatori», descrive il viaggio in generale, alcuni luoghi, molte emozioni e stati d’animo. Il primo incontro fra il lettore, la lettrice e i protagonisti avviene nel confortevole salone di un castello inglese dove lord Holland, l’organizzatore del viaggio, attende l’arrivo del piroscafo di un suo vecchio amico, il capitano Fowl, che condurrà in Islanda i due figli adolescenti del lord, Amy e Rolfe, una loro coetanea, Silvia, con il padre sir James e un’istitutrice per le due ragazze, miss Margaret. Questi personaggi sono tutti inglesi e rispettano gli stereotipi del tempo: le figure femminili sono ben caratterizzate fisicamente, a partire dalla giovane Amy, «bella e bionda, come il fratello», e Silvia, l’amica di Amy «nata su qualche lontana terra meridionale […] bella e bruna […] più alta e [sembrava] più forte»: a conferma della bellezza, ma anche della robustezza della ragazza si saprà, in seguito, che sua madre è italiana. Anche la figura dell’istitutrice, miss Margaret, una spinster inglese, è stereotipata: «alta e stecchita, dai capelli di un biondo scialbo, dai lunghi denti, dagli occhi di un azzurro pallidissimo senza espressione», timorosa dell’ignoto ma ligia al dovere e affezionata a Amy.

Al contrario, l’aspetto dei personaggi maschili non viene mai visualizzato: chi legge se ne costruirà un’immagine attraverso le loro parole o le abilità che dimostreranno durante il viaggio. Il Capitano è «un vecchio lupo di mare […] avvezzo a guidar la sua nave con grande maestria in mezzo ai pericoli»; sir James ha un carattere determinato e Rolfe, il fratello di Amy, è un giovane curioso e impaziente di misurarsi con l’ignoto. Alle due ragazze, di cultura decisamente limitata, spetta il ruolo di porre domande; agli uomini quello di fornire spiegazioni sui Paesi visitati, la loro storia, le loro tradizioni, inserendo pure chiarimenti di tipo scientifico. L’istitutrice rimane una figura a parte, che interviene più raramente con osservazioni derivate dalle sue letture. Il giovane Rolfe infine incarna l’impazienza di fronte all’ignoto.
Anche il contenuto dei dialoghi subisce una ripartizione fissa: il Capitano descrive gli ambienti marini e le leggende scandinave; sir James illustra gli aspetti culturali e artistici, in qualche caso coadiuvato da miss Margaret. Al dottor Franz, il naturalista svedese accolto a bordo dopo il naufragio della sua nave, è affidata la descrizione geologica e botanica dell’Islanda. Infine Rolfe semplificherà le informazioni degli adulti, rivolgendosi alle ragazze della compagnia e indirettamente facilitando la comprensione a chi legge.

Le relazioni interpersonali rispettano ugualmente i canoni di comportamento del tempo: i rapporti fra gli uomini sono di franca, cordiale amicizia e di reciproca stima; tutti i ragazzi sono rispettosi e fiduciosi verso gli adulti; l’istitutrice, unica donna adulta presente in questo microcosmo, rimane in posizione defilata, silenziosamente consapevole del proprio ruolo subordinato sia per genere che per status sociale. Sono le figure femminili a manifestare stati emotivi e timori, mentre Rolfe dimostra impazienza di fronte alle possibili avventure e gli adulti mantengono la loro razionalità. Infine, sono presenti alcuni narratori locali occasionali, che rendono più verosimile il viaggio.
Per caratterizzare l’ambiente al meglio Savi Lopez tesse tra loro una varietà di informazioni di tipo diverso: leggende e saghe, argomenti storici, spiegazioni scientifiche e descrizioni naturalistiche, annotazioni di tipo turistico-culturale, perfino ricordi e allusioni alla madrepatria. Mentre l’itinerario attraverso questa porzione del Nord europeo rappresenta la trama vera e propria, l’ordito di questa tela complessa è formato dal profilo storico, naturalistico, culturale e folkloristico della zona.

Nell’articolata tessitura di questi fil rouge consiste il discorso narrativo del libro. Il “filo” più importante per l’autrice, studiosa di folklore, è costituito dai miti e dalle leggende popolari narrati durante i lunghi tempi della navigazione. Le due voci narranti sono quelle maschili del Capitano e di sir James: il primo introduce personaggi fantastici, come «il re Klinte-Konge», o eventi leggendari, come la distruzione del palazzo del gran padre Oceano per opera di Cristoforo Colombo; o ancora, mitiche figure femminili: le Sirene del Mediterraneo, che nel mare del Nord e nell’Atlantico prendono il nome di Mermaid. Infine, la storia della figlia del re del mare del Nord, Perlina che, dopo aver vissuto sulla terraferma, fece ritorno negli abissi. Nella descrizione della Groenlandia il Capitano riporta gli stereotipi del tempo: si tratta di una terra vasta, dai confini incerti, dove vivono Eschimesi pagani, ignoranti e seminomadi schiavi delle superstizioni, perché la Groenlandia «è un paese ove la terra, il cielo, il mare hanno tale aspetto da costringere quasi chi li vede ad immaginare cose portentose»; vi si odono «certe grida fortissime [che] non si riesce a sapere se vengano dall’atmosfera o dal mare», mentre dalle montagne parte «un rumore assordante, come se fossero percosse dal fulmine […] i massi di ghiaccio sparsi sulle pianure sterminate hanno qualche volta l’aspetto di animali mostruosi, di persone gigantesche»; inoltre, spesso gli orsi raggiungono la terraferma trasportati dagli iceberg e assalgono gli esseri umani. Infine, oltre ai pericoli reali quel popolo deve affrontare i terribili Kajarjak, spiriti giganteschi capaci di far scoppiare violente tempeste.

La presenza dei tre ragazzi si rivela ideale per integrare la narrazione di leggende con l’esposizione di alcuni episodi storici dei luoghi visitati, dalla prolungata rivalità fra Danimarca e Svezia, alle avventure dei pirati; dalle gesta di Gustavo Väsa fino alla regina Margherita, sorta di femminista ante-litteram, che aveva sconfitto e umiliato il cugino Alberto di Mecklemburgo: dopo che questi l’aveva consigliata di dedicarsi ad attività di cucito, invece di contendere il potere agli uomini, dopo averlo vinto in battaglia, lei «comandò che le fosse condotto innanzi con vesti femminili, e portando sul capo uno di quei berretti che dovevano allora usare i pazzi, dalla coda lunga 19 braccia […] perché egli aveva detto che avrebbe portato la corona solo quando Margherita sarebbe stata sua prigioniera». Durante l’escursione a Thingvalla , antica sede del Parlamento, a sir James spetta il compito di illustrare la storia dell’Islanda fin dai primi insediamenti vichinghi, creando un’atmosfera emotiva di condivisione degli eventi e di empatia con i personaggi storici. La descrizione dei Troll è affidata all’ospite di Akureyri: questi esseri popolano l’interno dell’isola e custodiscono gelosamente immense ricchezze, posseggono armenti di balene, di foche, di orsi bianchi e, quando siedono sugli enormi iceberg, con il loro manto scintillante di ghiaccio sulle spalle e una corona di brillanti sulle lunghe chiome bianche, non vi è nessun re della terra che possa eguagliarli in grandezza e maestà.

Durante il viaggio su acque sconosciute il Capitano descrive l’ambiente marino: dalle dune mobili e pericolose dello Jutland ai miraggi in mare aperto, la narrazione è di carattere divulgativo, priva di approfondimenti specifici. È invece il dottor Franz, l’esperto naturalista, a far conoscere le spaventose eruzioni vulcaniche e i geyser, «colonne di acqua minerale bollente». È l’autrice poi a descrivere gli iceberg e lo spettacolo del sole di mezzanotte, del quale la comitiva conserverà un ricordo indelebile. Amy, Silvia e Rolfe, oltre ad apprendere dalle spiegazioni degli adulti, si dedicano alla raccolta di esemplari della vegetazione islandese, che compongono diligentemente nei loro erbari.

Reykjavik

La scrittrice si riserva pure la descrizione delle due città principali, Copenaghen e Reykjavik: mentre la prima appare come una capitale moderna, ricca di monumenti, giardini e divertimenti, Reykjavik è preceduta da una lunga digressione sull’Islanda recitata a più voci, che accresce l’aspettativa di chi legge verso la nuova meta: miss Margaret «ricordò le cose più spaventevoli che aveva letto intorno all’Islanda, e chiuse gli occhi, come per non vedere una paurosa apparizione di torrenti di lava e di ghiacciai, di aride terre e di burroni profondi, di miserabili case e di deserti sconfinati». Sir James coglie il disagio dell’istitutrice e le offre una diversa prospettiva: «Non si può dire che l’Islanda somigli all’isola incantata, ove dimoravano le fate della Bretagna ed il Mago Merlino; ma è una terra diversa assai da quanto ella ha potuto vedere finora ed immaginare, e sarà pur costretta ad ammirare certi suoi paesaggi maestosi».

La terza immagine, la descrizione realistica dell’autrice, non è rassicurante: «Verso il Nord alzavansi sulla costa dell’isola certe mura gigantesche di rocce, che scendevano a piombo fino al mare, e si aprivano per formare seni e golfi, in mezzo ai quali internavasi il mare, che poi scompariva fra i campi di ghiaccio. Le onde dell’Atlantico, verdastre anche lungo la costa, si frangevano contro enormi massi di ghiaccio, ed in lontananza si alzavano certe rocce nere, di forme diverse e bizzarre, sul candore del ghiaccio. Non vedevasi né un villaggio, né un essere vivente in mezzo a quel paesaggio invernale, dominato dalle cime superbe dei suoi vulcani e delle sue montagne; e l’Islanda pareva una regione abbandonata dagli uomini, ove la morte avesse il suo regno, fra il silenzio solenne e l’immobilità di ogni cosa».

Infine Silvia offre la propria visione onirica: «Quando eravamo ancora un po’ lungi dalla costa, mi pareva che l’Islanda fosse un’immensa città di ghiaccio, costruita dalle fate in mezzo all’Atlantico, coi campanili acuminati, i baluardi inespugnabili, le volte bianche di palazzi immensi. Ora mi pare invece una terra appartenente ad un mondo assai diverso dal nostro, ove gli uomini non possano vivere, e che, a dispetto di questo, piace a chi la guarda, ma fa paura quando si pensa che è tanto lontana dalle belle città affollate».

Quanto agli abitanti, secondo sir James sono «tristi e inerti», poiché «vivono fra minacce continue di rovina e di morte» a causa della natura ostile: si afferma così uno degli stereotipi più frequenti riguardo ai popoli nordici, quello dell’influenza negativa della natura sulla loro indole. Il dottor Franz però evidenzia come gli Islandesi tengano in grande considerazione la cultura, che sola può aiutare a sopportare l’isolamento e le minacce naturali. Intanto, dalle isole Westermannen alcune Islandesi salutano festosamente la nave in arrivo; lontane dalla modernità, indossano ancora il costume tradizionale: «un piccolo berretto appuntato con alcune spille, e dal quale scendeva fin sopra una spalla e sul petto un lunghissimo fiocco nero, con alcuni ornamenti di argento: le loro vesti erano di panno bigio». Finalmente, in lontananza appare «Reykjavik, capitale dell’Islanda, con aspetto piacevole […] il sole volgeva al tramonto in mezzo al cielo che pareva fiammeggiante; i ghiacciai, e le alte cime dei vulcani spenti, coperti di neve, erano di una tinta rosea quasi scintillante; sulle colline, presso la cittaduzza avevano un aspetto bizzarro le grandi braccia giranti dei molini a vento, e dinanzi a Reykjavik parecchi bastimenti da guerra inglesi, francesi, svedesi.» Una volta a terra è ancora la voce dell’autrice a descrivere un emporio e la sua merce disordinata: «Eravi […] una stranissima confusione di cose diverse. Dal soffitto pendevano scarpe di ogni genere, pentole, cartelle per gli scolari, secchie, giocattoli, pennelli, scatole e mille altre cose. Lungo le pareti erano sospesi scialli, fazzoletti, cravatte, berretti per le donne, cappelli per gli uomini, fruste e funi; sugli scaffali eranvi medicinali e saponi, carta da lettere e profumi. Le pezze di stoffa per abiti, le pesanti flanelle erano a poca distanza dai barili di olio e dalle casse di petrolio; i pacchi di tabacco vedevansi vicino ai sacchi di zucchero e di caffè; le carte di musica ed i libri accanto ai chiodi, alle serrature, ai martelli». Amy esprime invece la sua compassione per le abitazioni: «Com’è triste l’aspetto di queste case […] coperte di legno o zolle, e dipinte con colori oscuri, mi sembrano poverissime, e non intendo neppure che si possa passarvi l’inverno senza morire di freddo e di noia!».

Per bilanciare questa situazione doppiamente straniante, in cui chi legge è chiamato a empatizzare con delle persone straniere e a viaggiare ai limiti settentrionali d’Europa, Savi Lopez dissemina continui richiami all’Italia. Silvia, di madre italiana, confronta «i villaggi ridenti e gli alberghi affollati» delle valli del Piemonte, dove «si raccoglievano i fiori a fasci» con l’immagine della «povera terra d’Islanda»; trova i castelli della Valle d’Aosta più interessanti di quelli danesi; i vulcani islandesi sono meno affascinanti del Vesuvio; la bellezza del golfo di Napoli e dell’Appennino, anche durante i mesi invernali, prevale sulla desolazione del paesaggio islandese. La preminenza dell’Italia si riscontra anche nel paragone tra Bornholm e Pompei: la prima, il «museo nordico di antichità», non è che un «letamaio di antiche genti», un accumulo caotico di armi, utensili, ornamenti in pietra e bronzo, mentre i resti di Pompei presentano un impagabile valore culturale, artistico e architettonico. Il confronto latente fra Italia e Inghilterra conclude il libro: quando vengono avvistate le coste inglesi i marinai gridano «Dio salvi la Regina»; «Viva sempre la vecchia Inghilterra!» esclamano i passeggeri.

Silvia invece «chiuse gli occhi, come per non guardare la costa inglese, e con tutta l’anima mandò un pensiero d’affetto al suo paese lontano, mentre disse sottovoce: Viva pure l’Italia mia, più bella, più gaia di tutti i paesi del Nord!». Nel cuore della ragazza, come in quello di chi legge il romanzo, l’Italia rimane ineguagliabile. Fra storia, scienza e leggenda questo viaggio esotico ai confini del mondo in compagnia di un gruppo di inglesi potrebbe condurre a una situazione inquietante di estremo straniamento; tuttavia la stereotipizzazione dei personaggi di entrambi i sessi consente a lettori e lettrici di ogni età di scegliere la propria identità; inoltre il piroscafo si rivela un degno sostituto della casa lontana e chi legge può soddisfare la curiosità senza abbandonare il suo salotto e la sua comoda poltrona.

***

Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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