Editoriale. Ti devo volere, per amarti

Carissime lettrici e carissimi lettori, 

sicuramente non è solo un fatto che riguarda gli Stati Uniti d’America. La proibizione del diritto delle donne a gestire la propria maternità è una questione che ci coinvolge e interessa tutte (speriamo anche tutti) e non solo le consorelle d’oltreoceano.  

La sentenza ha cancellato la decisione della Corte suprema Roe v. Wade del 1973. Mezzo secolo di rispetto verso il corpo femminile. Cinquanta anni tolti via con un colpo di spugna fatto di sei voti favorevoli e tre contrari. Un diritto costituzionale che ora retrocede e affida la decisione alla volontà dei singoli Stati che, intimamente si spera, scelgano tutti la via del dissenso. Ma nonostante gli e le americane siano almeno per il 62% favorevoli all’aborto garantito, non si può dimenticare che oltre la metà degli Stati sono a guida conservatrice e fortemente anti-abortista. Si spera che succeda come in Louisiana e in Utah, come anche in Texas, dove un tribunale ha bloccato temporaneamente il divieto all’aborto grazie alla denuncia presentata dal Center for Reproductive Rigths, l’associazione che ha difeso l’unica clinica abortista in Mississippi nel caso Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization. Gli avvocati hanno spiegato di aver contestato la costituzionalità delle tre leggi che avrebbero attuato il divieto. Le misure, si legge nella causa, sono «incostituzionalmente vaghe e rendono impossibile capire se siano entrate in vigore e quali sono i comportamenti che sono vietati e quali le eccezioni, soprattutto nel caso di medici che praticano un aborto per salvare la vita di una donna». 

La sentenza della scorsa settimana (venerdì 24 giugno per la precisione) rattrista tante persone, ma amaramente finisce per rallegrarne tante, anzi moltissime. In Usa come nel resto del pianeta. Non tutto però va così. C’è chi dissente e non si china ai diktat oscurantisti, anche in seno alla stessa Chiesa.  

È il caso, ad esempio, del National Catholic Reporter, un periodico indipendente, che sottolinea come i movimenti pro-life dovrebbero occuparsi di problematiche non ferme esclusivamente alla lotta contro l’aborto. La rivista non tralascia di ricordare, e non senza ironia, a chi sa intendere, anche altre questioni e problematiche molto attuali negli States, questioni che coinvolgono ugualmente la vita, e soprattutto proprio quella dei bambini. «Sarebbe un buon momento per i cattolici pro-vita – inizia a commentare la rivista cattolica – ammettere che l’accesso alla contraccezione è probabilmente il modo più efficace per prevenire gravidanze non pianificate che spesso si concludono con l’aborto. Dovrebbero anche parlare – continua – delle molte e varie questioni a favore della vita con lo stesso fervore che hanno usato per l’aborto. Gli omicidi dei 19 bambini a Uvalde, in Texas, gridano ancora giustizia e misure ragionevoli di controllo delle armi rimangono, ancora, fuori portata. Migliaia di migranti – incalza ancora chi scrive l’articolo – muoiono ogni anno al confine tra Stati Uniti e Messico e la riforma dell’immigrazione è, a tutti gli effetti, senza speranza legislativa. E la pena di morte resta attiva in 20 Stati. Questo solo per iniziare. Prolungare la lotta all’aborto non sarà utile. Il Paese è a pezzi, almeno in parte a causa della polarizzazione e delle guerre culturali sostenute – finanche guidate – da vescovi cattolici e attivisti pro-vita». 

Nel mondo i dati non sono confortanti. Ci dicono che su dieci paesi ben sei hanno negato o ristretto le leggi in materia di interruzione volontaria della gravidanza (ivg) e in Turchia (come negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita) se la donna è sposata è obbligatoria la firma del marito! In Europa, dove il pericolo di un ritorno al passato sui temi abortisti (e non solo!)  è sempre in agguato, se non fortemente caldeggiato. In molti festeggiano gli accadimenti americani della settimana scorsa. Partendo dall’Italia.  

Qui associazioni a vario titolo pro-vita cantano vittoria passando per il “pensiero” del senatore Simone Pillon che sente (era prevedibilissimo!) provenire dalla decisione americana una «brezza leggera del diritto alla vita di ogni bambino» da portare in Europa e in Italia, scrive letteralmente su un social, di fianco ad una fotografia dell’edificio sede della Corte Suprema a Washington davanti a cui troneggia un neonato che sorride felice nel sonno. Pillon non manca di toccare le corde di un clichè stracciato, da vecchia cartolina, sui ritornelli costruiti per turisti sprovveduti intorno all’Italia e sul suo clima (ahinoi, bollente!): «Deve poter vedere questo cielo azzurro – scrive (!) indicando idealmente il bimbo non abortito, e continua – Lavoreremo per questo, senza metterci contro nessuno ma restando dalla parte delle mamme, dei papà e dei loro bambini». Capiamo già così quanto ci sia ancora da fare perché la cosiddetta legge 194 sia protetta! 

In un Paese, il nostro, che pur stando al sedicesimo posto nella graduatoria dell’Epf, ha (ma solo ufficialmente) il 67% dei medici che è obiettore e di fatto intere regioni scoperte, dove si è male interpretata la legge stessa. Infatti ci sono in Italia almeno 15 ospedali con il 100 per cento di ginecologi obiettori, che si sottraggono cioè per motivi religiosi o di altro tipo a praticare gli interventi. Nell’indagine, che si intitola Mai dati, condotta, per l’associazione Luca Coscioni, da Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, si sottolinea che «sarebbe necessario avere dati aperti e divisi per singola struttura: solo così si darebbe la reale possibilità alle donne di scegliere in quale ospedale andare, sapendo prima qual è la percentuale di obiettori nella struttura scelta». 

In questi ultimi mesi una mappatura dell’obiezione di coscienza dal basso è stata portata avanti anche dal movimento femminista Non Una di Meno, in collaborazione con altri collettivi e associazioni: sono stati pubblicati diversi opuscoli anche a livello regionale, alcuni dei quali finalmente comprendono anche i dati dell’obiezione nei consultori. 

Ma torniamo all’Europa. Non vanno bene le cose guardando i dati forniti da una ricerca dell’European Parlamentary Forum denominata Atlante delle politiche europee sull’aborto. La situazione non è delle più rosee. Malta purtroppo è la più indietro. Nell’isola che ha dato i natali alla Presidente del Parlamento europeo, l’aborto è addirittura punito con il carcere: fino a 4 anni per i medici (e ritiro della licenza) e la donna rischia fino a tre anni di reclusione. Purtroppo si contano episodi davvero tristi e ormai risaputi come quello della turista Andrea Prudente che, con una emorragia in corso e il distacco della placenta, ha avuto il “no” dai sanitari maltesi ed è stata costretta a trasferirsi in Spagna perché il cuore del feto batteva ancora. In questo caso, infatti, la legge maltese non permette di intervenire! 

Indietro anche la Polonia, l’Ungheria, l’Islanda, la Slovacchia, Monaco nonché l’Ucraina e i piccoli Stati di Liechtenstein e San Marino. In tanti Paesi, poi, l’interruzione volontaria della gravidanza non è convenzionata con il sistema sanitario nazionale e tecnicamente viene considerata un reato.  

Proprio in questi giorni leggo la scandalosa esperienza di un aborto negato a una bambina di 11 anni sopravvissuta a uno stupro subito ad appena dieci anni nel Brasile complesso e contraddittorio, teocratico e negazionista di Jair Bolsonaro. I medici avevano negato l’aborto perché era superata la ventiduesima settimana e una giudice, dunque una donna, dello Stato di Santa Catarina, Joana Ribeiro Zimmer, non solo ha negato per la bimba l’aborto, ma ha cercato anche di convincerla ad aspettare, «a pazientare ancora un po’», invogliandola anche a trovare un nome per chi portava involontariamente in grembo. La vicenda ha scosso il Brasile. Stando a quanto riportato dal Washington Post «i medici dell’ospedale Polydoro Ernani de São Thiago avrebbero praticato l’interruzione di gravidanza della bambina, giunta ormai alla 29esima settimana, in seguito a una richiesta formale presentata a nome della famiglia. La notizia sarebbe stata confermata in una nota dai pubblici ministeri federali dello stato di Santa Catarina». Sulla vicenda si è espresso anche il presidente Jair Bolsonaro: «Noi non siamo in alcun modo conniventi con un crimine barbaro come lo stupro né siamo interessati alla sofferenza di un bambino di 11 anni – ha twittato il presidente – ma non vogliamo che si disprezzi una delle vittime di questa storia che è un bambino di 7 mesi». Davvero triste! Ancora di più se si pensa che secondo i dati (sottostimati) del ministero della Sanità l’anno scorso in Brasile hanno partorito più di 17mila bambine che avevano meno di 14 anni di età!   

Ora avrei voluto parlare dei corsi di politica, di Prime minister aperto per la prima volta in Calabria, dopo l’esperienza agrigentina, alle giovani donne dai 14 ai 19 anni con in palio 25 posti. Avrei voluto parlare di donne che in tribunali posticci televisivi si schierano con naturalezza (!) dalla parte dei maschi che pretendono di scegliere gli abiti delle donne con le quali escono, come fosse una cosa da niente, come se si parlasse di un oggetto da incartare bene per fare bella figura. Avrei voluto parlarvi di eutanasia e di uso di palliativi per il dolore. Avrei voluto nominarvi le sindache uscite dalle ultime elezioni, per augurare loro di portare ventate di novità nelle città che si accingono ad amministrare. Avrei voluto trattare dello ius scholae, urgente da approvare perché i nostri figli e le nostre figlie, ragazze e ragazzi anche venuti da un altro Paese, vivano sereni e serene insieme a noi e possano avere le stesse opportunità che hanno i loro coetanei e coetanee nati e nate qui da genitori italiani.  

Ma voglio parlarvi e condividere con voi tutte e tutti il dolore dei fratelli e delle sorelle curde. Di questo popolo tradito troppe volte. Di un baratto infame oltre che crudele. Svezia e Finlandia dovranno consegnare alla Turchia tutti i rifugiati e le rifugiate politiche curde che Ankara richiederà e accettare senza battere ciglio i bombardamenti turchi nel Rojava, la regione autonoma de facto nel nord e nord-est della Siria, protagonista da anni di un esperimento unico in Medio Oriente, quello del confederalismo democratico. «Sono bastate tre pagine e dieci punti – è sintetizzato su Fanpage a commento di un’intervista a Yilmaz Orkan, responsabile di Uiki-onlus, l’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia. «Ankara – ha detto Orkan – ha scritto un documento che Stoccolma e Helsinki si sono limitate a firmare senza fiatare né apportare modifiche. Peccato che quel memorandum sia stato firmato sulla pelle di migliaia di attivisti, avvocati, giornalisti e cittadini curdi… Il memorandum costituisce un precedente molto pericoloso. In futuro i Paesi della Nato potranno avvalersi della potenza militare dell’Alleanza per dichiarare guerra ad altri popoli che, come noi, lottano per la loro libertà… noi curdi dagli anni ’70 abbiamo trovato in questi Paesi dei luoghi sicuri in cui vivere rispettandone le leggi e le tradizioni. Oggi in Svezia esiste una comunità curda di oltre 200mila persone, 50mila delle quali arrivate dal nord della Siria negli ultimi anni a causa della guerra. Siamo una delle comunità più numerose di quel Paese tanto che oggi esprimiamo anche dei membri in Parlamento».  

Chiudo non con una poesia, ma con l’incipit di un libro che a suo tempo mi piacque e mi commosse tanto. A scriverlo Oriana Fallaci, una grande autrice e giornalista. Una donna audace e combattuta, anche contraddittoria, divisoria, complessa, come il suo libro, come la sua vita.  

«A chi non teme il dubbio a chi si chiede i perché‚ senza stancarsi e a costo di soffrire di morire. A chi si pone il dilemma di dare la vita o negarla questo libro é dedicato da una donna per tutte le donne. Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. 

Ora eccomi qui chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. È paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato». 

Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato (Milano, 1975) 

Buona lettura a tutte e a tutti.

Eccoci agli articoli che troverete in questo primo numero di luglio della rivista. Le donne di Calendaria oggi sono due: la greca Maria Petrou, scienziata, astronoma, matematica, ingegnera, specializzata nell’intelligenza artificiale e nelle tecniche di riconoscimento delle immagini, e Mary Elmes, unica irlandese Giusta tra le Nazioni, operatrice umanitaria in Spagna e in Francia, che salvò la vita a centinaia di bambine e bambini ebrei. La pace non accenna ad arrivare e ne Il dolore e la guerra l’autrice riflette su questo “gioco al massacro”, maschile e patriarcale. Di guerra si parla anche nella recensione del libro Ucraina. La guerra e la storia, di Franco Cardini e Fabio Mini, un libro non allineato alla narrazione corrente del conflitto in atto. 

Continuano le nostre serie: per Viaggiatrici del Grande Nord questa volta leggeremo di Italiani al nord: studiosi e giornalisti sui sentieri scandinavi, uomini attratti dalla Scandinavia e dai Paesi del Nord Europa; la serie sulle donne nelle diverse epoche storiche affronta La donna nel Settecento. Le pastorelle d’Arcadia, presentandoci interessantissime figure femminili e i loro scritti; le nostre passeggiate meditative riguardano due Giardini. Siena. Una visita al Giardino Ipazia, «martire del libero pensiero e vittima del fanatismo religioso» ci racconta la vita di questa grande pensatrice dell’antichità. Poco lontano da questo giardino c’è anche quello dedicato a Bruna Talluri, che ha partecipato alla Resistenza. Un collegamento alla Resistenza è anche in Giulia e le altre. Le donne della Casa del Popolo di Montaretto, l’articolo che ci racconta di un paesino ligure che è ed è stato anche in tempo di guerra una vera comunità, ispirata ai valori di uguaglianza, solidarietà e parità tra uomo e donna. Ci spostiamo in Umbria per approfondire le origini della prima scultura femminile italiana con l’articolo L’Ovo di Gubbio ossia il monumento all’adultera lapidata, che ci farà scoprire anche una grande scultrice italiana, Mirella Bentivoglio. Allarghiamo lo sguardo fuori dai nostri confini ricordando che il 5 luglio ricorrerà un importante anniversario, con l’articolo, ricco di spunti e approfondimenti, L’Algeria indipendente. Omaggio a Maria de’ Medici a 380 anni dalla morte è l’altro anniversario che vogliamo ricordare, raccogliendo di questa donna aspetti e vicende meno note della sua vita. 

Si nasce per… camminare a lungo: viaggio nel Sinai è il resoconto accurato di un viaggio che sarà fonte per l’autrice di molte risposte. Nella Sezione Didattica e Formazione l’autrice dell’articolo Ripensare la letteratura in ottica di genere, nel presentare un eccellente Convegno di studi sulle scrittrici italiane del Novecento, riflette su una serie di questioni che riguardano la formazione dei e delle docenti e sul fecondo rapporto tra mondo universitario e mondo della scuola. 
La realtà ri-creata. Margherita Argentiero. Il valore della “scelta” è l’interessante intervista di questa settimana, che ci fa incontrare un’artista in continua ricerca, attraverso le tappe della sua evoluzione. 

Il nuovo torneo letterario di Robinson: narrativa italiana del 2021 presenta la prossima sfida letteraria, cui partecipa, per Vitaminevaganti, un nutrito gruppo di lettori e lettrici accanite, soffermandosi sui generi, sulle autrici e sugli autori che ne faranno parte. 

Salento. Il coraggio di lottare per la bellezza descrive un’altra tappa dell’itinerario culturale al femminile nelle terre di Puglia. Chiudiamo con un nuovo racconto sul pane, Il pane francese, come sempre occasione per l’’autrice di consegnarci, accanto alla ricetta del pane speziato, una bellissima storia al femminile di passione e rivoluzione. 
SM 

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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