Tutto un altro mondo. Il novembre di Limes

Che cosa ha in comune la geopolitica con la frase «ama i tuoi nemici?» (Matteo 5, 43-48; Luca 6, 27-35). A dispetto dei pregiudizi su questa disciplina, come afferma Lucio Caracciolo in un video destinato alla scuola di Limes, mettersi nelle scarpe e nella testa del nemico e cercare di capire il suo modo di interpretare la realtà, la cultura che rappresenta, la storia da cui proviene, che spesso è diversa dalla nostra, è indispensabile in un mondo che cambia e in cui i conflitti si moltiplicano, Tutto un altro mondo, come titola il numero di novembre di Limes, un mondo in cui i rapporti tra superpotenze presenti, passate e future sono irrimediabilmente mutati.
Un titolo scelto anche per il Festival di Geopolitica organizzato da Limes al Palazzo Ducale di Genova dall’11 al 13 novembre, i cui incontri sono reperibili in rete, sul canale YouTube della rivista.

La copertina di Laura Canali questa volta è particolarmente intrigante e vuole rappresentare, secondo l’artista, una città utopica, realizzata sulla base di alcuni disegni di fantasia, al centro della quale c’è una sfera, che rappresenta il mondo, a significare che siamo tutti interconnessi.
La mappa ricorda vagamente una tartaruga, che, nella mitologia cinese, rappresenta un animale che porta sul suo carapace tutto il peso del mondo e anche un collegamento con l’universo.

A dare un’interpretazione delle cause per cui si è giunti/e a Tutto un altro mondo è l’editoriale di Lucio Caracciolo, Il secolo lungo, il più bel saggio del numero 10 di Limes. Con l’acutezza di chi è filosofo prima che studioso di geopolitica il direttore della rivista coglie il cambio di paradigma che si è verificato nella storia che stiamo vivendo: dopo il crollo delle ideologie del passato, oggi regna l’identità. Chi pensava che nel mondo tutti/e si sarebbero convertiti/e al modello liberaldemocratico americano, si sbagliava. «Le probabilità che il resto del mondo raggiunga l’America (o viceversa) sono pari a quelle di Achille nella rincorsa alla tartaruga.» Secondo la profezia di Le Carré «Ora che sono l’unica superpotenza, gli Stati Uniti scopriranno che guerre altruistiche saranno parte del loro futuro». Ma se l’ideologia aggregava, l’identità disgrega. Oggi le narrazioni degli Stati sono introvertite e ruotano tutte sull’identità.
Putin ha fatto un uso politico della storia e cova un forte risentimento verso l’America, che non lo riconosce come capo della grande potenza Russia, ma anche verso il popolo dell’Unione Europea, allineato in modo compatto e acritico agli Usa, mentre Xi Jinping si racconta di essere erede della «dinastia rossa» che si vendicherà delle umiliazioni subite da europei, giapponesi e americani. «Tutti alla ricerca dell’identità perduta. Americani compresi». 

Per identità, continua Caracciolo, si intende un bene di relazione: sono quel che sono non perché lo penso io ma perché coloro cui tengo pensano questo di me. Se costoro non mi pensano tale, provo frustrazione, risentimento, ira nei loro confronti. Vale per l’individuo come per le comunità e gli Stati entro cui partecipa alla competizione di potere». E ancora: «Il movente primario dei conflitti di potere non è l’acquisizione di beni materiali. È lo status. Identità riconosciuta da chi riconosciamo abilitato a riconoscercela».
I conflitti possono finire, quando i contendenti si legittimano reciprocamente. «Si ha pace quando il vincitore riconosce pari dignità allo sconfitto, purché si riconosca tale. Non si ha pace quando il perdente è umiliato […] Come le guerre di religione, quelle per l’identità sono all’ultimo sangue. Non si combatte per un pezzo di terra in più o in meno ma per il diritto più sacro cui si osa aspirare: il riconoscimento altrui. I conflitti della Guerra Grande vertono in prima e ultima analisi sull’identità. Cina Russia e Stati Uniti sono potenze incerte del proprio status, che non si riconoscono pari dignità. In questo sta la difficoltà maggiore, perché si tratta di un bene non negoziabile. Quanto all’Unione Europea, venuto meno il periodo di pace che si immaginava eterno, è sparito anche il progetto di integrazione, con una Germania in crisi profonda per la guerra che ha eroso il suo primato geoeconomico, considerata dagli Usa alleato inaffidabile e amico della Russia e una Polonia antirussa e antigermanica che è diventata il baluardo della Nato, alleata di Usa e Gran Bretagna. In una recente risoluzione approvata a grande maggioranza la Polonia ha invitato il governo della Repubblica Federale di Germania ad «assumersi inequivocabilmente la sua responsabilità politica, storica, legale e finanziaria per tutto quanto subìto dalla Repubblica di Polonia e dai cittadini polacchi con lo scatenamento della seconda guerra mondiale da parte del Terzo Impero tedesco», accusando Berlino di «genocidio sistematico», provocato dalla «aggressione e occupazione della Polonia» nel 1939-45.

La richiesta ammonta a 1.300 miliardi di euro a titolo di riparazione per i danni patiti durante i sei anni di sottomissione al nazismo, ciò che in tempi normali equivarrebbe a una dichiarazione di guerra ed è solo il primo passo, perché la Polonia intende chiedere i danni alla Russia. La Germania ritiene irricevibile la richiesta, mentre Mosca manda a dire ai polacchi che dovrebbero essere loro a compensare i russi per averli liberati dai nazisti. E la Francia? Il progetto della Cpe (Comunità politica europea) di Macron, passato dall’essere definito Giove all’epoca del suo insediamento a Vulcano, vorrebbe avvicinare tra loro 44 Stati dell’Europa visto che il progetto dell’Unione Europea mostra le sue crepe, ma rivela tutta la sua debolezza, come mette bene in luce l’articolo di Agnese Rossi, Dire Europa e pensare Francia. La nuova comunità di Macron non ha niente di nuovo.
L’editoriale prosegue con analisi e richiami storici come sempre puntuali e interessanti, con una conclusione sarcasticamente amara: «concludiamo che tutto un altro mondo è in gestazione, che difficilmente sarà migliore di questo e che comunque non possiamo farci quasi nulla. Purché non si finisca tutti all’altro mondo».

La prima parte della rivista, Bollettino della Guerra Grande, è la più ricca di contributi in grado di avvicinare i punti di vista e gli interessi dei diversi Stati, per farci «entrare nelle scarpe degli altri» e per cercare di capire come ragionano. Cambiamo dunque gli occhiali ed ascoltiamo nella bella intervista di Orietta Moscatelli Sergej Karaganov, per avere ancora una volta la conferma di quanto poco sappiamo delle culture diverse dalle nostre, del modo in cui interpretano quanto succede in Europa e di come ci vedono dalla Russia.
Indossiamo altre lenti e ascoltiamo il punto di vista di un ucraino, nell’intervista di Greta Cristini a Hennadiy Maksak, cofondatore e direttore generale del Foreign Policy Council Ukrainian Prism e senior fellow allo Ukraine and Eastern Europe Programme, che ha per titolo Non è questo il momento di negoziare con la Russia. Il punto di vista statunitense sulla Guerra Grande è articolato in due diverse posizioni, quella a favore della guerra di Reuben F. Johnson, di stanza a Kiev, corrispondente di Breaking Defense per l’Europa centro-orientale e l’Asia e Consulente del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Più armi all’Ucraina, perfettamente allineata alle posizioni dei nostri ultimi Governi e quello che emerge dalla bella intervista a Emma Ashford, ricercatrice allo Stimson Center nel programma «Reimagining U.S. Grand Strategy», di cui riporto alcuni stralci: «Gli Stati Uniti devono capire che non siamo più negli anni Novanta, esistono potenze in grado di sfidarci e pertanto dobbiamo essere più attenti a non finire immischiati in conflitti per accidente.
È quanto successo in Ucraina: l’insufficiente cautela nell’allargamento della Nato ha contribuito a causare una grande guerra in Europa […] Allargherei il campo dal 2014 all’intera questione dell’espansione della Nato nello spazio post-sovietico. I decisori americani avrebbero dovuto prestare più attenzione a una domanda: fino a che punto la Russia tollererà che i paesi a ridosso dei suoi confini entrino nel campo occidentale (Ue o Nato)? Già la guerra in Georgia del 2008 avrebbe dovuto dircelo, ma dopo lo scippo della Crimea era ovvio che Mosca considerava le nostre alleanze ai suoi confini una minaccia. Quello è stato l’errore basilare: continuare a perseguire le politiche di sempre, l’approccio espansivo, anche di fronte a quegli avvertimenti».

Le difficoltà della Cina sulla lotta al Covid-19 e nel suo approccio all’invasione dell’Ucraina sono temi conosciuti e trattati in questi giorni anche dai media generalisti, perciò non mi soffermerò sull’articolo che li prende in esame. «Guardate l’Ucraina. Da essa dovremmo trarre lezioni non su come fare la guerra, ma su come prevenirla». Con queste parole controcorrente l’ex Presidente di Taiwan, Ma Ying- Jeou, in un’intervista cerca di riproporre la sua visione dialogante con la Cina di Xi e i successi ottenuti in passato, contrapponendosi alla versione veicolata da The Economist e da altri media che descrivono come inevitabile una prossima guerra tra Cina e Taiwan, con gli Usa schierati con l’isola bella, chiamata anche Formosa.
Ancora una volta avvicinare analisi non occidentali può contribuire a ridimensionare la narrazione parziale veicolata dai nostri media, anche quelli che ci sembrano i più autorevoli. Molte sono le analisi geopolitiche di questa parte, tra cui quella di Fabrizio Maronta La globalizzazione non ha ucciso lo Stato, che approfondisce il concetto di deglobalizzazione o sglobalizzazione susseguente alla guerra, e chiarisce il significato di termini come nearshoring, reshoring, friendshoring e decoupling economico, tutti collegati al “rimpatrio” nei paesi d’origine di moltissime attività un tempo svolte all’estero.

Sui libri di economia, ricorda il collaboratore di Limes, la globalizzazione è stata accompagnata da due ferme convinzioni: «che la moltiplicazione dei commerci e l’esasperata internazionalizzazione delle filiere produttive – in virtù di un’interpretazione esponenziale del principio di specializzazione produttiva – fossero una marea che alzava tutte le barche, come predicato dal Washington Consensus. E che la risultante interdipendenza commerciale, finanziaria, industriale scoraggiasse – impedisse? – la guerra, perché questa diventava sempre più svantaggiosa e incompatibile con il calcolo costi-benefici […] Corollario della globalizzazione era infatti la democratizzazione […] Dato poi che la democrazia esiste per arginare l’uso e l’abuso della forza, logico inferire dalla sua espansione l’ineluttabile venir meno della politica di potenza e delle sue manifestazioni, a cominciare dall’espansionismo territoriale. Oggi il ragionamento appare ingenuo, finanche miope […] Se si osserva dove sono finite le rilocalizzazioni (d’Europa n.d.r.) nel periodo 2014-18, si appura che nel complesso a beneficiarne sono stati soprattutto Regno Unito, Germania, Norvegia ed Europa centro-orientale – specie Polonia, Slovacchia, Romania e Repubblica Ceca, in cima alle «intenzioni di rilocalizzazione» nei sondaggi.
L’Italia ha fatto la parte del leone nell’abbigliamento e si è difesa nelle macchine utensili, per il resto arranca.
Morale: la qualità dei sistemi – economici, infrastrutturali, scolastici, giuridici, istituzionali – nazionali è fondamentale. Scordiamoci il vincolo esterno in questa partita: vince chi è più attrezzato a giocarla per meriti propri, non per simpateticità altrui».

Volodymyr Zelens’kyj al palazzo Mariinskiy a Kiev, novembre 2022. (Foto: Genya SAVILOV / AFP) (Photo by GENYA SAVILOV/AFP via Getty Images)

Ricco di richiami filosofici e letterari è l’approfondimento di Giovanni Bottiroli La guerra del risentimento, che invita a non osservare la Russia solo under western eyes, espressione che richiama un romanzo di Conrad, pubblicato in Italia col titolo Con gli occhi dell’Occidente.  É indubbio, secondo il docente, che la guerra abbia resuscitato il rancore dei russi dopo il crollo dell’Urss e nell’articolo spiega perchéDue articoli si soffermano sulla Polonia, sulle cause e ragioni della sua russofobia e sul suo essere diventata avamposto Nato in Unione Europea. Tutto da leggere Luci e ombre del condottiero Zelens’kyj di Fulvio Scaglioneper conoscere la storia di questo governante che ha dato il meglio di sé solo durante il conflitto.

Sullo spettro della guerra nucleare limitata è poi da segnalare l’articolo di Germano Dottori, La crisi della deterrenza nucleare.
La seconda parte della rivista è intitolata L’Italia, soggetto o preda?. Tra i saggi che contiene ho scelto quello di Lorenzo Castellani, Lo Stato senza autorità, di cui mi piace richiamare alcuni passaggi. Da sempre ci chiediamo perché al popolo italiano manchino il senso dello Stato e la fiducia nelle istituzioni. Qualche spunto in questo articolo si trova.
L’apertura merita di essere condivisa: «Nel lontano 1879 Silvio Spaventa scriveva che «il partito moderato mancò al compito di dare all’Italia un’amministrazione», segnalando l’incompletezza del processo di unificazione dello Stato italiano.
Nel più vicino 2014, Sabino Cassese (esperto di scienza e tecnica dell’amministrazione) proponeva un’analisi amaramente simile a quella di Spaventa: «Lo Stato italiano ha avuto un modello di sviluppo diverso: opinione pubblica, classe politica, burocrazia sembrano muoversi ognuna per conto proprio, non in una sequenza ordinata, come quella inglese. È mancata una classe politico-amministrativa paragonabile all’establishment inglese o agli hauts fonctionnaires francesi, con una forte vocazione per il servizio pubblico, nutrita di robusti ideali e di buona educazione, selezionata secondo criteri di classe o di merito, dedita prevalentemente alla gestione dello Stato».
L’impietoso commento dello storico Heinrich von Treitschke sintetizza gran parte dell’origine statuale italiana: «Nacque un’amministrazione che riuniva in sé tutti i difetti della burocrazia francese senza averne i pregi: prontezza e decisione». L’analisi procede in modo molto articolato e ad essa si rinvia per la ricchezza degli spunti di riflessione sullo Stato di cui siamo cittadine e cittadini e in particolare sul concetto della dissipation of power. La parte che non convince fino in fondo è quella sulla Costituzione formale, che sarebbe stata soppiantata, per limiti intrinseci, dalla cosiddetta costituzione materiale, analisi da cui dissento, come dalla equiparazione di quest’ultima da parte dell’autore al concetto di economia politica. La Costituzione, pur debole nella parte relativa al Governo, non può essere ritenuta responsabile dei difetti e delle degenerazioni del nostro Stato.
La terza parte del volume n.10 si occupa dei Paesi e delle Regioni più fragili, che Limes definisce Caoslandia, i più colpiti dagli effetti di questo mondo che cambia per effetto della Guerra Grande, Paesi oggetto di appetiti voraci e ingordi delle superpotenze. Da leggere, a tale proposito, Putin l’africano, di Mauro De Bonis. Senza dimenticare il peso demografico, geografico ed ecologico che questi Paesi avranno su quella che è stata definita nell’ultimo Convegno nazionale di Toponomastica femminile, «la ZTL del mondo», quella parte di mondo in cui ci troviamo in modo privilegiato a vivere.

Mentre scrivo questo articolo, dopo l’equivoco del missile ucraino scambiato per russo lanciato in territorio polacco che ha fatto davvero temere il ricorso al nucleare, si ha notizia della proposta di mediazione del Vaticano tra Russia e Ucraina e della petizione online su Change.org del Movimento Resistenza femminista contro la guerra, oltre a una lettera aperta che, nel giorno della Festa della mamma in Russia, le madri dei soldati insieme a Resistenza femminista hanno inviato alla Duma e al Consiglio della Federazione chiedendo «il ritiro delle truppe dal territorio dell’Ucraina, il ritorno a casa di tutti i soldati, la protezione dei soldati di leva dalla partecipazione a qualsiasi ostilità».

Mi piace riportarla a conclusione di questa recensione, come monito proveniente da voci femminili silenziate nei testi di geopolitica: «Da nove mesi va avanti la cosiddetta “operazione militare speciale”, che porta distruzione, dolore, sangue e lacrime», scrivono. «Tutto ciò che accade in Ucraina e in Russia non può che distruggere i nostri cuori. Indipendentemente da quale nazionalità, religione o status sociale siamo, noi – le madri della Russia – siamo unite da un unico desiderio: vivere in pace e armonia, crescere i nostri figli sotto un cielo pacifico e non aver paura per il loro futuro» […] «In molte regioni le famiglie dei mobilitati hanno dovuto provvedere autonomamente alla raccolta dell’equipaggiamento per i propri uomini da mandare a morire, comprando tutto a proprie spese, anche i giubbotti antiproiettile», raccontano le madri russe e rivolgendosi ai parlamentari russi: «Voi, che avreste dovuto avere il dovere di proteggere i diritti e le libertà delle madri e dei bambini, non dovete chiudere gli occhi su questo. I vostri familiari possono contare sulla protezione dalla partecipazione ad azioni militari, voi non rischiate nulla e non perdete nessuno: noi soffriamo ogni giorno per i nostri cari, inviati con la forza a questo tritacarne».
Ma l’invio di armi italiane continua anche col nuovo Governo e ancora non sappiamo quali e quante ne siano state inviate, il numero dei soldati ucraini uccisi è altissimo, come quello dei soldati russi, ma non ci vengono offerti dati certi. Il grido delle donne e delle madri è costantemente ignorato, come quello di chi chiede la pace.

Tutto un altro mondo rispetto a quello sognato dai nostri Padri e dalle nostre Madri Costituenti, dopo la tragedia della seconda Guerra Mondiale, conclusa con le bombe nucleari tattiche su Hiroshima e Nagasaki sganciate dagli Usa. Non smetteremo mai di ricordarlo. 

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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