Le donne di Van Gogh

Ho visitato da poco a Roma la mostra di Vincent Van Gogh al palazzo Buonaparte, aperta da ottobre 2022 a marzo 2023: circa 50 opere provenienti dal prestigioso Museo olandese Kröller Müller di Otterlo, che è un museo alquanto singolare, immerso nel bosco, a più di 100 chilometri dalle principali città olandesi. Fu aperto nel 1938 e custodisce, oltre a moltissime opere di arte contemporanea, il secondo più grande patrimonio di opere di Van Gogh, dopo il museo di Amsterdam.
La mostra di Roma, grazie alle tante testimonianze biografiche, ne ricostruisce la vicenda umana e artistica, per celebrarne la grandezza universale. Il percorso espositivo, che si estende su due piani, segue il filo conduttore cronologico, facendo riferimento ai periodi e ai luoghi dove il pittore visse: da quello olandese dei mangiatori di patate, al soggiorno parigino, nel quale seguì il suo grande maestro Millet, a quello ad Arles, in cerca della luce del sud della Francia, fino al periodo della frenetica produzione nel manicomio di St. Remy e quello alla locanda ad Auvers-Sur-Oise, dove mise fine alla sua tormentata vita.
Nel periodo parigino emerge una maggior libertà nella scelta dei soggetti, con la conquista di un linguaggio più immediato e cromaticamente vibrante. La mostra dà particolare risalto al suo studio sul colore che viene fatto percepire a visitatori e visitatrici con pannelli didascalici interattivi. Sul finire del percorso ci si imbatte in uno dei suoi autoritratti, occhi verdi e fondo azzurro.

Autoritratto, Van Gogh, 1889

Lo sguardo penetrante, rivolto a chi guarda, mostra un’insolita fierezza, raramente presente nelle sue opere. I rapidi colpi di pennello, i tratti di colore steso l’uno accanto all’altro ci danno notizia della capacità di penetrare attraverso l’immagine un’idea di sé tumultuosa, di una sgomentante complessità. Scriveva in una lettera a Theo «Dobbiamo gettarci nel profondo se vogliamo pescare qualcosa, e anche se a volte dobbiamo lavorare per l’intera notte senza prendere nulla, è bene non arrenderci, ma gettare di nuovo le reti al mattino». Sappiamo che in vita non vendette che due opere, sappiamo che la sua povertà lo portò a vivere dei centocinquanta franchi al mese che gli mandava suo fratello Theo; come spiegare allora l’immenso successo successivo e il fascino che esercita su chi osserva i suoi lavori? Chi si occupò delle sue opere? Chi ne ebbe cura e le fece conoscere? Furono delle donne. Una parte delle sue opere è presente nel museo di Kroller-Muller, fortemente voluto da Helene Kroller-Muller e da suo marito Anton.

Helene Kroller-Muller a 35 anni

La ricca Helene Kroller, nata in Germania nel 1869, accettò, per salvare le finanze dell’azienda paterna, di sposare Anton Muller, socio in affari del padre. Nel 1908 decise di divenire collezionista d’arte contemporanea, impiegando i fondi di famiglia e iniziando a raccogliere dipinti e oggetti artistici. Helene fu introdotta alla pittura di Van Gogh dal critico d’Arte e maestro di Estetica Henk Bremmer, autorevole insegnante e tra i primi estimatori dell’artista capace, nelle sue lezioni appassionate, di valorizzare l’opera del pittore nella quale appariva la sofferenza che giungeva a una profonda spiritualità ed esperienza mistica. Era convinto che l’arte fosse tale solo se sapeva trasmettere emozioni e regalare esperienze spirituali e che Van Gogh fosse all’apice di questa evoluzione. Helene fu attratta da Vincent proprio per questo carattere spirituale, ne condivise l’anelito al divino e l’esigenza di credere nell’arte, entrambi trovarono in essa la spiritualità che non riuscivano a trovare nella religione. Benché fino alla Prima guerra mondiale Van Gogh fosse ancora un artista oscuro e controverso, entro il 1922 Helene aveva già riunito 300 lavori tra dipinti, compresi i famosi girasoli, e disegni, possedendo una delle collezioni private più vaste del Novecento, che fece conoscere anche negli Stati Uniti, aumentandone così la conoscenza. Riteneva che il suo valore non stesse solo nei suoi mezzi espressivi, nella sua tecnica, ma piuttosto nella sua grande e nuova umanità. Helen, che rifletté a lungo sulla sofferenza e il male, specie durante la Prima guerra mondiale durante la quale divenne infermiera, trovava che Van Gogh fosse l’artista che, più di tutti, aveva saputo dipingere il dolore, che aveva saputo trascenderlo, divenendo capace di offrire empatia e consolazione.

Ma Helene come aveva potuto trovare le opere da acquistare? Chi aveva conservato tutto il patrimonio che Vincent aveva dipinto e lasciato totalmente invenduto?
È a un’altra donna, Johanna Van Gogh Bonger, figura chiave nell’affermazione della fama del pittore, a cui se ne deve la cura e la conservazione.

Ritratto di Johanna Van Gogh
Johanna col piccolo Vincent 1890

La grande quantità di opere verrà in parte venduta a privati e in gran parte conservata da lei per il grande museo di Van Gogh di Amsterdam, voluto in seguito dal figlio di Johanna e inaugurato da lui stesso il 3 giugno 1973. Lei era la cognata di Vincent, la moglie del fratello Theo, madre del piccolo Vincent e presto vedova, dato che Theo morì sei mesi dopo il fratello.

Trovò gli ultimi dipinti eseguiti nella locanda dei Ravoux dove Vincent alloggiava a Auvers-Sur-Oise, a nord di Parigi e molti altri erano già a Pigalle, a Montmartre, nell’abitazione dove viveva col marito. Dal diario di Johanna si possono scoprire molti eventi relativi alle opere del pittore che lei intrecciava con la sua vita. Aveva visto Vincent solo tre volte, ma ne era rimasta molto colpita; sapeva della fitta corrispondenza tra lui e il marito che però non le consentiva di leggere le lettere e sapeva dei centocinquanta franchi che Theo mandava al fratello ogni mese per le spese di vitto e alloggio, oltre che per colori e pennelli di cui Vincent aveva sempre più necessità, per la sua attività pittorica che diveniva sempre più frenetica.
Theo aveva assistito, il 29 luglio 1890, all’agonia di Vincent durata più di 24 ore e da quel momento era lentamente precipitato in un abisso di dolore nel quale né la moglie né il piccolo figlioletto di pochi mesi erano più riusciti a risollevare. Johanna ci descrive le lunghe giornate di Theo, trascorse a rileggere le lettere del fratello nel totale dolore e nel distacco dalla realtà, fino al ricovero per paralisi e alla morte avvenuta nel gennaio 1891.

A quel punto lei era l’erede di ciò che possedeva Theo e quindi dei dipinti, dei disegni e delle numerose lettere, circa settecento, che finalmente poté leggere per comprendere i vissuti di Vincent e i segreti della relazione tra i due fratelli. Scoprì pian piano dei turbamenti di Vincent, delle sue crisi nervose, delle sue profonde riflessioni relative ai suoi dipinti, degli appunti precisi e dettagliati circa i colori dalle tonalità esagerate che lui andava cercando con ricerche minuziose presso i rifornitori, ma che soprattutto cercava di far uscire da sé stesso.

I suoi soggetti erano sempre legati al mondo contadino, egli riteneva ad esempio che una ragazza di campagna fosse più splendida di una dama con i suoi semplici vestiti di panno, più di quando andava in chiesa la domenica tirata a lucido. Johanna, unica donna della sua famiglia a essersi laureata, in letteratura inglese, aveva conosciuto Theo grazie a suo fratello André che gli era amico. Vivevano a Parigi, a Pigalle dove Theo lavorava per la galleria d’arte Goupil.
Avevano avuto un figlio che Theo aveva voluto chiamare Vincent. Lo zio aveva voluto conoscerlo facendo loro visita circa due mesi prima del suicidio, portando in dono al nipote un nido e il dipinto del mandorlo in fiore. Appariva sereno e pieno di vita. Aveva riguardato i suoi dipinti sparsi per casa, soffermandosi sui mangiatori di patate, rimirando nella tela lo stile scuro dei primordi, valorizzando il clima e l’atmosfera intensa di quei volti solcati dalla rassegnazione.

Van Gogh aveva chiesto a Johanna se vedeva in quei volti tristezza o dignità e fu contento quando lei lo rassicurò rispondendo che trovava che esprimessero dignità. La loro casa era piena delle tele che il pittore faceva recapitare al fratello, nella speranza di una mostra che Theo non riuscì mai a realizzare, forse perché i mercanti d’arte favorivano gli impressionisti di Parigi, che vendevano bene, con i quali Van Gogh non era riuscito a creare quella fratellanza artistica nella quale lui sperava tanto.
Mentre il marito si aggravava sempre più, Johanna, in quei mesi dopo la morte di Vincent, si occupava di proteggere le sue opere. Alcuni arrivarono fin sotto la sua casa per volerle distruggere; le volevano bruciare, sostenendo che quelle opere avrebbero potuto diffondere la follia di chi le aveva dipinte. La minacciarono ritenendo quei colori forti responsabili della morte di Vincent e della malattia di Theo; lei non riusciva a comprendere chi poteva nascondersi dietro a quei distruttori, forse mercanti d’arte riottosi alle novità o religiosi ottusi. Veniva aiutata da Willemina, la sorella minore dei Van Gogh, che andava talvolta a trovarla.
Wil era eccentrica come i fratelli, ma secondo Johanna era la migliore della famiglia e, in quel momento difficile, il suo aiuto era provvidenziale. Johanna trovava in lei il sostegno per curare il marito, gestire il bambino e proteggere le numerosissime tele che non avevano ancora un destino. Theo venne ricoverato in una clinica psichiatrica e lì, Johanna, vedendo il marito sprofondare nell’inferno, comprese che la sofferenza mentale era più lacerante di quella fisica.

Decise di fare ritorno in Olanda, portandosi dietro le tele e continuando, nel frattempo, la lettura delle lettere di Vincent, che facevano emergere i particolari di quel legame così forte da essere divenuto la causa della malattia del marito. Scoprì, infatti, che Vincent, mentre si era felicitato per il loro fidanzamento e il matrimonio, aveva mostrato anche angoscia d’abbandono, oltre che timore che gli venissero meno i franchi mensili.
Vincent attraverso quelle lettere voleva consegnare a Theo i suoi pensieri, così come gli consegnava le sue tele, dando a lui forse troppa responsabilità. Gli scriveva, ad esempio, che sentiva in lui un potere che doveva sviluppare, un fuoco che non doveva spegnere, ma che doveva alimentare, benché non sapesse dove lo avrebbe portato.
Diceva che si serviva del colore per esprimersi con maggior forza, spesso esagerando ed enfatizzando, sostenendo che i colori altro non erano che la vita intima delle cose. Nelle lettere Johanna scoprì anche molte poesie; prima di essere un pittore, Vincent era dunque un poeta: «A momenti, quando la natura è bella come in questi giorni, sento una terribile lucidità. Poi mi dimentico di me stesso, e il dipinto mi viene come in sogno».

I suoi dipinti non avevano scopo realistico e neppure gli autoritratti, bensì avevano una necessità comunicativa, quella di mostrare una parte di sé. Ora il desiderio di Johanna era di trovare una nuova casa, fuori Amsterdam, a Bussum, suo paese natale.
Convinse suo padre ad acquistare una villa in vendita a cui lasciò il nome che aveva, Villa Helma, per aprire una locanda, così da far crescere suo figlio e dare un luogo alle tele di Vincent affinché, se nel futuro avessero avuto un valore, fosse lei a farle conoscere, consapevole che la madre di Vincent non dimostrava per loro nessun tipo di interesse, cosa che aveva procurato molta sofferenza nel pittore.
Anche il suo bambino, il piccolo Vincent, partecipò al recupero delle tele che venivano spedite da Pigalle; aiutava la madre dalla stazione alla Villa. In futuro sarà proprio lui ad allestire il grande museo ad Amsterdam, dedicato al suo famoso zio. Per ora le tele furono appese nella locanda e i visitatori le osservavano, l’interesse iniziò a crescere e in Johanna apparve il desiderio di allestire mostre. Per lei ogni tela era una poesia, anche i primi disegni fatti a carboncino, le copie di Millet che Vincent chiamava padre, il suo grande maestro.

Purtroppo anche a Villa Helma arrivarono i fanatici che volevano distruggere le tele, ma per fortuna amici e familiari risero di quelle incursioni e minacciarono di chiamare la polizia. Per la prima mostra a Bruxelles le tele scelte andavano incorniciate; purtroppo le critiche apparse sui giornali non diedero giudizi positivi, anzi indicavano Van Gogh come squilibrato e le sue tele come terrificanti. Ma dalla copia carbone del giornale femminista La Femme libre Johanna ritagliò una frase: «Non essere timorosa, non pretendere il successo immediato, poiché quello vero richiede tempo, e provare soddisfazione per l’impresa».

Arrivò ben presto un’offerta per esporre quadri al Pulchri Studio dell’Aia; era necessario far incorniciare il più possibile e, con l’eventuale ricavato, incorniciare altre tele. La direttrice della galleria trovò buoni i quadri e dicembre fu, in mezzo alle feste, il periodo dell’esposizione; solo cinque disegni venduti, ma le recensioni però tutte favorevoli. Un critico d’arte trovò geniali i cambi di rotta repentini dei periodi di Van Gogh: «Se ogni stile fosse una vita, Van Gogh avrebbe vissuto almeno otto vite in un solo decennio».
Johanna continuava a leggere le lettere e rimase colpita da una frase: «Non andare a cercare idee migliori di quelle che hai già dentro di te». Comprese, dalla forte intimità, che il vero amore di Theo era stato Vincent e si ripromise che un giorno avrebbe portato le sue spoglie nel cimitero accanto a quelle del fratello.
Seguirono altre mostre ad Amsterdam, a Rotterdam e in altri luoghi, sei mostre in dieci mesi. Quando incontrò una scrittrice, Henriette Roland Holst, le chiese un testo per la mostra del Panorama di Amsterdam e, come pagamento, avrebbe potuto scegliere un quadro e un disegno. Ci fu così una buona presentazione. Johanna decise di far conoscere al pubblico anche le lettere a Theo che comparivano, riscritte in Century Gothic, accanto ai quadri. Quando ricevette l’invito del National Gallery di Londra, era il dicembre 1892, si sentì soddisfatta: ora il nome di Vincent Van Gogh era quello di un artista!

Mostra Vang Gogh, La Notte stellata, Atelier de Lumiéres, Parigi (2019-2020)

In copertina: Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890, Amsterdam

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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