Editoriale. È talmente facile mandare in frantumi una storia

Carissime lettrici e carissimi lettori,

cominciamo dal coccodrillo di Dio? È una storia vera, appena finita, la storia di un raro esemplare di coccodrillo femmina. Si chiamava Babyia ed era vissuta forse settanta anni, forse di più o forse di meno, in un lago, e tra le sue grotte sommerse, presso cui si trova il tempio di Ananthapura, nella regione di Majeshwaram, nello Stato indiano del Kerala. Babyia per tutta la sua vita è stata vegetariana, non ha mai azzannato un pesce, ma è stata accuratamente e amorevolmente nutrita dal popolo delle e dei credenti con il Prasadam, un’offerta a base di riso, zucchero di palma e frutta. Cibo benedetto dai sacerdoti del tempio. Si racconta che Babyia fosse comparsa nel lago pochi giorni dopo l’uccisione di un altro coccodrillo da parte di un soldato. «L’ultimo coccodrillo divino è stato ucciso dall’esercito britannico nel 1940. Subito dopo Babyia è apparsa nel lago» racconta il segretario del tempio Ramachandran Bhat. Il tempio, dedicato al dio indù Vishnu, ha 3000 anni e, secondo la leggenda, il precedente coccodrillo divino avrebbe vissuto da solo nel lago del tempio per secoli. «Non sappiamo da dove Babyia provenga, ma il lago è collegato a grotte sotterranee» spiega Bhat.

Oggi Babyia è morta e una folla piangente l’ha accompagnata, lei sulla lettiga coperta di foglie di cocco, nel viaggio di addio, creduta una reincarnazione, venerata e reputata una dèa. Babyia, con i suoi anni di innocenza, porta in sé la Storia millenaria di un popolo, il suo modo di sconfiggere la sofferenza.
Non mi ha fatto sorridere la storia di Babyia, del suo particolare ciclo di vita, simile nelle tappe a tutto l’esistente (nascita-vita-morte). Non l’ho trovata una storia un po’ insensata, per certi versi buffa, collegata alle tante legate alla moltitudine di divinità che affolla la religione induista, che quotidianamente celebra il Dio delle piccole cose procreato all’infinito, con il quotidiano, magistralmente descritto nell’omonimo romanzo dalla celebre scrittrice indiana Arundhati Roy, vincitrice del prestigioso Booker prize (1997).
«È talmente facile mandare i frantumi una storia», scrive sconsolata Arundhati Roy. La storia che sogniamo per noi e per chi amiamo, così come le storie che conquistiamo per vivere nel miglior modo possibile nell’universo che ci ha create/i, accolte/i. Collezionando aforismi dal suo libro aggiungo: «Nessuna bestia ha mai uguagliato l’arte immensa, straordinariamente fantasiosa dell’odio umano». Così come: «Il ricordo della morte sopravvive molto più a lungo del ricordo della vita che essa ha rubato».

In un’epoca in cui – non certo per la prima volta nella Storia – si assiste a sproloqui di Capi di Stato (maschi! non c’è che dire) che, guardandosi in cagnesco, vendicano rappresaglie a suon di missili e minacciano esplosioni nucleari come se non riguardassero i loro popoli e, permettetemi, la loro stessa vita, data l’esigua estensione territoriale di un’Europa percorribile tutta, in qualsiasi direzione, in una manciata di ore di volo. La guerra, e la guerra fatta contro le donne, che vengono colpite non solo dalle armi, ma anche nella loro libertà a risuonare nel mondo, non si placa e rischia, anzi, di far fare passi indietro, sui diritti e sulla vita, che distrugge.
Sarà forse dall’Iran, con l’oppressione che perpetra, caparbio e ossessivo verso le donne e verso il suo popolo, che verrà la speranza di un vento di libertà? Le donne iraniane, come quelle afghane, come le curde, lo ha detto una studente di un’università iraniana a nome di tutte le consorelle del suo Paese «vogliono risentire il vento tra i capelli». Il taglio di una ciocca dei capelli deciso da migliaia di donne nel mondo, in memoria di quella ciocca sfuggita dall’hijab di Mahsa Amini, è diventato un atto simbolico e forte di unione che travalica i confini, fisicamente invalicabili, del Paese dove è fiorita l’antica Persia.
Crediamo fortemente che le donne iraniane, insieme ai loro compagni di strada, oggi stanno combattendo, soffrendo e morendo anche per noi, perché ci sia rispetto e libertà. Fanno paura le donne quando bruciano i veli, quando tagliano i capelli. Un tempo, soprattutto in Iran, ma non solo, il taglio dei capelli era deciso dagli uomini e lo decretavano per indicare nel capo rasato un segno di vergogna e di prostituzione. Ora sono state le donne a decidere per sé stesse e incutono paura, con la loro forza.

La scrittrice Dacia Maraini ha osservato: «Per la prima volta quegli uomini hanno provato paura. Paura delle donne. Ma in realtà hanno sempre avuto paura – spiega Maraini – perché la verità è che i capelli sono considerati un linguaggio di seduzione e questo significherebbe una forma diabolica di perdizione. La copertura delle donne è una questione di controllo della loro sessualità femminile che è considerata pericolosa. È sempre stato così, ma ora per la prima volta le donne si sono ribellate e qui è lo straordinario, perché si sono mostrate in tutto il loro coraggio. Io le ammiro molto. Noi abbiamo protestato e protestiamo, ma senza rischiare la vita. Loro mettono in gioco la loro stessa vita, la mettono a rischio di morte. Noi da qui dovremmo veramente prendere esempio e capire quanto è importante solidarizzare anche solo simbolicamente, ma solidarizzare con loro. Perché – continua la scrittrice – il numero è importantissimo, la quantità è importantissima perché ci si può accanire contro una persona, ma contro migliaia e migliaia no. Per questo è fondamentale che ci sia tanta gente. Lo ripeto, sono veramente coraggiosi e coraggiose. Se si rischia la vita ecco che la protesta diventa veramente un atto di eroismo».
La giornalista Giovanna Botteri, che, come Maraini, ha tagliato in diretta una ciocca dei suoi capelli, ricorda l’importanza e la forza delle parole: «Continuo ad aggrapparmi a quelle tre parole che sono le tre parole della battaglia in questo momento nelle strade dell’Iran: donna, vita, libertà. In queste tre parole c’è tutto, c’è la donna, perché sono le donne a guidare la lotta, c’è la vita perché rappresentano la vita la voglia di pace e c’è questa idea di libertà fortissima che esprimono in questo momento tutti gli iraniani, uomini e donne».

Frasi dell’oppressione iraniana verso le donne e cartelli contrari alle conquiste delle donne italiane e sull’educazione di genere sono apparsi in questi giorni sui muri e per le strade di Bologna. Tanti cartelloni testimoniano la negazione dei diritti alle donne iraniane da parte degli Ayatollah: «Non puoi studiare. Il governo te lo vieta, perché sei una donna», oppure: «Non puoi fare un selfie. Il governo te lo vieta perché sei una donna», e ancora: «Non puoi mettere un profumo. Il governo te lo vieta, perché sei una donna».
Invece Bologna non ci sta, e trova tutto l’appoggio del sindaco Matteo Lepore, ad accogliere gli enormi cartelloni del movimento ProVita con l’esplicita condanna di «una fantomatica teoria gender». I cartelloni rappresentano un bambino al quale viene imposto un fiocco rosa e in evidenza c’è la scritta perentoria: «Basta confondere l’identità sessuale dei bambini». Questi poster, comparsi nelle affissioni comunali, hanno colpito il sindaco Matteo Lepore, che si è pubblicamente indignato su Facebook e ha annunciato provvedimenti: «Ultimamente sono apparsi a Bologna, in particolare di fronte a luoghi sensibili come le scuole, manifesti del Movimento Pro Vita contro una fantomatica teoria gender. Manifesti offensivi della dignità delle persone e della libertà di espressione di genere, sui quali abbiamo chiesto un parere legale per poterli rimuovere».
Non solo. Il sindaco, come già prima di lui la vice Emily Clancy, ha annunciato anche provvedimenti sui regolamenti per le affissioni in modo da non far ripetere episodi del genere: «Non vogliamo che si ripetano episodi di questo tipo. Per questo stiamo valutando correttivi alle regole attuali sulle affissioni pubbliche. Perché tra libertà di espressione – sempre da difendere e garantire – e campagne discriminatorie c’è una bella differenza. Una differenza che qualcuno non sa, o non vuole, capire».

Giovedì scorso, l’altro ieri, il 13 ottobre, una donna speciale, “meravigliosa” è salita sul più alto scranno del Senato e ha aperto a suo modo, con tutto il suo spirito di libertà, di convinzione e di amore per la Giustizia e le Istituzioni dello Stato che era stata chiamata a rappresentare, la XIX legislatura. Lo ha fatto Liliana Segre, a 92 anni, incantando con la verità puntuale delle sue parole, sempre pronunciate con pacata fermezza come siamo abituati ad ascoltare da quando è diventata senatrice a vita: «Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva». Ha così esordito la senatrice Segre dopo i saluti di rito. «In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, tocca proprio a me assumere momentaneamente la Presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica. Ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre, ed è impossibile non provare una specie di vertigine ricordando quella bambina, sconsolata e smarrita, che in quei giorni di ottobre fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari e che oggi, per uno strano destino, si trova nel banco più prestigioso del Senato».
Nel suo discorso Liliana Segre ha toccato tutti i punti importanti perché una democrazia sia tale; dalla Costituzione a un personaggio alto come Giacomo Matteotti: «Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti. In Italia – ha ricordato Segre – il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione Repubblicana, che, come disse Piero Calamandrei, non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti».
E continua la senatrice ricordando e avvisando chi l’ascoltava delle date intoccabili che riguardano la nostra democrazia rivendicando alla fine la battaglia contro l’odio e l’imbarbarimento culturale e politico: «Le grandi nazioni dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria. Perché non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date divisive, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 Aprile festa della Liberazione, il Primo maggio, festa del lavoro, il 2 Giugno, festa della Repubblica? Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi… Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico, contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni». Grazie Senatrice, siamo contente e contenti che Lei sappia vegliare così intensamente sulla nostra democrazia e sulla Costituzione.

Abbiamo parlato di libertà e di democrazia in pericolo. Allora, ringraziando una amica che lo ha inserito nella sua newsletter (Giuliana Cacciapuoti, Sguardi iraniani n.5/2022) riporto questa ballata di Schervin, un cantautore iraniano arrestato dopo che questa canzone era diventata in pochi giorni virale sui social.

Per ballare liberamente nelle strade
Per la paura dei baci proibiti
Per mia sorella, tua sorella, nostre sorelle
Per cambiare le menti marce.
 
Per la vergogna della povertà
Per il rimpianto di una vita normale
Per il lavoro minorile e il sogno infranto (dei ragazzi)
Per questa economia pianificata centralizzata.
Per quest’aria inquinata
Per via Valiasr e i suoi alberi impolverati
Per i ghepardi asiatici in via di estinzione
Per i cani innocenti proibiti.
 
Per le lacrime incessanti
Per aver ripetuto questa scena
Per un volto pieno di sorriso
Per gli studenti e il loro futuro.
Per questo paradiso forzato
Per le élite imprigionate
Per i bambini afghani
Per tutti questi “per” unici.
  
Per tutti questi slogan forzati senza senso
Per i detriti di edifici fragili
Per sentirsi a proprio agio
Per una luce dopo la lunga oscurità.
 
Per antidepressivi e insonnia
Per “uomo, patria, prosperità”
Per le ragazze che avrebbero voluto essere maschi
Per “donna, vita, libertà”.
 
Alla libertà
Alla libertà
Alla libertà.  

L’inno delle proteste di Shervin Hajipour:  
«Per la paura di baciare il proprio partner per strada, per mia sorella, le tue sorelle, le nostre sorelle, per il fatto di vergognarsi di non avere soldi, per i bambini senzatetto e i loro sogni, per l’inquinamento, per gli slogan d’odio imposti nelle scuole». Baraye (in italiano “Per”) è la canzone scritta dal cantante iraniano Shervin Hajipour che per comporla ha unito i tweet che elencavano le ragioni delle proteste esplose in Iran. Il cantante è stato arrestato proprio per la composizione del brano che è diventato l’inno della resistenza iraniana in tutto il mondo.  

Buona lettura a tutte e a tutti. Viva la libertà di ognuna e ognuno.

È arrivato il momento di presentare gli articoli di questo numero di metà ottobre, in cui continua l’escalation nella Guerra Grande e si profila «l’ombra della bomba», come titola l’ultimo numero di Limes, cioè lo spettro dell’uso delle armi nucleari. «Il sesso fa audience, in una società attraversata da spinte incrociate di sessuomania e sessuofobia». Ne scrive Graziella Priulla in Ci risiamo, un articolo che affronta un tema fortemente politico e commenta le conseguenze negative di un linguaggio giornalistico portatore di una cultura patriarcale e maschilista «che rende i corpi delle donne – volenti o nolenti – disponibili per l’uso degli uomini».
Continuiamo con la donna di Calendaria, la maltese Maggie Borg, ambientalista, promotrice del riciclo e dell’energia pulita nei Paesi del Mediterraneo. Di ambientalismo e teologia femminile parliamo anche in Natura, creazione ed ecofemminismo, Per non perdere il filo il primo degli incontri di un nuovo corso online sulle teologhe, che appassionerà credenti e non credenti per il suo messaggio.
Continuiamo con le nostre serie. Per Viaggiatrici del Grande Nord incontriamo Anna Maria Speckel, una femminista alla scoperta delle regioni nordiche, mentre le passeggiate toponomastiche di Prato si chiudono con Un collage di protagoniste. Per una serie che finisce tre nuove ne iniziano: Palazzo Massimo alle Terme. Percorso di genere. Parte prima segue le orme lasciate dalle presenze femminili ospitate a Roma nel museo di Palazzo Massimo, dove, come scrive l’autrice, «tra i suoi quattro piani si incontrano alcuni tra i maggiori capolavori dell’intera produzione artistica del mondo romano: sculture, rilievi, affreschi, mosaici, stucchi e sarcofagi, provenienti dagli scavi effettuati a Roma e nel territorio circostante a partire dal 1870»; Educazione Civica Europea in ottica di genere. Parte prima, in cui si relaziona sul primo di sei incontri organizzati dalla Società delle storiche e da Archivia e Una storia olimpica. Da Olimpia 776 a.C. a Stoccolma 1912, che racconta la partecipazione delle donne allo sport e alle Olimpiadi attraverso i secoli e la loro determinazione a superare i pregiudizi. Il lato nascosto del motociclismo sportivo: storie di donne ispiratrici è un contributo prezioso che va nello stesso senso e riconosce ad alcune pioniere il merito di essere state esempi virtuosi per altre donne in uno sport da sempre riservato agli uomini.
Le recensioni di questa settimana sono: Il rosmarino non capisce l’inverno. Le donne viste da Matteo Bussola, che presenta il libro dal titolo omonimo, scritto da un curioso delle donne e Un’incredibile storia vera che ci presenta Addio, a domani – La mia incredibile storia vera, il libro scritto da Sabrina Efionayi, giovane italo-nigeriana che nella scrittura ha trovato la propria cura e che affronta temi molto delicati.
«La fantascienza sta diventando il nuovo romanzo sociale, uno strumento in grado di dare speranza e di operare un cambiamento in cui la cultura femminile sia maggiormente presente con il suo patrimonio di cura e relazione, in una società di cui non sia cardine il modello del maschio bianco occidentale». Alle persone più scettiche nei confronti della fantascienza raccomandiamo queste considerazioni di Nicoletta Vallerani e la bella relazione Voci (femminili) da Stranimondi. Chiudiamo con 16 ottobre. Giornata mondiale dell’alimentazione, un articolo che ci ricorda l’importanza di un’alimentazione sana ed equilibrata, cui si accompagna la gustosissima ricetta di questa settimana, con cui auguriamo a tutte e tutti buon appetito: Crostata salata con cipolle rosse caramellate.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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