La mia storia è quella di tutte noi

Iniziamo in questo numero a pubblicare i testi dei racconti premiati nella IX Edizione del Concorso Sulle vie della parità, nella sezione “Narrazioni”, riservato alle Scuole medie superiori, in collaborazione con il Premio letterario Italo Calvino di Torino, giunto ormai alla XXXV Edizione. Questa sezione B propone alle/agli studenti quattro incipit ideati da scrittrici e scrittori legati al Premio, su un tema diverso ogni anno. Le/i concorrenti devono continuare l’incipit componendo un racconto.
Il tema della IX edizione era: “Superare gli stereotipi di genere” e a scrivere gli incipit sono stati: Adil Bellafqih (finalista XXXI Edizione del Premio Calvino), Antonio Bortoluzzi (finalista XXI e XXIII Edizione), Emanuela Canepa (vincitrice XXX Edizione), Mariapia Veladiano (vincitrice XXIII Edizione).

Il “Premio Classi Prime” è andato al racconto La mia storia è quella di tutte noi, giunto dalla I B del Liceo Scientifico Edoardo Amaldi, dell’Istituto italiano statale comprensivo di Barcellona. Questa la motivazione del premio:
«Il racconto appare aderente al tema proposto e congruente con l’incipit scelto, di Mariapia Veladiano. La storia della protagonista, semplice ma plausibile e coerente, trova un’espressione sicura, sciolta e corretta insieme ad accenti personali che rivelano capacità di riflessione e maturità di giudizio».
Ad elaborare a quattro mani il testo del garbato racconto (il titolo avrebbe potuto essere “Pensare in grande”, espressione che significativamente ricorre nel testo due volte, una della quali nel finale) sono state le giovanissime Nausicaa Flores D’Arcais ed Elisa Margherita Sala, seguite dalle docenti che si sono occupate del Progetto MOF: la coordinatrice Mariangela Picciano, la collaboratrice Angela Vitale e l’esperta esterna Maria Ina Macina.

Incipit 4, di Mariapia Veladiano.

Stamattina ho passato, da noi si dice così, ho passato velocemente il bagno, dopo che gli altri erano usciti, chi a scuola chi al lavoro, come sempre. Ci ho messo più o meno dieci minuti, come sempre. Io faccio i conti in azienda, sono capufficio in uno studio di commercialisti. Faccio i conti benissimo. Stamattina mi sono seduta sul bordo della vasca da bagno e, non so perché, ho fatto i conti. Dieci minuti al giorno per trenta giorni uguale trecento minuti al mese uguale cinque ore al mese, uguale sessanta ore allanno uguale seicento ore in dieci anni e dal momento che lo faccio da trentanni uguale milleottocento ore in trentanni. Uguale settantacinque giorni giusti giusti, due mesi e mezzo della mia vita ho fatto quel lavoro invisibile al mondo che consiste nel lasciare il bagno degno, al minimo degno, di essere usato, dopo, quando gli altri tornano.
Poi mi sono alzata, ho tolto i guanti, ho dato un colpo di spazzola ai capelli, in piedi davanti allo specchio, e sono andata al lavoro.

La mia storia è quella di tutte noi

Oggi però, in autobus, riesco solo a pensare a come sono arrivata a questo punto. Come può essere tutto questo così normale e allo stesso tempo così sbagliato?
Sono Marta González, sono nata a San Juan Bautista Tuxtepec, un centro urbano di meno di 100.000 abitanti a sud del Messico, in una famiglia molto numerosa.
I miei si conobbero giovanissimi e si sposarono dopo un veloce fidanzamento come era consuetudine a quei tempi, mia madre non ebbe mai la possibilità di vivere una vita davvero sua; passò direttamente dal dipendere dai suoi genitori a dipendere da suo marito. Il primo dei miei fratelli arrivò quando lei aveva solo diciassette anni, e per questo non ebbe mai l’occasione di finire i suoi studi. Mio padre si costruì una carriera come venditore di mangimi per polli e il suo lavoro lo portava a girare tutte le fattorie del Messico e a stare fuori di casa molto tempo.
Conservo pochi ricordi di mio padre in casa, era sempre fuori indaffarato col suo lavoro ma ricordo benissimo mia madre, una donna con la carnagione abbronzata dal sole e delle piccole rughe che le segnavano il viso come crepe, sempre in cucina, e i mei fratelli più piccoli schiamazzanti per la casa.

Toccava sempre a me occuparmi di loro, anche se avevo due fratelli più grandi, ma questo non importava, perché era un lavoro da donne e quindi spettava a me. Poco importava che avessi compiti per la scuola da svolgere, amiche con cui avrei voluto giocare, libri che avrei voluto leggere, esperienze che avrei voluto fare: quello che volevo non importava, importava solo quello che dovevo. A essere sincera non mi sono mai neppure chiesta, fino a oggi, perché mio padre non si occupasse della casa, nessuno ha mai osato neanche pensarlo.
Un’altra cosa che ha caratterizzato tutta la mia infanzia era questa chiara distinzione tra femmine e maschi: alle femmine il rosa, ai maschi il blu, alle femmine la gonna, ai maschi i pantaloni, alle femmine le bambole, ai maschi le macchinine, e potrei continuare così, all’infinito. E guai uscire dallo schema: se volevo giocare a calcio coi maschi ero un maschiaccio, se mi sbucciavo le ginocchia correndo non mi stavo comportando da signorina.

Così, immersa tra questi pensieri su un triste sedile dell’autobus, mi convinco sempre di più che la situazione in cui mi trovo oggi era già destinata a me da quando ero una bambina.
Poi dall’infanzia passai all’adolescenza. A mio fratello era stato concesso di uscire con gli amici dopo cena all’età di sedici anni e io aspettavo impaziente quel compleanno in cui avrei ottenuto la mia prima piccola libertà. Ma… non fu così. Strano, vero? Come potevo anche solo pensare che avrei avuto gli stessi diritti di mio fratello? Non sta bene che una ragazza esca la sera, è pericoloso, è inopportuno! Siamo state tutte cresciute con l’avvertimento di stare attente agli uomini, ma mi chiedo: ai ragazzi è stato insegnato a rispettare le donne?
Quelle poche volte che mi era concesso uscire, magari al seguito dei miei fratelli più grandi, mi venivano fatte da mia madre un sacco di raccomandazioni su quello che potevo indossare e quello che non potevo, con chi potevo parlare e con chi no, addirittura cosa era “opportuno” che dicessi e cosa no. Mi sembrava tutto così assurdamente normale, e oggi che riguardo il mio passato mi sembra tutto così maledettamente assurdo!

Subito dopo il mio sedicesimo compleanno ci trasferimmo in Spagna e io entrai in una scuola superiore di Barcellona. Tutte le ragazze della mia classe sembravano uguali: stessi capelli, stessi vestiti, stesso linguaggio. Tutto il loro impegno era rivolto ad attirare l’attenzione dei ragazzi; le più popolari erano quelle che riuscivano ad avere il ragazzo e ovviamente il ragazzo più ambito era quello più arrogante. Anche a quei tempi, l’età in cui si dovrebbe sognare in grande, era già normale farsi trattare male da un ragazzo.
Mi sono iscritta alla facoltà di Economia perché ero brava con i numeri e volevo lavorarci. Il rapporto con il mondo del lavoro non è mai stato facile: ai colloqui mi è sempre stato chiesto se pensassi di fare un figlio e, mediamente, mi è sempre stato offerto un salario più basso che ai miei colleghi uomini. Essere una bella donna nella mia carriera non mi ha mai aiutata: sembra che se sei bella non puoi anche essere intelligente. Se sei bella, molto probabilmente non ti meriti un gran salario. È stato molto difficile per me arrivare alla mia posizione di capufficio, ha richiesto ore e ore e notti di lavoro e ho dovuto lottare e sgomitare in un mondo dove gli uomini sono sempre avvantaggiati. Ancora oggi quante battute inappropriate mi tocca sopportare ogni giorno! «Sei nervosa perché hai le tue cose?», una delle più frequenti. Poi con il tempo ci si abitua, ma oggi mi domando: è stato davvero giusto abituarsi?

Ci siamo abituate ai commenti sul nostro corpo da parte dei nostri compagni di classe quando eravamo a scuola, ci siamo abituate agli sguardi molesti sui mezzi mentre andiamo al lavoro, ci siamo abituate a occuparci di tutto in casa, a stare zitte per non dare fastidio, a non vestirci come ci pare per non metterci in pericolo. Forse è anche colpa nostra se subiamo questa discriminazione, perché non ci siamo mai ribellate e abbiamo creduto alle nostre madri che ci hanno convinte che era giusto così perché così è sempre stato.
Ed eccomi qua, su questo sedile d’autobus, sorridendo al pensiero del mio piccolo grande segreto: la bambina che porto in grembo, la stessa a cui insegnerò a pensare in grande, a non accettare nessun tipo di discriminazione, a lottare per i suoi sogni e a non mollare mai. Mai come oggi ho avuto chiaro il senso di dove sono, perché sono e soprattutto quello che farò da oggi in poi.

In copertina: le studenti Nausicaa Flores D’Arcais ed Elisa Margherita Sala, 14 ottobre 2022, Università di Roma Tre, Premiazione IX Concorso Sulle vie della Parità.

***

Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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