Tra esplorazione e turismo. Stefania Türr verso le isole Svalbard

Fra le viaggiatrici italiane al nord Stefania Türr è la prima a spingersi fino all’arcipelago delle Svalbard (al tempo note ancora come Spitzbergen); è anche la più desiderosa di ritrarsi come un’esploratrice, piuttosto che, più semplicemente, come una turista. Per questo il suo resoconto propone un’esperienza originale verso il limite estremo d’Europa, anche se in questa avventura eccezionale non mancano lo svago e il riposo. Nel rivolgersi a chi legge l’autrice promette, quasi impone, un resoconto estremamente dettagliato: «il lettore si rassegni a venire meco […] senza saltare né un fjord, né un sund, e nemmeno un isolotto roccioso, piccolo quanto un granellino di sabbia»; perciò le sue immagini oscillano dal pittoresco di una natura rilassante al sublime di paesaggi inquietanti, in uno stile che alterna realismo a sollecitazioni emotive. Il percorso di Türr inizia più a nord rispetto a quello di altre viaggiatrici: la navigazione parte da Trondheim e raggiunge il limite estremo dell’arcipelago delle Svalbard per sostare, sulla via del ritorno, alle isole Lofoten e sulla costa norvegese. Già la prima zona visitata, intorno ai Vestfjorden, la sorprende per la sua imponenza, ma i paragoni con località montane o mediterranee aiutano chi legge a riconoscere elementi noti e orientarsi in un ambiente sconosciuto, altrimenti ostile: le montagne «mi strappano un grido di ammirazione tanto sono maestosamente belle con le loro cime dentellate come le nostre Dolomiti, mentre al basso sono levigate ed arrotondate dal lento lavorio dei ghiacciai». Invece sulla via del ritorno prevale la dolcezza del paesaggio: Balholm è «un posto ideale, un vero giardino e frutteto»; grazie al clima, straordinariamente mite, Molde è la «Nizza norvegiana» in cui prosperano «l’acero, il frassino, il faggio, la betulla, il castano, il tiglio […], il ciliegio dà dei frutti piccoli ma saporiti; la rosa vi fiorisce in tutte le sue varietà più delicate, il caprifoglio si arrampica fin sul tetto delle case». I fiordi del sud sintetizzano queste differenze: il Sognefjord è rilassante, «addomesticato» dalla presenza del turismo, ma quando la navigazione procede «i contrasti diventano stridenti; il grazioso è alternato al severo, il bello all’orrido, il sorridente all’arcigno. La vegetazione ora è quasi tropicale, ora è artica addirittura. Così il clima: in certi punti è caldo, afoso come il nostro mezzogiorno, in cert’altri semplicemente glaciale […] tutto si serra intorno a noi. […] Qui sì è il caso di dire: ‘Lasciate ogni speranza’». Il più opprimente è però il Geirangerfjord, «il più stretto corridoio marino della Norvegia» dove «mi sento soffocare tra due strette pareti di muraglie e abbiamo l’abisso sotto di noi. È scomparsa la Svizzera, il polo ha ripreso il suo potere».

Imbarcazione al largo delle isole Lofoten

In mare aperto le immagini naturali più impressionanti sono quelle dell’arcipelago delle isole Lofoten, dove la crociera sosta al ritorno dall’estremo nord: all’avvicinarsi «la bellezza austera della natura ci ha fatto sobbalzare». Il sublime si manifesta nel «mare infuocato», dove le montagne, il cui aspetto «stordisce», sono «picchi dentellati, aguzzi ed affilati come punte di coltelli […] pareti verticali dietro le quali mugola l’Oceano […] raggiungono altezze impressionanti. Tutto ciò che si può immaginare con la più fervida fantasia è niente in confronto alla realtà che ci rapisce rendendo muti anche gli scettici e i loquaci. È come una magia. L’atmosfera si è fatta di una trasparenza quasi incomprensibile». Altri giudizi su località famose sono invece estremamente riduttivi: la cascata di Lerföss «non è un gran che»; il massiccio di Torghatten è «un deserto di pietre»; il paesaggio montuoso della Norvegia centrale è suggestivo, «grandioso ma non severo», privo della solennità dell’area artica che l’autrice ha conosciuto in precedenza. Neppure la salita verso Capo Nord la entusiasma: «percorrendo un sentiero poco comodo, munito di corda» si raggiunge «questa roccia di schisto nero tutto crepacci [che] a me non dice niente», afferma lapidaria. Quando descrive la vita a bordo il discorso narrativo di Türr si concentra sulle attività, organizzate per intrattenere l’élite benestante che certamente desidera esplorare e osservare, ma anche svagarsi: cene eleganti, musica e danze allietano una navigazione spesso monotona ed è soprattutto Marzia, la giovane figlia dell’amica Cornelia, ad approfittarne.

Un evento speciale, l’arrivo di Nettuno al passaggio del Circolo Polare, è descritto invece sinteticamente, senza grande partecipazione: «A colazione il capitano Loose legge un telegramma. Noi abbiamo una stretta al cuore temendo che, causa il cattivo tempo, non si possa più andare allo Spitzberg, ma fortunatamente non si tratta che dell’arrivo di ‘Nettuno’ che c’invita a recarci in coperta dopo aver mangiato. […] Ci serriamo intorno a ‘Nettuno’ che tutto bagnato e coperto di alghe marine ci chiama ad uno ad uno per nome, e ci rimette un diploma che ci permette l’ingresso nel suo regno, augurandoci il ben venuto».

Paesaggio delle isole Svalbard

È l’approdo alle isole Svalbard a rappresentare il culmine dell’avventura di Türr. La sua descrizione della meta è molto dettagliata e corredata da numerose fotografie, allo scopo di comunicare visivamente a chi legge ogni particolare, per permettere la condivisione sia razionale sia emotiva.

Un aspetto avventuroso del viaggio è la competizione fra le navi da crociera verso la banchisa polare, il pack, per superare il record di 81°11’ di latitudine, imbattuto dal 1906. L’ambiente circostante è straordinario: gli «iceberg a forma di conchiglie» e quelli «lisci e lucenti come diamanti» o simili a «caverne di alabastro» sono accompagnati da alcune foto dell’autrice che, data la tecnica dell’epoca, purtroppo mancano di efficacia. Il tono è ancora una volta enfatico ed evidenzia sia l’eccezionalità dell’impresa sia la «grandiosità» della natura: «Qui l’uomo non può profanare: il suo orgoglio si frantuma ai piedi di questi ghiacciai che l’Oceano lambisce continuamente e che egli non può né varcare né sondare… L’impotenza della materia uomo si rivela in tutta la sua misera deficienza di fronte alla tremenda e maestosa potenza della natura. Come tutto diventa piccolo nell’immensità di questa solitudine sconfinata!».

L’esplorazione dell’arcipelago costituisce il culmine dell’esperienza nella wilderness scandinava, che mostra il suo aspetto più grandioso e «folgorante». Il mondo delle emozioni è costantemente collegato a quello reale: l’autrice ammira «il ghiacciaio illuminato dal sole, che sembra impolverato d’oro. Lo spettacolo ha del fantastico e si rimane come storditi, mancano le parole per esprimerci […] non vogliamo che vedere, vedere, vedere, con gli occhi, con la mente, con l’anima e col cuore». L’emozione è quindi un’esperienza collettiva, che tutti i presenti condividono senza distinzione di sesso o nazionalità; Türr non può trattenere il suo entusiasmo per il contrasto fra la terra nera e le «immense distese di ghiacciai dai riflessi azzurro dorati», mentre la navigazione procede «su uno smeraldo liquido circondato da montagne di opale, tanto è verde il mare e tanto è cangiante la tinta dei ghiacciai […] alcuni viola, altri azzurro perlaceo». Anche la permanenza a terra consente di vivere esperienze straordinariamente avventurose: si può entrare nella miniera di Long Year City [oggi Longyearbyen] con le stesse modalità dei minatori, in «un carrello senza alcun riparo, attaccato ad un canapo piuttosto logoro […] con una pendenza dell’80%». Le condizioni interne confermano l’audacia di questa impresa: le gallerie sono gelide, con le pareti coperte di ghiaccio, i pericolosi fili elettrici in rame sono senza protezione, i binari a terra ostacolano il passaggio e solo arrivando in fondo si può assistere all’estrazione del carbone. La partenza dalle Svalbard è vissuta con grande malinconia; tornano i toni lirici, che ricordano l’Addio ai monti della Lucia manzoniana: «Addio luci indescrivibili, visioni indimenticabili, addio».

Abbandonata la fase esplorativa del viaggio, le escursioni verso l’interno norvegese sono progettate per il riposo: nella valle dell’Isterdal si trovano «alberghi assai civettuoli» e le kariöl, le piccole carrozze che affrontano le impervie montagne, sono descritte come «giocattolini», «scatoline»; nel paesaggio si riconosce quello alpino: tra giardini fioriti e campi di orzo e segale la strada attraversa ponti primitivi «gettati alla buona» sugli abissi. Tra le mete più frequentate, dove si concentrano i visitatori stranieri, c’è Voss, che da pochi anni si raggiunge comodamente in treno. Qui le tre viaggiatrici si fermano per alcuni giorni e, durante «gli ozi di Voss», hanno occasione di visitare le gaard, fattorie semplici ma ordinate e pulitissime, con pavimenti lucidi e un balcone protetto dal tetto, dove «d’inverno si fa passeggiare i bambini perché prendano una boccata d’aria, d’estate si contempla le belle notti bianche». Non manca mai una camera «dei forestieri, ben arredata», completa di letti e uno scrittoio; c’è perfino il telefono, che collega la baita al mondo. In alta montagna si trovano le soeters, «capanne alpine divise in due parti: la prima serve da dimora ai pastori, la seconda è adibita a vaccheria». In questi alpeggi vivono insieme ragazzi e ragazze, che impiegano il loro tempo libero nella lettura e sono abituati a un’assoluta e innocente promiscuità.

Sole di mezzanotte a Christiana

La lunghezza frastornante del giorno nordico rappresenta una costante di tutto il viaggio: si evidenzia già a Christiania, quando «alle undici di sera passeggiamo come se fosse pieno giorno», ma aumenta durante tutto il percorso a nord ed è sottolineata soprattutto dai lunghi tramonti, con i loro colori, che invitano a riflessioni più approfondite: «[i tramonti] lasciano pensosi, con una grande nostalgia nell’anima, con un desiderio infinito di sondare il mistero che c’è oltre la striscia luminosa che sta sull’orizzonte ed è tutta circondata da colori vivi e nello stesso tempo freddi. Comincio a capire il tormento del Nord, sebbene, grazie al Cielo, non ne soffra» conclude, spostando l’attenzione dalla natura ai sentimenti che suscita e alludendo all’influsso esercitato dal clima, che rende le persone native malinconiche. L’autrice apprezza il contrasto della «luna discreta» che si riflette argentea nel lago, mentre sull’orizzonte ancora brillano i raggi infuocati del sole: «anche chi non è poeta lo diventa», afferma, benché poco dopo il suo spirito pratico non lasci spazio a eccessivi sentimentalismi: «Qui non si dorme più», conclude. Poco prima di raggiungere l’arcipelago delle Svalbard Türr assiste al primo, straordinario spettacolo del sole di mezzanotte, che la emoziona profondamente. Quando il sole compare fra la nebbia lo stupore ha il sopravvento: «Di fronte a noi brilla il sole in una fosforescenza di luci indescrivibili. Una linea netta si allarga all’orizzonte come una linea di demarcazione alla quale l’arcobaleno ha prestato tutti i suoi colori. Una cortina di nubi color violetto fa da corona all’astro d’oro, e si ha l’impressione come se al contatto dei raggi solari il violetto si liquefacesse, perdendo della sua intensità, e tingesse il mare d’un lilla pallido e trasparente da sembrare quasi irreale»; ancora una volta è evidente il suo sforzo di condivisione con chi legge. Infine, sulla via del ritorno, perfino una scrittrice determinata come Türr sembra riconoscere che questi spettacoli hanno dell’ineffabile: «siamo rimaste abbagliate da una luce così strana, così irreale, che finanche il cuore ne ha risentito. Questa luce artica, che non abbiamo visto nemmeno allo Spitzberg nel momento più emozionante dell’apparizione del sol di mezzanotte, ha qualche cosa di fantastico che turba l’anima. Uno si sente spossato come dopo una forte emozione provata. Descriverla? Impossibile. È una luce che si sente prima di vederla, come se tutto il fantasioso di essa penetrasse nell’anima e soltanto dopo, dalla luce interna, l’occhio venisse avvertito di quanto lo circonda». Una conclusione in cui chi scrive e chi legge tace, accomunato dalla stessa sensazione.

In copertina: fiordo appartenente alle isole Svalbard.

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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