La metà dell’arte. Münter e Schmidt

Continuiamo la serie di articoli che illustrano le sedici protagoniste a cui sono dedicati i pannelli della mostra La metà dell’arte, aperta a Tivoli, nel palazzo della Procura della Repubblica, curata da Toponomastica femminile, nell’ambito di un progetto finalizzato alla sensibilizzazione sul tema del contrasto alla violenza. E continuiamo con l’espressionismo, stavolta figurativo, che descrive un moto dall’interno all’esterno, moto che, partendo dall’anima dell’artista, va a influenzare, spesso a distorcere, la realtà. La volontà di esprimere tensioni, stati d’animo e sentimenti si manifesta in questa corrente attraverso la violenza del colore, la sintesi della forma, l’incisività del segno. L’espressionismo degli inizi del Novecento ebbe la sua culla in Germania e tedesche sono le due artiste che lo rappresentano nella mostra, entrambe cariche di intensa emotività, anche se diverse nel linguaggio che in una si fonda sull’uso di colori violenti e innaturali, nell’altra su linee dure e spezzate in campi dominati solo dal bianco e nero.

Gabriele Münter (Berlino, 1877-Murnau am Staffelsee, 1962)
Donna audace, moderna e dalla mente aperta, Gabriele Münter ha amato sperimentare il nuovo che avanzava senza porsi freni; ha vissuto oltre le rigide convenzioni che la società le imponeva, è stata fotografa, pittrice, collezionista.
Nata in una famiglia dell’alta borghesia tedesca, alla morte di entrambi i genitori, insieme alla sorella ereditò un’ingente somma di denaro che permise loro di viaggiare e di avere una vita libera e indipendente. Dopo due anni passati viaggiando per l’America, a Monaco studiò scultura e pittura; qui conobbe Kandinskij, di cui fu allieva e compagna per dodici anni, anche se Kandinskij era sposato. Fu un’unione vissuta tra litigi e dissapori; insieme viaggiarono molto, fino ad arrivare in Nord Africa, e si innamorarono della piccola città di Murnau nel sud della Baviera, casa dipinta più volte da entrambi, che in seguito Gabriele acquistò e dove trascorse gran parte della sua vita.

Casa russa in Murnau, 1931 – Gabriele Münter

Dipingendo paesaggi, Gabriele sottolineava la natura con tratti fantasiosi e in opposizione al modernismo imperante: i suoi paesaggi sono insoliti, ricchi di blu, verde, giallo e rosa. Il colore gioca un ruolo importante nelle sue opere ed è utilizzato per evocare sentimenti, mettere a nudo l’anima: è pittoresco, invitante, fantasioso.

Blue mountain, 1908 – Gabriele Münter
Village Street in Winter, 1911 – Gabriele Münter

Eppure tutti la consideravano come la giovane “fidanzata” di Kandinskij e nulla più. «Che io dipingessi era un fatto secondario […] Agli occhi di molti sono stata solo un’appendice insignificante […] Che una donna possa avere un talento autonomo e sia un essere creativo, lo si dimentica volentieri».
Aperta alle novità, iniziò a usare il vetro come supporto per i suoi lavori, dipingendolo dal retro e ben presto incoraggiò lo stesso Kandinskij a usare questa tecnica. Con lui e con Marc condivise le esperienze del Blaue Reiter. Nel frattempo, Kandinskij stava progressivamente passando all’astrazione: lei vi si accostò in qualche opera ma ammetteva, scrivendogli, che l’astrazione «è cresciuta intimamente in te, è cosa tua; in ciò io non prendo parte». Gabriele e Vasilij ruppero nel 1916: lui si innamorò di Nina Andreevskaja e la sposò. Per Gabriele fu un brutto colpo. La separazione divenne subito anche artistica. Durante il periodo bellico, nascose, murate nella cantina della sua casa, tutte le sue opere assieme a quelle di Kandinskij e degli altri membri del Der Blaue Reiter, messe al bando dai nazisti. Donò poi l’intera collezione a un museo di Monaco di Baviera.
La feconda attività della Münter ha prodotto circa duemila dipinti, centinaia di disegni, acquerelli, stampe e ben mille e duecento fotografie. I ritratti sono più di duecentocinquanta, per lo più a soggetto femminile, immagini cariche di intimismo e di soggettività, e sono per lo più risalenti al periodo precedente la Grande Guerra, ovvero tra il 1908 e il 1909. Donne immerse nella lettura, intente a leggere, scrivere, fumare, sognare a occhi aperti, avvolte in bluse dai colori accesi vorticano in un universo di case brillanti, paesaggi d’inverno, interni domestici.

Ritratto di Marianne von Werefkin, 1909 (sinistra), Ritratto di Wassily Kandinsky, 1910 (destra) – Gabriele Münter
La lettera, 1917 – Gabriele Münter
Ritratto di ragazza, 1908 – Gabriele Münter
Autoritratto, 1934 – Gabriele Münter

Nelle sue opere trovano posto anche gli oggetti dell’artigianato bavarese che amava collezionare.

Käthe Schmidt (Königsberg, 1867-Moritzburg, 1945)
Käthe Schmidt fece parte del movimento artistico Secessione di Berlino, un movimento espressionista che rappresentò la realtà tragica dell’Europa attraverso segni incisivi e violenti, rinunciando a ogni forma di eleganza e chiarezza.
Fin dalla sua adolescenza si dedicò agli studi artistici e a Berlino frequentò una scuola d’arte aperta alle ragazze. Nel 1891 sposò Karl Kollowitz, medico socialista, da cui ebbe due figli, Hans e Peter.
L’arte grafica divenne il suo mezzo espressivo preferito, e le tematiche sociali il suo argomento, col quale documentò le ingiustizie sociali e le condizioni degli “ultimi”, degli emarginati. Per questo non ebbe vita facile e fu considerata una sovversiva. A Parigi conobbe Rodin e imparò a scolpire. Nel 1896 creò una serie di tre litografi, Povertà, Morte, Cospirazione, e tre dipinti, Corteo dei tessitori, Rivolta, La fine, subito dopo essere stata ispirata da un’opera teatrale I tessitori riguardante l’oppressione dei tessitori della Slesia.

La marcia dei tessitori, 1897 – Käthe Schmidt

Nel 1907 vinse un premio artistico che le garantì la permanenza a Firenze per un anno. Nel 1919 entrò all’Accademia delle Arti di Prussia, prima donna a far parte di questa istituzione, e ricevette il titolo di Professore. Più tardi, nel 1928, ottenne la direzione della specializzazione in grafica.
Il secondo maggior ciclo di litografie, realizzato tra il 1902 e il 1908, La guerra dei contadini tedeschi, è riferito all’evento storico omonimo avvenuto nel sud della Germania a partire dal 1525.

I Prigionieri, dal ciclo La guerra dei contadini, 1908-1921 – Käthe Schmidt

Il suo secondo figlio Peter partì volontario per il fronte a diciotto anni, in aperto contrasto con i genitori. Pochi mesi dopo la sua partenza morì in guerra e per Käthe cominciò un periodo di profonda depressione, e di inattività; nella guerra riconosce ora solo follia omicida, distruzione e disumanizzazione.
Vittime della guerra non sono soltanto i giovani, ma anche tutte le persone che la guerra ha reso orfane, vedove, affamate e senza lavoro.
Il ciclo La guerra si compone di sette xilografie eseguite nel 1921-22: ora lei sente non solo il dolore suo, ma quello di tutte le mamme che hanno perso i loro figli. Si tratta di stampe da legno inciso, una tecnica espressiva essenziale, che più dell’acquaforte lascia un segno sintetico, duro, drammatico, e riesce a rendere il dolore nel contrasto del vuoto e del pieno, del bianco e del nero.

Le madri, dal ciclo La guerra, 1921-22 – Käthe Schmidt
I sopravvissuti, dal ciclo La guerra, 1921-22 – Käthe Schmidt
Vedova, dal ciclo La guerra, 1921-22 – Käthe Schmidt

Nel 1924 il manifesto Mai più guerra! è una protesta contro il militarismo, resa dal giuramento di un giovane con un braccio alzato e una mano sul cuore.

Mai più la guerra, 1924 – Käthe Schmidt

Il gruppo scultoreo I genitori addolorati, iniziato nel 1919 e terminato nel 1932, ora nel cimitero di guerra tedesco a Vladslo, raffigura in due enormi statue di granito un padre e una madre come due blocchi di dolore.

I genitori addolorati – Cimitero di guerra tedesco, 1932-Vladslo – Käthe Schmidt

Nel 1943 lasciò Berlino, quando la popolazione fuggiva per via dei bombardamenti, riparò, a Moritzburg, dove morì due settimane prima della resa tedesca, il 22 aprile del 1945.
Queste le sue ultime parole: «Ecco il mio testamento: le sementi non devono essere macinate. Mai più guerra».

***

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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