Dalle Donne la forza delle donne

In questi momenti così complicati e oscuri a livello globale e particolari per il nostro Paese, alle prese con elezioni fuori momento, mi è tornato in mente un libretto che ci potrebbe aiutare a capire come muoversi tra donne dentro e fuori dalla politica dei partiti, per il nostro bene ma anche per quello degli uomini se si svegliassero dal loro intorpidimento sul potere maschile. Si chiama C’era una volta la Carta delle donne. Il PCI, il femminismo e la crisi della politica di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss (2017 ed. Biblink).

Parla di «un’avventura politica e umana complessa, non solo un testo» che è stata la Carta itinerante delle donne comuniste, il cui titolo recitava: Dalle Donne la forza delle donne. Le donne del PCI, con Livia Turco che l’aveva voluta, la elaborarono nel 1986 portandola in quasi tutte le sezioni del Paese, smuovendo con lei molte visioni femminili della politica comune con gli uomini.
Questo sommovimento fu possibile perché la Carta era il frutto, sì entusiasmante, del primo e ormai unico incontro politico tra donne di partito e donne del femminismo. Si legge in C’era una volta… che Livia Turco aveva detto alle donne comuniste, per far passare l’idea della Carta nel partito: «facciamo come se il partito non ci fosse». Era, la sua, una grande intuizione di indipendenza femminile rispetto al potere maschile per tutte le donne che facevano politica nei partiti. Era utile per proporre una nuova relazione tra donne, dentro e fuori dal partito, unite tra loro nel pensare insieme la Forza delle donne. Una “scoperta” rivoluzionaria, questa della Forza delle donne, che spostava il valore simbolico del potere dal maschile a sé stesse, dandosi la capacità di modificare – oggi lo possiamo dire con sicurezza se il PCI, in realtà i suoi dirigenti, ci avesse creduto – la sua politica in crisi dopo la morte di Berlinguer, ma anche la crisi complessiva del sistema dei partiti.
Il modo, ancora inusuale, in cui è nata la Carta, era la ricerca di un metodo differente per fare politica a partire da un’altra maniera di leggersi libere rispetto alla propria sapienza. Un metodo che non ha perso alcun valore, anzi. Addirittura riuscirono ad aprire il XVIII Congresso del PCI nel 1989 con Luce Irigaray, la filosofa europea della differenza.

Serviva per mettere a fuoco il conflitto tra i sessi e toglierlo dalla visione politica del neutro maschile, ancora troppo attuale. Sembrò lì che il PCI adottasse la sua teoria e la Carta. Scopriremo che non era vero. Forse però furono le donne comuniste, e magari non solo loro, a non credere fino in fondo in questo cambio di sguardo sulla loro forza, così abituate a corrispondere ai meccanismi partitici maschili da farlo ancora oggi. Non si resero conto del valore femminile e di quanto potevamo perdere o avere. Nello stesso anno sarebbe caduto il muro di Berlino e poco dopo scompariva pian piano la Carta.
È una novità importante, questa questione della Carta riportata a galla da Letizia Paolozzi e Alberto Leiss. Hanno fatto bene a ripescarla e riproporla, traendola dall’oblio in cui era caduta.

Lo hanno scritto con una impostazione molto corretta: rimettendola a fuoco nel 2017 con le protagoniste di allora, che si sono ritrovate dopo trent’anni, per cercare di capire questo fenomeno politico così breve e così intenso simbolicamente. Ripensare il suo breve exploit ci permette, persino ora, di ri-ragionare una stagione importante delle donne, che non durò anche grazie al pensiero politico degli uomini della sinistra che allora, come oggi – nonostante Berlinguer avesse detto che «Le donne liberando sé stesse contribuiscono a liberare tutta l’umanità» – non vollero considerare importante l’innovativo contributo femminile per uscire dalla crisi della “Milano da bere”; immersi come sempre nei loro riti. Men che meno se ne resero conto gli altri partiti.
Cominciò solo un comune disagio visivo alle foto di gruppo tutte maschili. E quello che gli uomini riuscirono a fare per superarlo fu di preoccuparsi di modificarlo iniziando una cooptazione femminile a loro favorevole. Non scelsero donne che facevano perno sulla Forza delle donne per discutere davvero del conflitto tra i sessi che la Carta aveva fatto emergere. Anzi fecero in modo che il sodalizio tra femminismo e donne di partito inaridisse. Non rinacque mai in quella forma così vitale sulla forza delle donne. E nella destra italiana oggi abbiamo uno splendido esempio di questo percorso maschile di delega controllata a una donna a loro favorevole.
È uscito ora un documento, fatto girare da Marina Terragni a cura di diverse associazioni femminili e firmato da molte, che propone una politica comune delle donne dei partiti in vista delle elezioni.

È il mondo femminista che oggi cerca quello femminile dei partiti, in un movimento contrario a quello della Carta, ma con gli stessi obiettivi. Natalia Aspesi l’ha già criticato. Sostiene che le donne non possono fare gruppo, come vorrebbe Terragni, dovendosi dividere tra loro sul voto a una donna che si propone come Presidente del consiglio.
Un voto che non si può accordare a questa signora perché non pensa alle donne in modo differente dai suoi fratriarchi di partito. E Rosi Braidotti critica il riferimento alla maternità come punto unitario per le donne del doc. perché la maternità è una visione storicamente molto patriarcale. Pare che non riusciamo ancora a vedere tra donne il valore laico della maternità nella preziosità del nostro corpo: siamo le creatrici del tempo ogni volta che creiamo una nuova vita e non ne riconosciamo il potere! Non è il tempo dell’orologio e della storia: è il tempo della vita dell’umanità.
Così insieme al diniego giusto della visione patriarcale sulla maternità buttiamo a mare tutta la sapienza della nostra “anima corporea” (Antonietta Potente) che non c’entra nulla col patriarcato e le sue neutre visioni parziali del femminile. Si butta a mare con una certa indifferenza il nostro sapiente potere sul tempo dell’umanità per non saperci pensare slegate dagli uomini e indipendenti nella nostra forza. È la dimostrazione di quanto sia ancora molto complicato fare gruppo tra donne e di quanto ci sarebbe ancora bisogno del metodo usato per costruire quella Carta delle donne di cui parla C’era una volta…

Non deve essere stato facile come donne della sinistra ripensarla e Letizia Paolozzi e Alberto Leiss danno conto, senza inutili nostalgie, di questo dialogo anche crudo nel riportare tutte le riflessioni che la nuova discussione sulla corta vita della Carta ha fatto nascere.
Quando seppi che stavano scrivendo questo libro mi chiedevo perché riaprire quella ferita mai rimarginata e pensavo fosse inutile. Invece dopo che l’ho letto, ho capito che avevano fatto un lavoro prezioso, uno perché ridiscuterne insieme poteva servire a leggere quel periodo in modo meno emotivo e avvilente per la sua conclusione e due perché è stato messo a fuoco che veramente fu un momento importante come metodo di lavoro, di ricerca, di rielaborazione del femminile da parte delle donne e tre perché la sua unicità ci permette di cogliere anche ora, in questo preciso momento, un percorso politico utile nella ricerca di soluzioni che oggi non sappiamo quasi più vedere. E la terza guerra mondiale ci chiede come donne, per provare a cambiare la politica maschile dei partiti, di ri-guardare al metodo della Carta come a una novità, perché lo è ancora, da cui muoversi per ri-cominciare a parlarci, partendo dal riconoscimento della nostra Forza, dalla Forza della nostra Anima Corporea.

Letizia Paolozzi e Alberto Leiss
C’era una volta la Carta delle donne
Biblink, 2017
pp. 216

***

Articolo di Clelia Mori

È stata insegnante d’arte, bibliotecaria, operatrice culturale, ispettrice archeologica onoraria. È Maestra d’Arte al Toschi di Parma. Ha fatto a lungo politica nella sinistra istituzionale. Ha cresciuto un figlio, oggi fotografo d’arte e scultore. Ora ha riunito le varie parti di sé, prima tenute divise: dipingere e fare politica, come donna e madre che cura e ama la vita, anche dipingendo.

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