Editoriale. Una chiusura lampo che corre sui binari

Carissime lettrici e carissimi lettori,
«per rinascere…devi prima morire». Stupendi gli incipit dei romanzi! Entrano
nella testa e nel cuore e ti formano per la vita. Tra gli inizi storici della
Letteratura mondiale chi non ha memorizzato, infatti, quello che apre Anna
Karenina, il grande romanzo del russo Lev N. Tolstoj! Ve lo ricordate? «Tutte
le famiglie felici sono felici allo stesso modo. Ogni famiglia infelice è infelice a
modo suo». Diventano proverbi, lezioni e soluzioni.
Lo scrittore indiano, naturalizzato inglese, Salman Rusdhie (classe 1947, nato
a Mumbay) ha ricevuto il 12 agosto di quest’anno le coltellate stabilite per lui
il giorno di San Valentino, il 14 febbraio del 1989, dall’ayatollah Khomeini,
allora capo politico e spirituale dell’Iran, che ne decretava con una fatwa
l’uccisione e premiava la mano che l’avrebbe eseguita con ben 3 milioni di
dollari, così come si era detto.
«Per rinascere…devi prima morire». È l’inizio del libro dell’inquisizione
islamica. Si intitola I Versi satanici, come è ormai risaputo, ma, al contrario,
molti sono quelli che hanno odiato lo scrittore, che ne parlano manifestandosi
offesi e offese (speriamo siano poche le donne, ma ci saranno) senza mai
averne letto una frase, ma solo dando più copie possibile alle fiamme, come i
roghi del centro Europa di tanti anni fa, forse ancora e ancora duplicati nel
mondo.
Il libro è ironico e rispecchia lo stile fantastico e carico di magia di tutta
l’opera dello scrittore subcontinentale. Parla di versi davvero presenti nel
Corano, ma già lì indicati come dettati dal demonio che fa dire al profeta
Maometto di tre donne che chiama figlie di Allah. 
Questo libro ha causato tanto sangue già prima dell’accoltellamento di
venerdì scorso del suo autore, mentre si preparava a parlare in una
conferenza durante un festival letterario nello Stato di New York. L’odio e il
fanatismo hanno causato morti e feriti. Hitoshi Igarashi, il traduttore
giapponese, venne ucciso a pugnalate a Tokyo nel 1991. Sempre nello stesso
anno l’italiano Ettore Capriolo, anche lui traduttore de I versi satanici,
dopo una telefonata ricevette a casa una persona che lo accoltellò e picchiò,
insistendo per sapere l’indirizzo dello scrittore indiano. Nel 1993, William
Nygaard, editore norvegese, fu ferito a colpi di pistola vicino a casa a Oslo. A
salvare Rushdie negli Stati Uniti il 12 agosto l’intervento di un poliziotto e di
alcuni spettatori che hanno contenuto almeno in parte la furia
dell’aggressore. 
«Dobbiamo fare in modo che all’autore dei versi satanici venga assegnata la
più alta delle onorificenze. Dobbiamo far sì che a suo nome, quest’anno,
ovvero tra poche settimane, gli sia assegnato il premio Nobel per la
letteratura. Non riesco a immaginare, oggi, nessun altro scrittore che abbia
l’audacia di meritarlo più di lui», scrive il filosofo francese Bernard-Henri
Lévy in un intervento su un quotidiano.

Purtroppo proprio dall’Iran, da dove è partita la Fatwa contro Salman
Rushdie, ci arriva una notizia terribile che rimette al centro il gravoso
problema delle spose bambine e dei matrimoni combinati. Come le tante
storie violente simili a quella di Saman Abbas, la ragazza di origine pakistana
scomparsa nel nulla, proprio un anno fa, nelle terre poco lontane da Reggio
Emilia, ma per la quale si suppone un femminicidio in piena regola, avendo
Saman negato ai genitori un matrimonio combinato.
Una ragazzina, Soheila Abad, data in sposa bambina (aveva appena 10 anni!)
è stata impiccata pochi giorni fa in Iran, perché aveva ucciso il marito molto
più grande di lei. Nello stesso giorno sono state giustiziate altre due donne e
per lo stesso motivo. «L’ennesima prova che la piaga delle spose bambine non
è riconosciuta dal sistema giudiziario iraniano, – scrive in proposito Daniele
Zappalà – neppure come attenuante. Lo stesso vale per il flagello delle
violenze domestiche. Il dramma di Soheila non è un caso isolato quando
s’osserva più da vicino lo stillicidio di vite annientate su decisione d’un
tribunale iraniano in questo 2022. Nel primo semestre sono già 251 le
esecuzioni nelle carceri, fra cui almeno 10 casi di donne, secondo l’Ong Iran
human rights, che avanza pure la stima di almeno 164 donne mandate al
patibolo fra il 2010 e il 2021. Fra le giustiziate in carcere per impiccagione,
continuano a ripetersi i casi di donne condannate per l’omicidio del marito a
seguito di matrimoni forzati, ma anche di violenze domestiche reiterate. Sono
percorsi di sofferenza al femminile che i tribunali iraniani tendono spesso ad
occultare dietro formule generiche ed edulcorate come «litigi familiari»,
secondo le Ong che denunciano le discriminazioni d’ogni tipo delle donne nel
Paese. Le stesse organizzazioni additano i casi frequenti di processi irregolari
e l’opacità delle esecuzioni in carcere. L’analisi del fenomeno richiede spesso
una laboriosa raccolta di testimonianze d’altri prigionieri, di familiari di
condannati e altre fonti non ufficiali. Per questo, secondo Amnesty
International e un’ong iraniana partner, il Centro Abdorrahman
Boroumand, le cifre sono quasi certamente sottostimate (Avvenire, 30 luglio
2022).

Come dimenticare, parlando di oltraggio alle donne, le sorelle afgane che in
questi giorni sono di nuovo scese in strada, a un anno dal ritorno dei Talebani
al potere? Sono tornate in strada coraggiosamente e senza la copertura totale
del burqa, questa volta a Kandahar, la città senza donne, come è stata
denominata per la sua presenza ossessiva degli studenti delle Madrasse, della
Sharia, la legge di stampo conservatore dell’Islam.
Le loro storie sono tante e tragiche come il loro coraggio. C’è quella di
Habebe, giovanissima, che fa l’ostetrica, seppure la venuta dei talebani al
potere le ha interrotto gli studi che stava per terminare. Habebe lavora gratis
e tutti i giorni affronta (è il caso di dirlo) la strada con la forza di una donna
che non vuole rinunciare ad essere una persona e si rifiuta di diventare una
sorta di oggetto dietro la spessa stoffa degli abiti imposti. Cammina verso
l’ospedale più in fretta che può modulando lo spazio del vestito intorno alle
gambe in modo da concedere più spazio al suo passo. Commenta così la sua
personale, fisica e quanto mai realistica visione del mondo: «Il primo a
scomparire è il contesto. Puoi guardare solo davanti, non vedi che cosa accade
intorno a te. Poi, si affievolisce l’immagine frontale. I contorni si offuscano. La
rete mescola colori e forme. Infine sparisci anche tu». Questo è lo sguardo dal
burqa! La sua voce, racconta chi ha raccolto questa frase, fluisce attraverso il
cotone azzurro del burqa. Impossibile intuirne i lineamenti. Habebe è in
effetti «un involucro di stoffa che cammina, a volte a fatica, sulle vie di pietra
di Kandahar».
C’è la storia Juliah che protesta notando l’assenza del mondo circostante: «La
comunità internazionale ci ha tradito, ci ha abbandonate – accusa Juliah – e
l’Unama (l’agenzia Onu per l’Afghanistan) non fa nulla. Abbiamo incontrato
due volte il rappresentante Onu per i diritti umani, e anche l’ambasciatore
europeo, e tutti ci hanno detto di avere pazienza, di aspettare, di dialogare
con i talebani e convincerli a cambiare le nuove regole. Ci hanno detto che il
futuro è nelle nostre mani!».

Le donne afgane in effetti sono sole. Non hanno neanche il diritto di
pregare. Le moschee neppure il venerdì sono luoghi per donne. Non ci sono
le donne: «Quando, a mezzogiorno, il canto del muezzin vibra nell’aria
torrida del Sud afghano, il caos apparente si trasforma in una fila ordinata di
uomini. Con un gesto, stendono i tappeti sull’asfalto bollente. I corpi si
piegano all’unisono, ripetendo i gesti rituali. Sembrano un’unica entità,
rigorosamente maschile». Ritorna nei racconti di oggi l’era triste dei Mille
splendidi soli.
Qui la situazione è diversa e non si possono certo fare paragoni. Ma la parte
femminile della società non vive, rispetto a quella maschile, nel migliore dei
modi possibili. In un articolo diffuso su NoiReteDonna Flavia Amabile ci
informa che «l’Italia a luglio si è ritrovata al posto n.63, dopo Uganda e
Zambia, per i divari salariali. E – continua – in base ai dati di due giorni fa
(l’articolo è apparso su La stampa il 18 agosto ndr) i femminicidi sono
aumentati del 15 per cento». Ora secondo l’autrice bisogna aspettare se e quali
promesse messe a punto dai partiti si realizzeranno a elezioni compiute «ma
– lamenta ancora – le donne non sono in cima all’agenda». Per non parlare
poi del fraintendimento osceno, nel suo significato primario di fuori dalla
scena, del termine femminismo confuso con un atteggiamento, un agire di
una donna, unicamente perché tale. Non è così semplice. Se il metodo e l’agire
è maschilista, il Paese può essere governato da una donna, ma rimanere una
nazione di stampo patriarcale.

La poesia di oggi vorrei fosse allegra e, come è stato per me, vi portasse una
ventata di freschezza e di novità. Devo ringraziare un’amica che ricordandomi
un’altra amica mi ha indicato il nome di Valentino Zeichen nato a Fiume nel
marzo del 1938 e morto a Roma il 5 luglio del 2016. A Roma il poeta,
fuoriuscito da Istria con i genitori e dopo una breve permanenza in Emilia,
era famoso per abitare in una casa-baracca, sulla via Flaminia, al civico 86,
proprietà del comune e oggi per volontà della figlia Marta e in collaborazione
con la facoltà di Architettura de La Sapienza sede della Casa del poeta. Un
artista che voleva vivere in coerenza estrema con il suo pensiero. Di lui ha
scritto la poeta e docente, da poco scomparsa, Annamaria Frabotta: «Chi non
intende la differenza che esiste fra un poeta intelligente e un poeta
dell’intelligenza, legga la raccolta completa delle poesie di Valentino Zeichen
[…]. Zeichen scrive come vive, e viceversa. Il che, a un secolo di distanza da
D’Annunzio, può fare anche notizia. E notizie della sua insolita biografia non
ne son mancate, a causa della ghiotta curiosità dei media che ancora non
cessano di tributare incensi al personaggio, trascurando il poeta che è oggi in
Europa, io credo, uno dei più originali e duraturi».
Valerio Magrelli lo ha definito «un poeta dandy e passionario» e anche «un
orologiaio della parola». Dalla solitudine e squallore della Casa di correzione
di Firenze, dove fu messo perché senza madre e con il padre giardiniere che
non poteva occuparsi di lui, si salvò con i libri: Cechov, Balzac, Salgari e
soprattutto i poeti surrealisti. «Che parli del big bang o di un amore, che
evochi un amico o parli di guerra, egli imbastisce sempre un complicato
congegno dimostrativo, una piccola macchina logica tramite cui esibire
acquisizioni di tipo cognitivo. In alternativa, ecco esplodere veri flash visivi,
come quando, per esempio, definisce il treno «una chiusura lampo che fila sui
binari» (Magrelli).


Nel tagliarmi le unghie dei piedi
il pensiero corre per analogia 
alla forma della poesia;
questa pratica mi evoca
la fine perizia tecnica
di scorciare i versi cadenti;
limare le punte acuminate,
arrotondare gli angoli sonori
agli aggettivi stridenti.
È bene tenere le unghie corte
lo stesso vale anche per i versi;
la poesia ne guadagna in igiene
e il poeta trova una nuova Calliope
a cui ispirarsi: la musa podologa.
(La poetica, in Neomarziale)
Buona lettura a tutte e a tutti.

È il momento di presentare gli articoli di questo numero, iniziando da Corsi e
concorsi. L’identikit imperfetto dell’insegnante competente
, che affronta la
soluzione governativa del cosiddetto “docente esperto”, suggerendo le sette
caratteristiche irrinunciabili che molti/e docenti, precarie/i e non, oggi hanno
nella scuola e che purtroppo non trovano alcuna valorizzazione. Sette punti
che in realtà «hanno lo spessore di giganti», come scrive l’autrice. Di altri
giganti, le montagne di Gressoney, ma non solo, ci racconta una delle
recensioni di questo numero, La birra è donna, in cui conosceremo la saga
familiare dei Menabrea, produttori di birra dal 1846.
Di un argomento di attualità che fa oggi molto discutere ci parla questo articolo: Afghanistan, un anno dopo.
Continuano le nostre serie: La metà dell’arte. Münter e Schmidt è il secondo
articolo di quella che illustra le sedici protagoniste a cui sono dedicati i
pannelli della mostra La metà dell’arte, aperta a Tivoli, nel palazzo della
Procura della Repubblica, mostra che è stata presentata nel n.178 della nostra
rivista.
La virtuosa e il mostro. La vergine indaga sul concetto di onore per una
donna, legato da sempre alla illibatezza. Sulle vie di Prato. Clara Calamai,
attrice
è la passeggiata toponomastica di questo numero, che ci avvicina
all’indimenticabile protagonista di Ossessione; per Viaggiatrici del Grande
Nord continuiamo a seguire l’esploratrice che abbiamo imparato a conoscere
nello scorso numero in Tra esplorazione e turismo. Stefania Türr verso le
isole Svalbard
. Donna vs toro. La corrida al femminile
ci farà incontrare
donne coraggiose che hanno osato cimentarsi tra mille pregiudizi e difficoltà
in una attività da sempre ritenuta prerogativa maschile. Questa settimana
presentiamo donne eccellenti nei campi in cui si sono distinte: Charlotte
Cooper
, l’apripista del tennis femminile alle Olimpiadi e la donna di
Calendaria, nell’articolo Naziha Mestaoui. Unire natura e tecnologia
attraverso l’arte che ci descrive un’artista tunisino-belga, prematuramente
scomparsa, che è riuscita a diffondere il suo credo ambientalista attraverso
installazioni e opere geniali.
Torneo letterario di Robinson. Aggiornamenti e nuove proposte è il quinto
appuntamento imperdibile a cui il gruppo di lettori e lettrici seriali di
Vitaminevaganti ci ha abituate/i e che recensisce i dieci libri letti in questo
ultimo periodo. Sono passati 150 anni dalla nascita della nostra unica Nobel
per la letteratura e l’autrice di Festeggiati a Nuoro i 70 anni del premio
letterario Grazia Deledda ce ne racconta la storia e l’ultima edizione.
«Là dove si è ancora restii/restie ad accettare parole al femminile nella lingua
si nasconde un tradizionalismo maschilista di fondo che non vede allo stesso
modo uomini e donne». Lo scrive e lo dimostra recensendo un importante
saggio l’autrice de L’uso della lingua nello sport femminile. Il calcio.
Tempo d’estate, tempo di vacanze. Tour gastronomico fra polente e rifugi
della Val di Fassa
è una guida attraverso i diversi modi di cucinare la polenta
nei rifugi di una delle più belle valli dolomitiche. E per finire una ricetta
gustosa, ricca di sali minerali: Pasta con crema di peperoni. Buon appetito a
tutte e tutti.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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