Cambiamo discorso. Racconti di ordinaria violenza sulle donne

Di stravolgente attualità sono le tematiche di cui parlerà la scrittrice Norma Stramucci nel prossimo webinar del ciclo Cambiamo discorso, che si terrà online il 1 dicembre 2022. Autrice di molti scritti, presenterà nell’incontro il romanzo Se mi lasci ti uccido, in cui racconta storie di donne vittime di femminicidio, che vivono situazioni molto diverse tra loro, accumunate, però, dallo stesso dolore, fragilità e riscossa. Le poniamo alcune domande per conoscerla meglio.

Dopo gli studi, sei diventata insegnante. Che cosa ti porta anche a scrivere articoli, poesie e romanzi?
È un’esigenza, lo è sempre stata. È come se non concepissi la vita priva della scrittura e mi chiedo se in fondo questa non sia una debolezza nascosta dall’alibi dell’amore per la parola. Intendo dire che forse scrivere mi dà l’illusione di potermi un pochino prolungare nel tempo. Una presunzione insomma. Che però non sarebbe sufficiente a giustificare impegno, sacrifici, dedizione. E quindi quello per la parola e per il pensiero che veicola non è un alibi, è amore puro. Molti poeti e poete, da Giuseppe Conte a Edmond Jabès, da Guido Gozzano a Clemente Rebora, da Antonia Pozzi ad Alda Merini, hanno definito l’amore per la poesia una malattia, affiancandola a volte anche al sangue: Poesia, arpeggiante/zanzara che succhi dal sangue ha scritto Rebora. Una malattia dalla quale non si guarisce dunque, un cappio al collo, dal quale non ci si libera, secondo la definizione di Alda Merini. È proprio però Merini che mi suggerisce la risposta più corretta, perché oltre che a parlare di poesia e quindi del bisogno di scriverne, come dannazione, ne parla anche come di un dono di Dio del quale chi è poeta non deve essere superba/o, perché è solo veicolo di una grazia particolare.

Quali sono le tematiche prevalenti di cui ti occupi?
Dipende dal tipo di scrittura. Se scelgo la prosa, come in Se mi lasci ti uccido, AbelBooks 2012, ristampa AbelPaper 2019, come nel precedente Lettera da una professoressa, Manni 2009, o nel romanzo che sta per essere pubblicato per le Edizioni ExCogita, Second life, lo sguardo è fuori dal mio orizzonte e le tematiche sono di interesse anche sociale: il femminicidio, l’abbandono scolastico, il bullismo di un ragazzino che ha solo bisogno di aiuto, o anche la sofferenza di un giovane che si ritrova in un corpo, maschile, che non gli appartiene. Ma se la lingua è quella della poesia lo spazio è tutto dell’interiorità. Ciò non significa che in poesia non parli di ciò che accade al mondo naturalmente, ma che la prospettiva, il punto di osservazione sono sempre e solo i miei. La poesia d’altronde è proprio all’io che si presta a dare voce, anche quando, come nell’ultimo libro, Soli 3 + (quell’altro) la vicenda narrata è la più dolorosa per una madre e mi sono ritrovata a scrivere ciò che mai avrei voluto, la storia della morte di mio figlio, in un incidente con la moto.

Pensando alla tua esperienza, secondo te la scuola affronta queste tematiche con i/le giovani? Dovrebbe farlo? Tu ne parlavi con le tue e i tuoi studenti?
Il mio modo di intendere l’insegnamento e quanto esso sia connesso all’individualità di ogni soggetto che apprende l’ho esplicitato in Lettera da una professoressa, che tra l’altro, seppure edito nel 2009, è ancora un libro che ha il suo messaggio (di visione della scuola, di democrazia, di pace, di civiltà) ancora vivo e attuale. La scuola dove ho lavorato comunque (sono in pensione da tre anni), un Istituto professionale, era abbastanza sensibile – per sua natura direi – a tutti i temi che potessero contribuire alla crescita formativa delle/degli studenti. Quindi sì, avendo come ideale la testa ben fatta e non la testa piena, secondo l’insegnamento di Edgar Morin, ne parlavo eccome. E lasciandomi alle spalle laurea, perfezionamento, dottorato, aggiornamento continuo sia come discente che come formatrice, se i fatti del giorno esigevano che guardassi negli occhi ragazze e ragazzi e intavolassi una discussione su quanto accaduto, anche se completamente al di fuori della programmazione, la stimolavo, perché la mia aspirazione era che imparassero soprattutto ad avere proprie idee, a non essere vittime di condizionamenti. E i moduli di lavoro che organizzavo non puntavano esclusivamente alla conoscenza dei contenuti ma alla maturazione della loro persona. Penso comunque che la cosa si faccia un po’ in tutte le aule. Poi da anni c’è la possibilità per le scuole di unirsi in rete e costruire insieme progetti sui quali confrontarsi. La cosa è molto produttiva, sotto ogni punto di vista. In questo anno scolastico, ad esempio, dal Liceo “Leopardi” di Recanati la Rete CompìtaMarche ha proposto il tema La scrittura delle donne e certamente il lavoro sarà proficuo.

Poesia in ricordo del figlio, dal libro Soli 3 + (quell’altro)

«Per te di certo sono un poco stramba/ma quanta gente parla solamente/a sé stessa. Io almeno/sul colle dell’infinito/ogni mattina apro la finestra/mentre mille giovani voci/mi annunciano –Buongiorno». Questi sono versi della poesia che si intitola Scuola. Ce la vuoi commentare?
A parte che proprio fisicamente ho avuto la fortuna di spiegare Leopardi sul Colle dell’infinito, perché proprio lì si trovava e ancora si trova la mia scuola, questi versi criticano l’incomunicabilità nel mondo contemporaneo. Si blatera per lo più, non si parla perché il parlare presuppone una capacità che senza rendercene conto in tanti abbiamo perso: il sapere ascoltare. E allora il bla bla bla dell’uno, quello dell’altra non si incontrano e appunto, la gente parla solamente/a sé stessa. A scuola no, non è consentito, e come insegnante ho il dovere di ascoltare e conoscere il microcosmo di ogni studente e di connetterlo al mondo, di aprire la finestra sull’infinito, e di farlo con gioia, augurando e facendomi augurare da ognuna e da ognuno il buongiorno, come dire siamo qui per rendere migliore il domani nostro e dell’universo intero attraverso lo studio, la conoscenza.

Che consiglio daresti alle giovani donne per non essere o sentirsi vittime, ma capaci di realizzare sé stesse e le proprie aspirazioni in autonomia e indipendenza?
Le giovani donne innamorate dovrebbero essere consapevoli che l’innamoramento è solo una delle fasi dell’amore, forse la più entusiasmante, non lo nego. Dovrebbero durante questo momento essere in grado di chiudere per un attimo il cuore e vedere il loro compagno con gli occhi della realtà e non con quelli del sentimento. Dovrebbero, in caso di segnali, come divieti, gelosie ingiustificate, senso di possesso, semplicemente avere la forza di modificare la relazione, o non riuscendovi, interromperla, prima che sia troppo tardi. Dovrebbero soprattutto aspirare a ottenere – e riuscirci – quell’indipendenza economica che è necessaria anche alla propria autostima. Soprattutto dovrebbero essere consapevoli di valere per sé stesse e non in funzione di un uomo.

E ai giovani uomini, perché sentano l’importanza del rispetto reciproco e della parità?
Molti giovani uomini non hanno bisogno di alcun consiglio per fortuna. Gli altri dovrebbero… perdonare le loro madri! Perché purtroppo è proprio nell’educazione il germe del maschilismo. Non ho consigli, solo speranze. Mi vengono in mente però due versi di un sonetto di Shakespeare: Be as thy presence is, gracious and kind,/Or to thyself at least kind-hearted prove (Sii com’è la tua presenza, grazioso e gentile,/o con te stesso almeno mostrati gentile nel cuore). Se li interpretiamo secondo il senso del nostro discorso, abbiamo: Sii com’è la tua presenza, grazioso e gentile: quindi non sia una finzione, la gentilezza di oggi. O con te stesso almeno mostrati gentile nel cuore: e quando gentile non sarai più, se capiterà che tu non lo sia più, guardati dentro e impara a esserlo nuovamente. Starai meglio.
Insomma, senza quasi accorgermene ho associato l’idea del rispetto e della parità a quella della gentilezza, quasi riallacciandomi a quanto riferito poco fa a proposito della comunicazione, dell’ascolto. Se si fosse tutte e tutti capaci di parlare davvero, di ascoltarci, secondo quello che Leopardi avrebbe anche oggi definito un onesto e retto conversare, molti mali e malesseri sarebbero risolti, sia a livello privato, all’interno di quelle minuscole comunità che sono le coppie, sia all’interno di una società che si dica davvero civile.

Ringraziamo per le suggestive note ricevute da Norma Stramucci sull’amore per le parole e la necessità di essere un’insegnante capace di ascolto, e rinviamo al suo sito, ricco di scritti, performance e suggerimenti di letture, dandole appuntamento al 1 dicembre e preparandoci ad accogliere le riflessioni scaturite dal suo libro sul femminicidio.

Questo il link per iscriversi al webinar e ricevere poi le indicazioni per il collegamento:
https://csvmarche-it.zoom.us/webinar/register/WN_WYpHrd1nSE6XrP0qc4LEkg

Potete leggere qui tutte le conversazioni precedenti del ciclo Cambiamo discorso, pubblicate su Vitamine vaganti, mentre chi non potesse partecipare alla diretta dell’incontro online, potrà rivederlo (come tutti i precedenti) sulla pagina fb di Reti culturali.
Sempre su questa pagina è possibile rivedere l’interessante intervento di Paola Nicolini (che sarà presente anche al prossimo webinar del 1 dicembre), docente di Psicologia dell’educazione dell’Università di Macerata, dal titolo La impari parità, durante il secondo incontro del Convegno Parliamo di donne-Il linguaggio sessista, tenutosi il 4 novembre 2021.

In copertina: Norma Stramucci all’evento La vita e la morte nei miei libri, Polo bibliotecario di Recanati, 28 ottobre 2022.

***

Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020.

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