La virtuosa e il mostro. La vergine

La costruzione dell’immagine della donna virtuosa ha come caratteristica principale ed imperitura la castità: resistente alla prova del tempo e comune a molte culture; fin da piccola la ragazza viene incoraggiata ad avere meno partner sessuali possibili, rimarcando l’importanza del primo rapporto con un solo uomo ― preferibilmente dopo una cerimonia che la legherà a lui e che darà legittimità e accesso al patrimonio della famiglia a tutti i figli e le figlie che avrà con quello stesso uomo, che dovrà rimanere unico nella sua vita finché morte non li separi. Il primo mestruo e la verginità sono due fattori importantissimi: il mestruo indica che la giovane è diventata adulta e fertile, quindi maritabile; e dal non aver mai avuto un rapporto sessuale prima del matrimonio dipende la possibilità di trovarle marito – in tempi in cui il cibo a tavola non era garantito ogni giorno una figlia sposata era una bocca che avrebbe sfamato qualcun altro.

Secoli di retorica sull’importanza della castità e sulla degenerazione e rovina di donne sessualmente libere hanno consolidato l’idea che dalla “maritabilità” di una ragazza dipendesse l’onore suo e, soprattutto, quello della sua famiglia: qualunque violazione dell’onore, fosse essa volontaria o meno, era frutto di severe punizioni. Sicuramente in molti e molte ricordano i tragici casi di donne brutalmente uccise dai loro stessi padri o fratelli anche solo per essere state accusate di aver perso la verginità fuori dal matrimonio e di essersi quindi rese impure agli occhi della loro società: succedeva nel modernissimo Occidente fino a pochi decenni fa, e succede ancora oggi in fin troppe parti del mondo. Divorzio all’italiana, una satira feroce sui rapporti fra marito e moglie e sui paradossi della legge nell’Italia pre-divorzio, mostra bene la mentalità in cui questi omicidi avvenivano. L’unico modo per la donna di salvarsi era il matrimonio con l’uomo che l’aveva deflorata, a prescindere se questo fosse avvenuto col suo consenso: solo così l’onore era riparato agli occhi della società; se l’uomo era per qualche motivo non disponibile, la donna era disonorata per sempre e di frequente emarginata da tutta la comunità. Ricostruire il processo che portò a far coincidere l’onore di una famiglia con la verginità delle figlie non è semplice: se si chiedesse oggi ai nostri genitori o nonni perché si arrivava a uccidere una ragazza che faceva sesso fuori dal matrimonio mentre la stessa castità non era richiesta ai maschi difficilmente si ottiene una risposta che va oltre il: «Se lo fa una ragazza, manca di rispetto alla famiglia».

Il regime di Mussoloni, traendo ispirazione dal mondo militare, fece del concetto di onore uno dei suoi capisaldi

Partiamo dalla definizione di onore: con questo termine si intende un riconoscimento sociale e individuale riguardo la propria reputazione, considerata in linea con i più alti valori morali di riferimento. Onore è sinonimo di rispettabilità, legato al concetto di gloria, e contrapposto alla vergogna. L’onore, secondo il filosofo William Lad Sessions, ha sei declinazioni: è conferito come premio; è riconosciuto per autorevolezza all’interno della società; è ereditato da una posizione sociale; è relativo ad un impegno portato a termine con successo o seguendo un determinato codice morale; è legato alla fedeltà verso un’altra persona; è privato e riguarda la propria coscienza. Fino a tempi recenti l’onore era strettamente correlato al mondo militare, alle imprese in battaglia e alle virtù legate alla responsabilità di essere un guerriero.

Quando l’onore di un uomo era violato l’unico modo per ripararlo era tramite un combattimento, spesso all’ultimo sangue, dove era imperativo vincere se si voleva salvare la propria reputazione – da qui derivano i duelli fra gentiluomini narrati fin dall’epoca medievale. Da questo deriva anche la percezione, ancora oggi in parte presente, che i membri dell’apparato militare siano quelli più onorevoli di una società e quindi meritevoli di rispetto, in virtù del fatto che hanno combattuto e rischiato le proprie vite al contrario di uomini che si sono dedicati ad altri mestieri, come la filosofia o la matematica, o le donne. Da quanto appena detto, si può facilmente intuire un legame fra il concetto di onore e la capacità di esercitare la propria volontà in vari modi senza subire rilevanti conseguenze: Machiavelli lo aveva già detto nel suo Principe che l’essere in grado di suscitare timore tramite l’imposizione del proprio volere era parte fondamentale della reputazione di un buon sovrano. Oggi, nel momento in cui  “onore” sembra un concetto legato al passato e ai racconti epici e i duelli all’ultimo sangue non sono più ammessi pena una condanna da parte dello Stato a tutte le parti in causa, questa mentalità è ravvisabile proprio dove lo Stato per qualche motivo non arriva: non solo nelle organizzazioni criminali come i cartelli sudamericani o la mafia, ma anche nella vita delle periferie abbandonate, negli scontri fra gruppi di giovani per regolare conti che hanno ben poco valore rispetto alle loro vite, o fra gruppi ultraprivilegiati che possono usare i loro soldi per rimanere impuniti. E non pare un caso che dove l’onore è considerato parte fondamentale del rispetto dovuto a un uomo la qualità di vita delle donne sia nettamente inferiore. Infatti, se queste sono le premesse dell’onore maschile, in un mondo androcentrico come si definisce l’onore femminile? Nelle società occidentali, per quanto sia importante tenere conto delle dovute distinzioni fra i diversi Paesi, è innegabile l’influenza delle culture mediterranee, perché l’antica Grecia e l’Impero Romano sono stati ideali di successo e ricchezza che ogni nazione occidentale ha cercato di imitare, portandone avanti i valori; è pertanto impossibile non parlare di onore e verginità in Occidente senza considerare queste due culture. 

Statua di Artemide con un capriolo, copia romana di originale ellenistico, Museo del Louvre

È ben noto che nell’antica Grecia le storie di guerrieri che si combattono all’ultimo sangue hanno riscosso un enorme e imperituro successo, al punto che quelle storie sono giunte fino a noi: Achille, Ettore, Odisseo, Aiace, Agamennone, Ercole, Teseo, gli Argonauti sono solo alcuni nomi di uomini le cui imprese sono state raccontate in tutto il Mediterraneo, ispirando giovani uomini a identificare in loro un modello di valori e onore. Ed è ben risaputo che molto spesso queste storie includono donne dalla vita sfortunata: talvolta stuprate e costrette a sposare il loro aguzzino, vendute dai loro stessi padri o ripudiate se a lui disobbedienti, vittime di presunti piani divini per partorire una progenie destinata alla grandezza. La verginità ha qui grande rilievo, essendo caratteristica fondamentale della purezza di una donna. “Pura” è un epiteto frequente di divinità importanti come Atena e Artemide – rinomate per la loro castità, e per questo rispettate e venerate. Euripide, quando fa dire ad Andromaca mentre piange sul corpo del suo Ettore che lui è stato il primo e unico uomo a cui si è unita, dà per scontati determinati risvolti riguardo il rapporto tra verginità e purezza che per il nostro tempo non sono così facili da cogliere: la verginità è ciò che caratterizza la ragazza non sposata, di frequente essa è accostata a epiteti come “indomata” – come a richiamare uno stato di libertà a cui il marito metterà freno per fare di lei una donna di società – e “inesperta di uomini”, la completa mancanza di conoscenza di qualunque cosa relativa al sesso; una inesperienza che può essere colmata solo ed esclusivamente dopo il matrimonio che deve avvenire il prima possibile, appena la ragazza ha avuto il primo mestruo.

Particolare di un vaso che illustra una giovane sposa che viene aiutata a prepararsi, 440-430 a.C. Atene, Museo Archeologico Nazio

Curiosamente, la popolazione greca non sembra dare molta importanza all’imene: mentre dalla civiltà romana in poi sarà questa sottile membrana a determinare la verginità di una ragazza e quindi la sua purezza, per quella greca si tratta di impedire che le donne abbiano anche solo la minima conoscenza del sesso. Non è certo mistero che ogni momento della vita di una donna greca, specie se nobile, fosse attentamente monitorato sia dai membri della sua famiglia che dalle divinità: Artemide, dea della caccia, ed Estia, dea del focolare domestico, entrambe vergini, vigilano sui primi anni di vita della bambina, quando essa è ignorante del sesso e quindi pura, finché non arriva il ciclo; a quel punto essa deve avere un marito, e nel nuovo ruolo sociale di moglie e soprattutto madre – quindi non più pura – passerà sotto la sorveglianza di Era, protettrice di mogli e puerpere, e di Afrodite, dea dell’amore. Per proteggere la purezza delle figlie viene attuata una decisa divisione degli spazi dedicati agli uomini, in genere in pubblico, e quelli dedicati alle donne, limitati all’ambiente domestico – anche se, si badi bene, in misura variabile da polis a polis: per esempio, le spartane godevano di molta più libertà delle ateniesi, e le donne dell’isola di Lesbo erano particolarmente indipendenti per l’epoca. Per giustificare questa divisione viene addotto che l’uomo è abbastanza intelligente e consapevole da mantenere autocontrollo e castità, mentre le donne sono troppo ingenue e semplici – alcuni autori non esitano a parlare di stupidità – per non necessitare di una guida maschile in ogni campo dell’esistenza. Le ragioni di questo rigido controllo sono abbastanza intuitive: non ci sarebbero stati dubbi sulla paternità della prole di una ragazza arrivata vergine al matrimonio, e la famiglia di lei ne avrebbe tratto onore e rispetto dimostrando di aver cresciuto figlie di sani principi.
L’unico caso in cui la castità femminile è considerata una scelta consapevole è quello delle sacerdotesse, la cui verginità è tenuta in grandissimo conto. Per tutte le altre è fondamentale rimanere al sicuro nella casa paterna fino al matrimonio per essere protette. C’è infatti una evidente differenza di trattamento – sicuramente familiare anche a noi contemporanee/i – se lo stupro su una ragazza avviene dentro la casa del padre o fuori: nel primo caso l’onta è solo dell’aggressore, un essere immorale che non è in grado di controllarsi, e la purezza della ragazza rimane intoccata – Eschilo, nelle Supplici, descrive le figlie di Danao come delle colombe atterrite dalla violenza dei loro cugini, paragonati a degli spietati sparvieri. Se la violenza avviene fuori, invece, in qualche modo è colpa della ragazza, che ha cercato di svincolarsi dal controllo del genitore e per questo è andata incontro all’inevitabile sorte; essa dovrà o diventare la sposa del suo stupratore o essere esiliata perché rifletta sulle sue azioni e allontani con sé l’onta sulla reputazione paterna.

La civiltà romana, come per molti elementi che furono importati da quella greca, esaspera tutto questo: l’enfasi data alla famiglia fa della sessualità femminile una delle basi dell’ordine sociale e perciò una questione pubblica. La verginità femminile era tenuta in gran conto per ragioni non dissimili da quelle greche: nessun dubbio sulla paternità della prole, inoltre era meno probabile che una giovane commettesse adulterio se avesse scoperto il piacere sessuale il più tardi possibile. Per questo venne data enorme importanza all’imene per determinare se una ragazza era rimasta illibata, ignorando quali fossero le vere funzioni biologiche della membrana e che essa poteva essere flessibile o rompersi facilmente anche senza rapporto sessuale. Le vestali, che attendevano al fuoco della dea Vesta, erano scelte da bambine ed erano obbligate alla castità per tutto il periodo in cui provvedevano ai loro doveri, perché solo esseri puri ed innocenti potevano portare avanti i riti sacri; se così non fosse stato la fiamma si sarebbe spenta e con essa Roma sarebbe crollata.

Le vestali do Jean Raoux

Da qui deriva una rigida regolamentazione dell’astinenza: se una vestale si manteneva pura per tutto il tempo del suo mandato sarebbe divenuta una delle donne più influenti di Roma e una rampolla desiderata dagli uomini più potenti della società; al contrario, sarebbe stata punita severamente (Rea Silvia, vestale e madre di Romolo e Remo, venne gettata nel Tevere dopo la nascita dei suoi gemelli come punizione per lo stupro subito) assieme al suo amante: Eliogabalo venne deposto dopo aver costretto al matrimonio la vestale Aquilia Severa, un affronto troppo grave da sopportare per il senato e la gente comune. La verginità per un uomo romano era invece inaccettabile: egli deve dominare in ogni campo della propria vita, anche a letto, e per questo deve essere iniziato al sesso il prima possibile. Quest’idea del predatore che deve domare il proprio desiderio sessuale, e della donna innocente che vive in un perpetuo stato di pericolo di cui è più o meno consapevole – e che deve fuggire dall’uomo per non esserne vittima, e se non ci riesce è colpa sua perché non ha seguito gli insegnamenti paterni – perdura ancora oggi. In quest’ottica la donna non è e non può essere agente della propria sessualità, perché perderebbe la propria purezza agli occhi della società. Quando questa purezza viene perduta va dunque emarginata, poco importa che ciò sia avvenuto contro la sua volontà, e bene lo illustra la rielaborazione fatta da Ovidio del mito di Medusa: in origine una creatura mostruosa figlia di antiche divinità, nel mito romano divenne una giovane bellissima stuprata dal dio dei mari Nettuno (equivalente di Poseidone) dentro il tempio della dea Minerva (equivalente di Atena); Minerva, adirata per la violazione del suo tempio, punì Medusa trasformandola in un mostro coi capelli fatti di serpi e in grado di pietrificare chiunque la guardasse negli occhi.

Perseo con la testa di Medusa, Benvenuto Cellini, (1545-54)

Poco importa che Medusa sia la vittima, che abbia subìto una violenza, la sua rispettabilità è stata distrutta per giunta in un posto sacro come un tempio dedicato ad una dea vergine: non può uscirne impunita. Come se non bastasse, Medusa morirà per mano di Perseo, guidato dalla dea che l’ha maledetta. 

Cosa succede se lo stato di verginità rimane perché la donna non trova marito o non è legato a motivi religiosi? A quel punto la ‘vergine’ diventa una ‘zitella’, fulcro di derisione da parte di tutta la società, specie se è lei a dire di non volersi sposare. Le sono affibbiati aggettivi negativi come “scontrosa”, “acida”, “isterica”, che sfoga la rabbia del proprio fallimento sugli altri. Fin dall’antichità fioccano storie di donne in genere di brutto aspetto che si avvicinano alla magia oscura e alla stregoneria per poter incantare uomini e diventare loro spose, o che maledicono giovani vergini tramutandole in mostri e rendendole meno desiderabili, invidiose della loro gioventù. La vergine che è invecchiata senza contrarre matrimonio e la donna violata il cui onore non è stato riparato dal matrimonio diventeranno, nell’immaginario collettivo, le “megere”, donne invidiose e rabbiose che inducevano chi le ascoltava a compiere delitti – specie se riguardanti l’infedeltà matrimoniale. 

È sicuramente impressionante vedere come queste idee riguardanti la verginità femminile sono giunte fino a noi e ancora oggi fanno fatica a morire, nonostante lo scorrere del tempo e le prove scientifiche del fatto che la verginità altro non è che un mero costrutto sociale: come detto prima, l’imene è una sottile membrana del canale vaginale che non ha alcuna effettiva funziona biologica e che si può aprire anche in seguito a una caduta o perfino con semplici attività. È sì vero che può esserci una fuoriuscita di sangue al primo rapporto sessuale completo, ma è più facile che quel sangue provenga dalla poca eccitazione della donna, e quindi dalle pareti vaginali poco lubrificate, che dalla rottura dell’imene. Secoli di usi e costumi attorno a quelle poche tracce di sangue, però, non possono essere cancellati da pochi decenni di studi e più recenti scoperte riguardo la nostra biologia: usanze come l’esporre alla finestra il lenzuolo macchiato dopo la prima notte di nozze erano fonti di orgoglio per la famiglia della sposa, era la dimostrazione alla comunità che aveva cresciuto figlie ubbidienti e che era stata capace di tenerle al sicuro. L’onore era indissolubilmente legato alla capacità di mantenere la purezza delle proprie figlie non esponendole a qualunque evento riguardante il sesso fino al matrimonio, così il padre poteva vantarsi di aver adempiuto al suo ruolo di protettore. 

Annunciazione, Leonardo da Vinci

Con l’avvento del cristianesimo nel mondo occidentale l’idea di verginità è stata indissolubilmente legata a Maria, la madre di Gesù: una giovane di Galilea, in seguito data in sposa a un uomo molto più grande di lei, un giorno riceve la visita di un angelo che la informa che Dio ha importanti piani per lei e che il Messia, il salvatore del suo popolo e del mondo, crescerà nel suo ventre; anche se preoccupata dal dover spiegare come sia possibile che sia incinta e vergine, Maria accetta il volere di Dio. Ciò la rende l’incarnazione stessa della purezza come è stata intesa sin dall’antica Grecia, la cristiana ideale che sa coniugare i suoi doveri di donna con la volontà divina. La storia di Maria, tuttavia, non è sempre stata questa: la sua verginità è stata causa di discussioni accesissime fra i primi cristiani, motivata da alcuni passi nei Vangeli di Matteo e Luca; la dottrina afferma che Maria sia rimasta vergine prima, durante e dopo la nascita di Gesù per opera dello Spirito Santo – un modo per contrastare la logica conclusione che il figlio abbia preso la verginità della sua stessa madre. Questa è una verità di fede, da accettare a prescindere dal ragionamento razionale, istituita dal Secondo consiglio di Costantinopoli del 553. In quest’ottica Maria non si è mai unita a Giuseppe e ha concepito solo un figlio – i fratelli e le sorelle nominati nei Vangeli canonici e apocrifi sono da intendere come cugini o figli di un precedente matrimonio di Giuseppe. Questo, assieme ad altri passi del Vecchio e Nuovo Testamento, portò le varie confessioni cristiane a considerare peccato qualunque rapporto carnale avvenuto al di fuori del matrimonio, e la verginità una virtù che porta a consacrare la propria vita solo ed esclusivamente a Dio. A differenza di altre religioni e confessioni, non c’è allora differenza tra verginità maschile e femminile, entrambi i sessi dovevano osservare rigide regole di castità a meno che non contraessero matrimonio. 

Ora, tutto quanto finora descritto mostra chiaramente il rigidissimo controllo esercitato sulla sessualità femminile. I motivi sono già stati spiegati: non sapendo come realmente funzionassero concepimento e gravidanza, controllare una ragazza dall’infanzia fino al primo mestruo per poi darla subito in sposa era l’unico modo per assicurarsi che i figli e le figlie nate successivamente fossero del marito, e garantiva prestigio sociale alla famiglia. Per disincentivare qualunque comportamento considerato indecente si faceva ricorso al più efficace dei metodi educativi: racconti e fiabe in cui ragazze giovani e bellissime cadono vittime della malvagità di donne di loro invidiose, abbrutite dal tempo e dalla mancanza di amore.

Le streghe al sabba, Luis Riccardo Falero

Tutto ciò però non deve farci pensare che nella realtà quotidiana ci fosse una rigida osservanza di questi dettami. Sia per le società antiche che per la nostra, raramente si indica come vergine una donna che non è mai stata coinvolta in rapporti sessuali, basta non sia stata penetrata dalla vagina, poco importa che abbia preso parte a tutte le altre attività sessuali. Se si va a vedere i registri parrocchiali del Medioevo e dell’epoca moderna, si può notare che molte popolane arrivavano al matrimonio incinte. Del resto, la poesia pastorale e contadina è piena di racconti di giovinetti e giovinette che si rifugiavano in campagna o in montagna per fare l’amore, ben consci che questo fosse sbagliato per la morale dell’epoca e tuttavia incuranti delle conseguenze. Spesso le gravidanze erano usate per potersi svincolare dall’opposizione dei genitori e arrivare al matrimonio, magari con una fuga. La stessa libertà non era concessa alle figlie di nobili, costantemente sotto osservazione e le cui attività erano accuratamente annotate in registri; qualunque violazione della virtù verginale era nel loro caso severamente punita, spesso con la reclusione in convento – e per quanto la castità fosse richiesta ad entrambi i sessi, è ben noto che ai ragazzi non erano imposte le stesse rigide regole. La nostra società, per quando accolga il sesso in modo più positivo e non associ più l’onore alla condotta delle figlie, risente ancora di queste antiche influenze greco-romane e cristiane. Costantemente circondati da messaggi sessuali – nelle pubblicità, in televisione, da influencer di ambo i sessi che promuovono il sex working senza però spiegare i lati negativi del mestiere – i valori sembrano essersi invertiti: oggi i ragazzi e le ragazze cercano la prima esperienza sessuale il prima possibile, spesso senza neanche essere consapevoli di cosa stanno facendo ma cercando di imitare quello che vedono e sentono sui social e su internet, impressionati da discorsi di adulti incuranti delle orecchie che li stanno ascoltando.
C’è molta pressione sociale nel cercare sesso anche se non si è pronti, e lo stato di verginità è considerato un danno e fonte di umiliazione. La donna mostruosa derisa e calunniata la cui verginità era fonte di imbarazzo e rabbia è ora sempre più giovane, e invece di magia nera e pozioni d’amore cerca rifugio in situazioni di cui non comprende la pericolosità, come innamorarsi di uomini molto più grandi che hanno fatto dell’idea di “sverginare” ragazze un feticcio sessuale, o di ragazzi emotivamente immaturi e ignoranti che cercano solo appagamento sessuale; tutto ciò mentre dalla collettività arrivano messaggi contrastanti per cui essere vergine è un’umiliazione ma essere sessualmente libera per una ragazza è sbagliato e diminuisce il suo valore in una possibile relazione seria. Pare proprio che oggi il mostro non sia più la megera, ma la società stessa.

***

Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

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