Sport e Body Shaming. Parte prima

«Sono ingrassata», «sto ingrassando», «devo mettermi a dieta»: quante volte nella vita uno di questi pensieri ha attraversato le nostre menti? Ma soprattutto: quante volte ci siamo sentite oppresse, stressate, tristi, proprio mentre questi pensieri prendevano piede dentro di noi? Viviamo in un’epoca in cui il corpo è diventato un’ossessione: diete, palestre, sport, integratori, sono ormai all’ordine del giorno, come se l’esteriorità fosse tutto, come se il contenitore avesse superato il valore del contenuto. La comunicazione digitale diffonde sempre di più stereotipi legati alla fisicità e all’apparenza e, inevitabilmente e inconsapevolmente, associamo sempre di più il concetto di “avere un bel fisico” a quello di “essere una bella persona”.

E non solo, un dato preoccupante è la crescita esponenziale di casi di body shaming, ovvero la discriminazione di una persona per il proprio aspetto fisico. Che sia sui social media, a scuola, in famiglia, o sui posti di lavoro, purtroppo il body shaming è diventato all’ordine del giorno. Insulti, commenti e prese in giro spesso sfociano in vere e proprie forme di bullismo e sono molte volte proprio dovute alla fisicità non stereotipata della vittima. E, purtroppo, statisticamente, coloro che subiscono maggiormente questo tipo di discriminazione sono ancora una volta le donne. Come se la società si aspettasse una schiera infinita di Barbie, tutte uguali, tutte alte, tutte magre e tutte perennemente a dieta.

Le forme di body shaming sono diverse: si passa dalla battuta sarcastica magari in un ambiente di lavoro o scolastico, all’insulto denigratorio per un motivo assolutamente estraneo alla fisicità della vittima, all’esclusione della persona da un momento sociale e relazionale, fino alle vere e proprie forme di bullismo e di hating (presenti soprattutto sui social media) in cui la vittima viene insultata, denigrata, umiliata con parole irripetibili anche per un minimo “difetto” fisico.

Lo sport, sebbene sia, come riferisce il Coni, un «un veicolo di inclusione, partecipazione e aggregazione sociale nonché uno strumento di benessere psico-fisico e di prevenzione» è purtroppo invece un luogo in cui la discriminazione del corpo è ancora estremamente presente, e informe molto diverse tra loro. Si inizia sin da piccoli/e, quando si ama uno sport e ci si sente dire di non avere le caratteristiche per farlo.
Allenatori e allenatrici molte volte infatti “selezionano” i propri atleti e le proprie atlete anche in base a delle qualità fisiche, sconsigliando l’agonismo a chi non rispetta alcuni “standard”. E così se nasciamo con la passione, ad esempio, per la ginnastica artistica ma siamo nati/e troppo alti/e o troppo formosi/e, spesso ci viene detto che per quanto impegno e passione possiamo metterci non arriveremo mai a vincere, e pertanto siamo destinati a smettere.
Un grande errore a mio avviso perché il corpo umano è talmente straordinario che con l’allenamento e la volontà si arriva sempre a un successo. E chissà quanti talenti sono stati persi a causa di questo tipo di “selezione fisica”. Ma non solo: molte volte negli sport di squadra e soprattutto tra i giovani e le giovani spesso si tende a escludere chi non ha una fisicità stereotipata.

Esempio: partita di calcetto nell’ora di educazione fisica a scuola. Due capitani/e scelgono i/le componenti della propria squadra, spesso lasciando per ultimo/a chi sembra non avere un fisico atletico o essere in sovrappeso. Ecco il messaggio che passa in tutto il gruppo classe: il/la capitano/a pensa che per vincere non deve avere in squadra chi ha un fisico poco atletico, l’escluso/a pensa di non essere in squadra “a causa” del suo fisico e quindi di non meritare di stare con il gruppo, e di non avere valore proprio perché è fisicamente diverso/a dagli altri/e.
Il gruppo classe, invece, osserva e deduce che per essere socialmente accettati/e in un gruppo il corpo è un aspetto fondamentale. Ed ecco che, in una scena abbastanza tipica, è evidente come si sia generato sin dall’infanzia l’ossessione per l’esteriorità, la convinzione che per essere accettati/e bisogna essere tutti/e uguali.

Come già detto le forme di body shaming sono molteplici e presenti a tutte le età e in tutti gli sport. Di interesse sono gli studi che vedono come lo sviluppo adolescenziale e la crescita del seno nelle ragazze sia un fattore di enorme stress nelle sportive. Questo perché il seno può essere un fattore di difficoltà per alcuni sport e chi pratica agonismo e ama la propria disciplina diventa ossessionata dalla crescita delle proprie forme a tal punto di desiderare di voler ridurre il seno per poter continuare a essere prestanti come prima nell’attività sportiva. E non sono rari i casi di chi cerca di interrompere le mestruazioni o vuole ridursi il seno, come testimoniano purtroppo molti contenuti web e tutorial che spiegano come ottenere questi “risultati”.

Ricordo, inoltre, come lo sport esponga le atlete a forme di sessualizzazione dei propri corpi. Ho già trattato in precedenza quanto le divise sportive femminili possano essere un fattore di ansia e stress per le sportive che non si sentono a proprio agio con il proprio corpo. Culottes, body e costumi molto sgambati sicuramente non inficiano su una prestazione sportiva eppure sono indumenti obbligatori per alcune discipline. In questo modo le atlete sono continuamente esposte fisicamente al pubblico e alle relative critiche. Ne consegue anche qui una forte ansia sociale e insicurezza soprattutto per chi magari non ha un fisico stereotipato.

Parliamo ora di cellulite. La cellulite non è come alcune pubblicità dicono «una malattia» o un «inestetismo» ma una semplice condizione fisiologica dovuta a numerosi fattori. E sebbene alcune cause della cellulite siano la sedentarietà o un’alimentazione non sana e sebbene si raccomandi lo sport per evitare questa condizione, in realtà capita che per motivi genetici o semplicemente ormonali che anche le migliori sportive abbiano la cellulite.
Tuttavia ormai è comune demonizzare la cellulite soprattutto nelle atlete. Non sono rari, infatti, i casi di commenti, insulti, battutine a causa della cellulite a donne che praticano sport, come se questa condizione sia da condannare e come se una donna con la cellulite non potesse fare sport a un buon livello. Inoltre l’incoerenza dilaga: secondo il pensiero dominante le atlete non dovrebbero avere la cellulite, se hanno la cellulite «fanno schifo» (per citare uno dei tanti commenti che ho avuto modo di leggere e sentire), ma sono ugualmente obbligate a mettersi divise super sgambate (anche se, per esempio hanno il ciclo) e a esporsi a un pubblico che, a quanto pare, invece ha il diritto di commentare e/o insultare chi sta semplicemente praticando dello sport.
Per non parlare del fatto che spesso e volentieri la televisione e le relative regie usano delle “inquadrature” spesso molto diverse rispetto agli sport analoghi maschili. A testimonianza del fatto che il corpo femminile è ancora troppo strumentalizzato e che la discriminazione fisica nello sport è ancora una componente troppo presente. Questi esempi testimoniano come il nostro corpo sia per molti/e di noi un grande fattore di stress e ansia sociale sin dall’adolescenza e che lo sport, sebbene a parole voglia includere sempre di più, sotto molti punti di vista risulta essere un settore in cui il body shaming è ancora molto, troppo presente.

***

Articolo di Marta Vischi

Laureata in Lettere e filologia italiana, super sportiva, amante degli animali e appassionata di arte rinascimentale. L’equitazione come stile di vita, amo passato, presente e futuro, e spesso mi trovo a spaziare tra un antico manoscritto, una novella di Boccaccio e una Instagram story!

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