Il pane greco

«Sorella mia, spero che questa lettera possa portare, lì nel posto dove vivi, l’abbraccio della mia terra e il saluto del mio mare. Mi chiamo Eirene e ti sto scrivendo dalla Penisola Calcidica, in Grecia.  
Sembra una mano tesa, questa regione, ad aspettare chissà quale richiesta di aiuto, di contatto o di condivisione. Perché se, come me, nasci e vivi davanti al mare, non puoi non sentire che al di là delle spume vive un mondo altro, forse diverso in tutto, ma che in fondo guarda le stesse onde scappare oltre lo stesso orizzonte. 
Il tuo annuncio mi è arrivato improvviso e inaspettato, come un messaggio chiuso in una bottiglia che leggi sospirando e che sai nascondere una storia ben più complessa e affascinante delle poche righe contenute su quel pezzo di stoffa. È come se la salsedine incidesse superfici e pensieri in maniera tale che il vento possa poi dar voce a brusii lontani e pieni di cose da raccontare. 
Ed è così che mi sono sentita nel leggere il foglio di giornale dove c’era scritta la tua richiesta, come se accostassi al mio orecchio una conchiglia esotica e bellissima; e così, spero, sarà per te questa lettera: la voce distante e familiare di una sorella lontana che condivide la curiosità di sapere chi e cosa vive oltre l’abbraccio delle nostre ultime linee di terra. 
Mi piacerebbe tanto conoscere il tuo nome, mia cara sorella, e sapere quale storia vi si nasconde dietro.  
Eirene, negli antichi racconti dei miti, era la divinità della Pace. E se la gestione della guerra era questione maschile, non è un caso, credo, che pace e giustizia siano invece figure femminili. Noi non vogliamo essere più forti, ma più giuste; noi non vogliamo primeggiare, ma chiediamo corrispondenza di diritti, doveri e considerazione.  
So che sarai d’accordo con me. E so, perché lo so, che il tuo nome porta con sé una testimonianza bellissima di riscatto. E se non è il tuo nome, allora saranno le tue mani, il tuo viso, il tuo incedere, il tuo parlare, il tuo scrivere. 
Lo è sicuramente il tuo annuncio: una rete che hai lanciato per raccoglierci tutte e farci salire finalmente sulla scialuppa, a riparo dai moti cattivi che hanno sempre voluto portarci a fondo.  
Io già sapevo essere così, ma chissà, invece, quante altre donne hai raggiunto dando loro la speranza dell’appartenenza e del riconoscersi. 
Avrai capito che il mare fa parte di me, e non solo perché vivo circondata dalle sue acque salate.  
Di mestiere faccio la pescatrice. Ho la mia barca, eredità di mia madre: un piccolo scafo con il fasciame bianco e blu, sopra il quale sono padrona indiscussa. L’ho battezzata Elena, e non credo serva spiegarti il perché. 
Voglio, invece, spiegarti quanto strampalato sia questo mondo. Ti sto scrivendo da una delle spiagge della penisola di Sitonia, la lingua di terra centrale delle tre dita che formano la regione calcidica. Alle mie spalle ho la penisola di Cassandra; diritto davanti a me, la penisola del Monte Athos. E se quest’ultimo è famoso perché ha sempre vietato l’ingresso alle donne sul proprio territorio, la prima è una figura a me più cara.  
Cassandra è una vittima di guerra, una schiava, una donna stuprata che, posta davanti a Clitemnestra, anche lei un tempo vittima di guerra e di stupro, non viene riconosciuta dalla regina come sua simile nel destino e nell’ingiustizia. 
Ci penso spesso, sai? Chissà come sarebbero andate le cose se le due si fossero alleate contro Agamennone e magari anche contro Egisto, e avessero governato insieme e avessero portato pace invece di alimentare vendetta…   
Non lo sapremo mai, perché il mito, così come la storia, è sempre raccontata da uomini. 
E allora, in questa lettera, voglio prendermi un po’ di rivincita. Voglio scrivere io un po’ di storia e un po’ di mito e parlati di donne e di mare.  
Voglio iniziare con Artemisia. Artemisia fu regina di Caria e ammiraglia della flotta. Al tempo, la sua terra era sotto l’egida dell’impero Persiano ed ella prese parte alla guerra che Serse I intraprese contro i Greci. Unica donna comandante, era alla guida di cinque triremi. Dopo la battaglia di Capo Artemisio, che la vide brillare rispetto ai suoi colleghi uomini, provò a consigliare l’imperatore Serse circa la reale — e superiore — capacità dei Greci sul mare. Ma il re preferì dare credito ai comandanti uomini. Il 23 settembre dell’anno 480 a. C. la vittoria ellenica risuonò, credo, per tutti i confini del mondo antico.  
Secondo Fozio, il patriarca di Costantinopoli, Artemisia si innamorò di un principe di nome Dardano e, non ricambiata, dopo aver cavato gli occhi al suo amato, presa dalla disperazione, si uccise buttandosi in mare.  
Sai cosa ti dico, sorella mia? Che il buon Fozio può tranquillamente mettersi queste chiacchiere lì dove il suo sacro corpo incontra il sacro scranno.  
Non ci credo e non ci ho mai creduto! Ma ti pare che la donna, la comandante, che riuscì nonostante il disastro di Salamina a salvare almeno alcune navi persiane assumendo il comando dell’intera flotta imperiale, si sarebbe uccisa perché non corrisposta? Piuttosto avrebbe usato il buon Dardano come polena della trireme ammiraglia, altroché. Il fatto è che una donna, in quanto donna, deve per definizione essere, comunque e in qualche maniera, sottomessa a un uomo, che sia per povertà, per mancata libertà o per amore. E quindi bisogna pur portare questa regina nel recinto della normalità. Fozio ci ha provato. E a noi non resta che ridere del suo ridicolo tentativo. 
Dopo Artemisia, voglio raccontarti la storia di un’altra donna di mare. Lei si chiamava Laskarina Bouboulina e fu una patriota e una rivoluzionaria. Nacque nel carcere di Istambul nel 1771, quando sua madre era a far visita al marito morente, Stavrianos Pinotsis, che aveva partecipato alla fallita ribellione contro gli Ottomani del 1769-1770.  
Laskarina crebbe sull’isola di Spetses. In quanto donna, la sua strada era già tracciata: a diciassette anni si sposò con Dimitrios Yiannouzas e a trenta con l’armatore e capitano Dimitrios Bouboulis di cui poi le rimase il nome.  Quando nel 1811 quest’ultimo fu ucciso in uno scontro con i pirati algerini, rimasta vedova e benestante con sette figli, avrebbe potuto vestire i panni neri e continuare il proprio ruolo di moglie e madre. E invece, acuta e agile sia nella mente che nello spirito, fece rapidamente fruttare il patrimonio ereditato, stabilendo accordi e alleanze con altri armatori, diventando socia di altre flotte e aumentando il numero delle proprie navi, tra le quali vi era l’Agamennon, un nome che, nel cuore del popolo greco, fa ancora battere le mani al petto. Visti i trascorsi del marito, che aveva combattuto in chiave anti turca nella guerra con la Russia, i movimenti di Laskarina non sfuggirono agli ottomani e, nel 1816, provarono a confiscarle beni e proprietà. Abituata a non perdersi d’animo, Laskarina chiese la protezione dell’ambasciatore dello zar, il conte Pavel Strogonov, che la fece riparare in Crimea. Ancora più importante, però, dell’aiuto del diplomatico, fu l’intercessione di Nakşidil Kadın, la Valide Sultan, la madre del sultano Mahmud II che, pare, rimase talmente colpita dalla personalità di Bouboulina da convincere il figlio a non sequestrarle il patrimonio. 
Dopo soli tre mesi di esilio, poté dunque ritornare a casa, a Spetses. E qui decise. Entrò a far parte della Filiki Etaireia, l’organizzazione segreta greca che cospirava per l’indipendenza, fondata a Odessa nel 1814; acquistò armi e munizioni che fece caricare sulle proprie navi; armò delle sue truppe, chiamando a raccolta gli uomini di Spetses, i suoi coraggiosi palikaria, costituendo così una flotta ai propri ordini; infine, quando nel 1820 l’Agamennon fu terminata, pagò ufficiali e funzionari turchi affinché ignorassero la stazza e l’equipaggiamento di questa nave.  
Il 13 marzo 1821, Laskarina fece issare sul pennone dell’Agamennon la bandiera greca e iniziò così la sua attività di rivoluzionaria.  
Il 23 settembre 1821, assistette alla caduta di Tripoli, nell’antica Arcadia e al massacro immotivato che i ribelli fecero dei musulmani e degli ebrei che da secoli abitavano in città. In questa circostanza, Bouboulina riuscì a far risparmiare alcune donne dell’harem di Hurshid Pasha, comandante e gran visir turco, forse per riconoscenza dell’aiuto ricevuto nel 1816 dalla Valide Sultan. A me piace pensare che l’abbia fatto per la sola motivazione di poter salvare altre donne. Non lo so né lo saprò mai. Quello che so è che, purtroppo, Laskalina, non poté vedere né la fine della guerra né la libertà della Grecia. Il 2 giugno 1825, mentre era a casa, durante un diverbio con la famiglia di Christodoulos Koutsis, la cui figlia era scappata con suo figlio, Georgios Yiannouzas, qualcuno si girò verso di lei e le sparò un colpo di pistola, che la colpì in piena fronte, uccidendola all’istante. 
Immagino, mia cara sorella, cosa tu stia pensando. Che, nonostante la mia affermazione iniziale sulle donne e la pace, io abbia parlato, invece, di guerra. Ebbene, non esistono a mia memoria conflitti che siano nati per volontà, cecità, avidità, stoltezza di donna. Quando abbiamo scelto le armi e non la pace è stato perché costrette, dai tempi, dalle circostanze, dalle motivazioni, dalla cultura tutta maschile che ancora ci governa e sovrasta.  
Sono convita che quando saremo libere, completamente libere, pulite e consapevoli, non ci sarà più nessuna guerra. Sarò forse un’illusa, ma il mio nome racconta questa storia qua. 

Prima di salutarti, ovviamente, devo lasciarti la ricetta del nostro pane. La Pita greca, che a differenza del pane arabo è lievitato, si fa con 350 grammi di farina, quindici grammi lievito, un  cucchiaino di sale, due cucchiaini di zucchero, due cucchiaini di olio extravergine di oliva, 150 millilitri latte e 100 di acqua tiepida.  
In una ciotola ampia, versa la farina, il lievito, il sale e lo zucchero. Lentamente inizia ad aggiungere l’acqua, il latte e l’olio. Dovresti ottenere un impasto morbido che si stacca dai bordi della ciotola. Lascialo riposare in un luogo tiepido fino a che sia raddoppiato di volume. A lievitazione terminata, infarina leggermente la superficie del panetto e taglialo in sei pezzi. Usando un mattarello, stendi sul piano di lavoro ciascun pezzo fino a ottenere un cerchio dalla circonferenza di circa venti centimetri con cinque millimetri di spessore. Gira la pasta in senso orario per perfezionare la sua classica forma rotonda. Infine, segnala delicatamente con un coltello o con una forchetta. 
Riscalda ora una padella, spennella con un po’ di olio d’oliva e cuoci il pane a fuoco medio per circa tre minuti. 
Tutto qui.  
Adesso devo davvero congedarmi. La luna sta finalmente addolcendo il cielo e la mia ancora freme per essere salpata. 
Io ed Elena ti salutiamo, insieme a tutte le donne di Grecia. Che possa davvero un giorno giungere il nostro tempo e, con esso, la pace.  
Antío kai kalí týchi».

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.


 

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