Da città invisibile a visibilità delle donne nella città

«La città non dice il suo passato,
lo contiene come le linee d’una mano,
scritto negli spigoli delle vie»
Italo Calvino, Le città invisibili

22/10/22. C’è una simmetria nella data di oggi che ricorda i principi della Gestalt: vicinanza, uguaglianza, connessione, continuità, simmetria e chiusura. E in tal senso la guida di Milano concepita da Lorenza Minoli rispecchia vicinanza dei luoghi, uguaglianza di rilievo delle figure femminili citate, connessione del progetto, continuità della Storia, chiusura dei racconti che si intersecano in cerchi concentrici. Insomma un espandersi e un concentrarsi in felice compiutezza reciproca.

Tutto ciò si respira questa mattina all’appuntamento iniziale della rassegna Voci di donne, dove il libro Mappa femminile della città di Milano di Lorenza Minoli, edito da enciclopediadelledonne.it, offre un primo esempio di connubio fra autrici ed editrici. Dopo i saluti portati dalla consigliera comunale di Milano Diana De Marchi, la presentazione di Marzia Dina Pontone, direttrice scientifica della Biblioteca Braidense, ha tenuto a sottolineare la contiguità fra Lalla Romano, cui è intitolata la sala che ospitava l’incontro, e le tutrici tutte della cultura e dell’arte. Fra queste Fernanda Wittgens, prima donna in Italia a ricoprire il ruolo direttorio di un importante museo, nello specifico della Pinacoteca di Brera.

Oggi Giusta fra le Nazioni, è ricordata per aver messo in salvo dalle bombe e dai trafugamenti dei nazisti le opere di Brera, del Museo Poldi Pezzoli e della Quadreria dell’Ospedale Maggiore. Marzia Dina Pontone ha concluso con un appello appassionato a coltivare la conoscenza, a non “lasciar accadere”, a partecipare. Perché l’ignorare fragilizza l’essere umano e conduce a scelte non ponderate, addirittura sbagliate e dannose.

Ha preso poi la parola Margherita Marcheselli, cofondatrice di enciclopediadelledonne insieme a Rossana Di Fazio. Entrambe hanno ripercorso la lunga gestazione del libro, dovuta alla sete insaziabile di Lorenza Minoli di ampliare le ricerche, di toccare tutte le categorie sociali, dalla nobile alla proletaria, di non trascurare alcuna espressione artistica, dalla scultura alla pittura, agli epitaffi, alle citazioni letterarie.
Linda Bertella, che ha collaborato alla stesura di alcune sezioni dell’itinerario, si era unita all’impresa titanica per una serie di concatenazioni tipiche del tessere reti fra donne. In una delle visite guidate che curava nella zona di Brera, entrò in contatto con le referenti di Toponomastica femminile e là scattò l’interesse reciproco. Proprio di impresa si può parlare, perché il materiale raccolto dall’autrice aveva dimensioni enciclopediche, quasi a prefigurare la successiva scelta editoriale.

Da sinistra: Marzia Dina Pontone, Margherita Marcheselli, Rossana Di Fazio e Linda Bertella
Il pubblico in sala

Mentre così si intesseva la trama di sparsi fogli trasformati in pagine stampate, la bella voce di Brigida Cesareo alternava letture dal testo di Lorenza. Già in apertura ci aveva svelato orizzonti che preannunciavano successioni di ingegni femminili, di luoghi del sapere, di realizzazioni “abitate”, di attività, di obiettivi… raggiunti. «Abbiamo sinora poche attestazioni di donne architette o urbaniste precedenti il Novecento, tuttavia conosciamo figure mitologiche o letterarie e immagini che illustrano la capacità femminile di costruire e far costruire, basti pensare alle magnifiche muratrici della Città delle donne di Christine de Pizan (1405).
Ma una città non è fatta solo di architetture: la città è sempre stata un luogo per donne e da loro vissuto e tessuto. Questi vissuti personali hanno impregnato i muri delle abitazioni: come dice Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé: «le donne son restate sedute all’interno delle loro case per milioni di anni, tanto che i muri stessi sono impregnati della loro forza creatrice, la quale eccede talmente la capacità dei mattoni e della malta che … (e continuiamo noi)… hanno di certo contribuito a caratterizzare e addirittura a modificare le strutture residenziali e il loro rapporto con l’architettura della città. Qualcosa in questo senso possono dirci gli edifici dove sono nate, quelli in cui hanno vissuto o svolto attività culturale o lavorativa. Il concetto di luogo va esteso ai territori o porzioni di essi che possono essere stati connotati in qualche forma dalla frequentazione femminile quotidiana per l’espletamento delle mansioni di cura o di lavoro extradomestico. Esempio paradigmatico è quello delle alzaie dei navigli o degli argini di altri tipi di corsi d’acqua fortemente caratterizzati fino all’inizio del secolo scorso dalla presenza delle lavandaie (la ricca e variegata ritrattistica di genere ne è testimonianza) dove sopravvivono resti, spesso totalmente trascurati, delle cosiddette preje (pietre per lavare), dei brellin (assi per insaponare e sbattere la biancheria), delle tettoie (presenti più frequentemente nei veri e propri lavatoi pubblici). Oppure pensiamo alle mondine, alle prime operaie tessili, alle tabacchine, alle artigiane e alle piscinine delle sartorie, modisterie, camicerie, Proprio gli scioperi di queste ultime categorie sono stati l’occasione delle prime uscite in massa per le vie della città come cittadine consapevoli.
Ricalcare fisicamente, con i nostri passi, queste diverse percorrenze, scoprendone delle nuove, incrociando le tracce di esistenze diverse, intesse una conoscenza del territorio pulsante e del tutto nuova, in grado di fornire rinnovati input per le trasformazioni.
L’obiettivo principale del mio lavoro di molti anni, ora organizzato e raccolto in questo libro-guida, è quello di conoscere e mostrare le tracce di questa presenza decisiva delle donne nel tessuto della città. Si tratta di provare a coglierne le tracce materiali in città – eventuali, rare, rappresentazioni (scultoree, pittoriche, musive, incisioni) o dediche, presenze museali, ecc. – e di trovare il modo per seguire i soggetti di genere femminile negli interni dove sono nati, hanno vissuto, lavorato e operato nel campo della cura come in quello della produzione artistica e culturale.
Spingendo l’occhio attraverso qualche crepa o fessura, tendendo l’orecchio, leggendo tra le righe si può provare a rendere più trasparenti e lievi le pareti fino ad abbattere le murature, che si rinchiusero alle spalle delle donne dall’instaurazione del patriarcato in poi (ma già altre mura si stanno erigendo).
Entrando negli interni domestici c’è tutto un mondo ancora da conoscere, in molti casi da “decifrare”, prima che “registrare”, poiché è un mondo le cui modalità, tempi, temi non sono stati recepiti nelle storiografie ufficiali, che si sono costruite sui valori della cultura dominante, quindi maschili. Eppure dietro a un uomo famoso ci fu sempre una donna che gli permetteva di dedicarsi alla creatività libero dai problemi della quotidianità, dietro alla targa che lo celebra sulle “pareti” urbane ci sono vissuti da scoprire, profili biografici da ricostruire, operati da valorizzare anche per il peso che indirettamente hanno avuto nella costruzione del manufatto urbano».

Sotto la gigantografia di Lalla Romano seduta sul terzo gradino da terra di una scala senza fine (forse diretta al cielo), in abito da escursionista ben calzata per far fronte a chissà quale esplorazione, Antonio Calbi, direttore artistico e operatore teatrale, sovrintendente dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico (e molto altro), ha elevato un autentico peana a quella che nel gergo della recitazione si chiama intenzione.

Cioè il tono che suggerisce l’intento, in questo caso l’analisi della città sotto l’egida dell’urbanistica sociale, dell’operare umano, del vivere creando piccole e grandi cose.
Per citare Rossana Di Fazio: «Antonio Calbi ha voluto sottolineare quanto sia importante conoscere la storia profonda per apprendere l’importanza delle reti femminili nella storia della città e per generare una consapevolezza che ci coinvolga tutte e tutti nella destinazione dello spazio pubblico e ci renda non indifferenti a operazioni urbanistiche non condivise, senza visione né progetto, che rispondono a una malintesa idea di rinnovamento».

Come non trovare allora perfettamente consonante l’ultimo intervento di Arianna Ferrero e Alessia De Santis del gruppo di lavoro coordinato dalla prof Chiara Nenci del corso di Beni Culturali dell’Accademia di Brera, che hanno compilato l’elenco delle artiste presenti in accademia nell’800? Historia magistra vitae… ma anche, proiettandoci dal passato al futuro, lode alle giovani e fervide generazioni che sanno tramandare. Come canta Barbra Streisand: Let the memory live again.

Da sinistra: Margherita Marcheselli, Linda Bertella, Antonio Calbi, Brigida Cesareo
Targa del giardino dedicato a Lalla Romano, in via Brera, Milano

Fotoreportage di Danila Baldo.

***

Articolo di Nadia Boaretto

Nadia Boaretto, residente fra Milano e Nizza (Francia). Laureata in lingue e letterature straniere all’Università Bocconi. Ex insegnante di inglese, traduttrice, attiva partecipante a testi del teatro di figura, nella fattispecie di una importante compagnia marionettistica. Femminista, socia fondatrice della Casa delle Donne di Milano. È attualmente attiva nel movimento a tutela dell’acqua pubblica, contro la privatizzazione.

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