Vite che tornano

In che modo una vita può tornare?
La risposta risiede in una magia chiamata “racconto”, che in questo caso, è affidato, tramite un originale espediente letterario, ad alcuni gatti (Basileia, Trixy, Olaf), che secondo la tradizione sarebbero fortunati detentori di ben nove vite. Attraverso queste tre voci feline si delinea una vera e propria saga familiare che si snoda in un arco temporale molto ampio che va dai primi del Novecento sino agli anni Cinquanta, e che vede come protagoniste alcune donne molto diverse tra loro, le cui vicende saranno però destinate a intrecciarsi profondamente.
La “piccola storia” di Anita, giovane veneziana che cresce nel quartiere povero della Giudecca, si intreccia con la “grande storia” dei due conflitti mondiali, secondo uno sguardo inedito e originale. Anita si guadagna da vivere come ricamatrice e passa la sua esistenza accudendo la madre malata, mentre il padre lavora come macellaio in una delle botteghe della città.
La casa si configura per lei come uno spazio chiuso di cui è allo stesso tempo «utile e padrona» ma anche prigioniera involontaria, secondo quel meccanismo ancipite che la porterà a identificarsi con lo spazio domestico al punto di non credere alla possibilità di immaginare una vita diversa: «Aveva avuto la consapevolezza che la casa l’avrebbe rappresentata agli occhi del mondo e che la cura che lei avrebbe riposto nel tenerla in ordine sarebbe equivalsa alla cura per se stessa. Non aveva altro, ma quelle mura l’avrebbero gratificata…».
Un giorno, però, quelle «labbra disabituate a sorridere» scoprono che la vita apparentemente tranquilla dei propri genitori nasconde menzogne e violenze perpetrate nel silenzio delle mura domestiche. Il disvelamento della vita bugiarda degli adulti segna il traumatico passaggio dall’infanzia alla giovinezza e provoca in Anita uno sradicamento fisico ed emotivo che la spingerà a cercare disperatamente la propria dimensione fuori da lei, in un uomo sposato. Proprio la presunta irregolarità dell’unione porterà la protagonista a riconoscere nel legame materno l’unico vincolo ritenuto veramente duraturo della sua esistenza, tra tanti rapporti fallaci e incompiuti.
Gli scenari del romanzo si snodano rapidamente, e a fare da sfondo alle vicende familiari ci sono le città di Venezia e di Firenze, dove Anita si trasferisce nella primavera del 1918. Nuove generazioni di personaggi si affacceranno nella sua vita: il figlio Ruggero e la nuora Linetta.
Grazie alle voci dei felini, le vicende degli esseri umani si sovrappongono l’una sull’altra come le trame di una maglia: fragilità, difficoltà e dipendenza costituiscono l’ossatura entro cui si muovono le complesse esistenze del nucleo familiare, che nonostante tutto, riuscirà a superare molte difficoltà.
Attraverso un racconto corale, e con una prosa scarna ed essenziale, l’autrice scandaglia alcuni degli aspetti più reconditi e contraddittori della personalità dei personaggi, scoprendo da un lato i lati conflittuali, e dall’altro le inaspettate alleanze tra donne.
Proprio le difficoltà incontrate porteranno queste ultime a «reclamare la propria vita», soprattutto attraverso il lavoro, sia formale che informale. Riannodare il filo dei ricordi, permetterà ai protagonisti e alle protagoniste della saga familiare di cogliere l’essenza della loro esistenza, oltrepassando i limiti di quelle umane passioni che in vita non sempre hanno saputo accettare e interpretare. L’apparente contraddizione tra storia/realtà e favola/magia si salda quindi in una sintesi armonica che rende possibile la sublimazione delle vicende umane.
L’autrice del romanzo è Esther Diana, già direttrice del Centro di Documentazione per la Storia dell’Assistenza e della Sanità Fiorentina, ora attiva presso la Fondazione Santa Maria Nuova di Firenze. È autrice di numerose pubblicazioni inerenti il patrimonio storico-artistico delle istituzioni sanitarie toscane e Vite che tornano è il suo primo romanzo pubblicato con la Sampognaro & Pupi Edizioni di Siracusa.
Come ha spiegato l’autrice sul suo sito, in realtà, la sua prima opera letteraria è L’Immonda (Baglione Editore), in cui ricostruiva la vicenda storica di una donna fiorentina del Seicento di nome Caterina.
Ma come è avvenuto il delicato passaggio dalla tipologia della ricerca storica al romanzo? «Un ‘qualcosa’ di strano che mi ha fatto violentemente – ed è proprio la parola giusta – travolgere da un fiume in piena. Ero in macchina diretta a Salina e mentre parlavo con mio marito – su cosa non ricordo più – qualcosa ha ridestato improvvisamente il ricordo di quell’annotazione storica che, in quel preciso momento, seppi non voler più ‘studiare’, bensì ‘interpretare’ infondendo alla storia di quella vita oltraggiata tutto lo sdegno, l’angoscia che ancora oggi noi donne subiamo per furie maschili».
Ecco che per l’autrice si è palesata la necessità di compiere un’altra scelta coraggiosa e creativa: «Ho voluto cercare una casa editrice che mi ‘accettasse’ non perché portavo dei finanziamenti, bensì perché reputava il mio lavoro quel tanto di passabile da poterci scommettere».
Da quel momento, all’idea di descrivere il fatto storico si sostituisce quella di interpretare liberamente le vicende di donne che hanno subito l’oppressione maschile e che sono state capaci di riscattarsi.

Esther Diana
Vite che tornano
Sampognaro e Pupi, Siracusa, 2020
pp. 190

***

Articolo di Elisa Fontanelli

Laureata in Storia dell’arte, ha collaborato con alcuni musei in Francia e in Italia. Borsista e collaboratrice dell’Associazione Archivi Storici delle Famiglie, ha effettuato una ricerca su Maria Luisa di Borbone ed è fra le autrici del volume Una donna nella tempesta: dagli archivi familiari, la vita di Maria Luisa di Borbone. Collabora con la rivista Quaderni Asiatici ed è curatrice per La Soffitta Spazio delle Arti di Sesto Fiorentino. 

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