Afghanistan, un anno dopo

Era il 15 agosto 2021 quando i talebani presero di nuovo controllo dell’Afghanistan e della sua capitale Kabul: migliaia di persone tentarono di scappare arrampicandosi letteralmente sugli ultimi aerei disponibili e le immagini di una folla infinita in cerca di salvezza venivano trasmesse da tutti i notiziari.
Poi il buio calò, l’aeroporto fu chiuso, chi era riuscito a fuggire era ormai in salvo, chi rimaneva doveva affrontare un serio pericolo. A distanza di un anno da quel tremendo 15 agosto nulla è cambiato, la guerra in Ucraina ha distolto molta dell’attenzione mediatica nei confronti dell’Afghanistan, la comunità internazionale continua a non riconoscere il governo talebano, inasprendo le sanzioni e congelando numerosi beni.
Nonostante l’Afghanistan non capeggi più sulle prime pagine dei giornali e delle riviste, la sua popolazione continua a soffrire numerose criticità legate alla fame, all’insicurezza, alla fragilità economica, alla povertà dilagante, alla corruzione, all’impunità per i crimini, alle violazioni dei diritti umani.
Nel febbraio 2020, gli Stati Uniti, con l’allora presidente Donald Trump, iniziarono un tavolo di trattative con i talebani, ma nessuno si aspettava una presa di potere così veloce e repentina. I talebani illusero il popolo afghano con una serie di promesse volutamente disattese.

Nonostante si fossero impegnati a evitare spargimenti di sangue, l’associazione Human Rights Watch ha denunciato l’esecuzione sommaria o la sparizione di diverse figure facenti parte della polizia, dei membri dei servizi di intelligence e delle milizie paramilitari che avevano collaborato con le forze statunitensi. E questo solo nei primi mesi del loro governo.
La promessa di portare pace, stabilità e unità nel Paese si è rivelata un’altra grande bugia: infatti il 98% della popolazione non ha cibo a sufficienza e sono più di 23 milioni gli individui a rischio di grave insicurezza alimentare. Come se non bastasse, mezzo milione di persone ha perso il lavoro.
A peggiorare la situazione, il gruppo terroristico Stato islamico-K (o Isis-K) ha creato cellule contro il nuovo governo in quasi tutte le province e messo a segno diversi sanguinosi attentati.

L’impegno per fermare la produzione di droga è stato solo di facciata: il divieto di coltivare oppio è stato effettivamente emesso, ma a causa della grave crisi economica, il raccolto di oppio è aumentato dell’8%, essendo l’unico mezzo di sostentamento per molti nuclei famigliari.
La grave siccità sta provocando la perdita dei raccolti nelle zone rurali, colpendo più di 7,3 milioni di persone e portando le famiglie a spendere in media tre quarti del reddito per procurarsi il cibo.
Pochi giorni fa la ong Emergency ha pubblicato dei nuovi e preoccupanti dati. Nell’ospedale di Kabul, lo staff medico e infermieristico riceve quotidianamente vittime di guerra, di cui l’80% è rappresentato da feriti d’arma da fuoco e il 5% da feriti da mine o ordigni inesplosi. Nel 30% dei casi si tratta di pazienti minorenni. Di frequente bambini e bambine arrivano in gruppo, vittime di esplosioni di oggetti ritrovati per terra durante il gioco, oppure scovati nella spazzatura mentre sono alla ricerca di cibo. Spesso le loro lesioni sono invalidanti o mortali. Nel solo ospedale dell’Helmand, in oltre il 40% dei casi le vittime di traumi di guerra sono bambini/e tra i sei e i quattordici anni. Ad oggi almeno il 59% della popolazione necessita di assistenza umanitaria, secondo i dati della United Nations Assistance Mission in Afghanistan (Unama): si parla di 6 milioni di persone in più rispetto all’inizio del 2021.

La questione femminile merita una discussione a parte, in quanto è ormai lapalissiano che sono proprio le donne ad aver pagato il prezzo più alto del ritorno al potere dei talebani. Molte si sono trovate a bruciare diplomi e certificati rilasciati dalle scuole che hanno frequentato, sono state costrette ad abbandonare il lavoro e a indossare di nuovo il burqa, l’abito solitamente di colore nero o blu che copre interamente il corpo e la testa, lasciando una retina a livello degli occhi. Si può pensare che le donne siano di nuovo scomparse sotto i loro burqa per non rivedere più la luce, eppure questa non è la verità.
Nonostante la promessa di essere più moderati, i talebani hanno da subito annunciato il divieto per le donne di uscire senza burqa e senza un tutore maschile, chiamato mahram. Le ragazze non possono più frequentare la scuola secondaria, il Ministero degli Affari Femminili è stato chiuso e tutte le donne che ricoprivano cariche pubbliche sono state licenziate. Molte manifestanti scese in piazza in segno di protesta sono state arbitrariamente arrestate, minacciate, picchiate, torturate e in alcuni casi hanno anche subìto violenza sessuale.
Alcune sopravvissute sono state intervistate da Amnesty International riferendo le loro testimonianze. Stephanie, una giovane attivista che si batte contro i matrimoni combinati e precoci ha dichiarato: «È la tempesta perfetta per i matrimoni infantili: un governo patriarcale, la guerra, povertà e scuole chiuse: i matrimoni forzati, a pagamento, sono schizzati alle stelle».
Fatima, un’insegnante, racconta il trauma subìto dalle giovani ragazze nel dover rinunciare al loro diritto all’istruzione: «Il giorno del rientro a scuola dopo la pausa invernale, le studenti delle scuole secondarie sono state rimandate a casa in lacrime».

La parola passa anche a una studente di nome Brishna che riferisce: «Se vedono una donna in pubblico senza il burqa o senza mahram ora la possono arrestare. E in prigione ti aspettano le scariche elettriche».
La vita delle donne è stata devastata dalla presa di potere e dalla repressione esercitata nei loro confronti da parte dei talebani. John Sifton, direttore per l’Asia dell’associazione Human Rights Watch, ha dichiarato che i talebani sono più interessati a reprimere i diritti delle donne rispetto a occuparsi della grave carestia che sta portando molte donne, uomini e minori a morire di fame.

Se si volge lo sguardo verso la salute materno-infantile, 4,7 milioni di bambini/e e donne in gravidanza e allattamento sono a rischio malnutrizione. Per la mancanza di strutture sanitarie adeguate si calcola che ogni due ore una donna muoia per complicazioni legate al parto e alla gravidanza, assolutamente prevenibili.
I tassi di violenza domestica sono largamente aumentati come anche i casi di suicidio tra i giovani, riguardanti soprattutto il sesso femminile. Le afghane sono forse le donne con meno diritti in tutto il mondo, ma si sono anche dimostrate le più resilienti e le più coraggiose. Il 65% della popolazione afghana è rappresentato dalla nuova generazione che non è più disposta a sottostare all’egemonia talebana, ma si adopera per il cambiamento e il progresso.

La tensione nel Paese rimane alle stelle e l’Afghanistan è di nuovo sull’orlo del baratro. È impossibile pensare di costringere le donne a tornare indietro di 20 anni ed è ormai ovvio che rappresentino una grande risorsa. Infatti, impedire alle donne di lavorare ha causato in un anno la perdita di 1 miliardo di dollari statunitensi per le casse dello stato afghano, pari al 5% del PIL.
Sarà impossibile creare la Pace calpestando ed escludendo le donne, poiché la pace costruita sull’oppressione di metà della popolazione non può essere considerata una vera pace e pertanto non ha futuro.
Molte hanno lavorato sodo per garantire la salute e la stabilità di tutta la comunità e in questo momento vengono incarcerate e torturate proprio a causa del loro essenziale e significativo contributo. Nel ventesimo secolo è assurdo discutere se sia o meno appropriato per una donna ricevere un’istruzione o avere un lavoro. Negare lo spazio pubblico alle donne e alla loro esistenza significa solo portare l’Afghanistan verso la distruzione ed è proprio quello che sta accadendo oggi sotto gli occhi di tutto il mondo. Anche gli Stati Uniti “esportatori di democrazia” hanno tradito i loro impegni nei confronti della popolazione femminile. Non dovrebbero esistere negoziati in cui non sia chiaro che i diritti delle donne sono inalienabili e non bisognerebbe concedere nessuna trattativa che vada a scapito di tali diritti. Ci sono ragazze chiuse letteralmente fuori dalle loro scuole che stanno continuando a studiare in aule clandestine, con rischio serio per la propria incolumità. Ci sono giovani incarcerate che dovrebbero essere rilasciate oggi stesso. Ci sono attivisti/e per i diritti umani che stanno rischiando la vita per smascherare i crimini commessi e assicurare che non vengano dimenticati.
Ci sono donne sia nel Paese che in esilio che continuano strenuamente a difendere i propri diritti e quelli di tutta la società afghana.
L’Afghanistan sta attraversando il periodo più buio della sua storia, ma questo non è il suo ultimo capitolo, questa non può essere la fine.
Il sogno di un Afghanistan libero le cui fondamenta sorgano dall’uguaglianza e dalla libertà resta nel cuore di tutti/e coloro che ancora credono, combattono e non si arrendono nonostante tutto.

***

Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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