Come fili di un tessuto. Eco-teologia, femminismo e politica

L’ottava lezione del corso di eco-teologia del Cti è presentata dalla professoressa Maria Bianco, docente presso il Master in Pedagogia e scuola dell’Università di Tor Vergata, che inizia partendo da due domande: che cosa significa parlare di eco-teologia femminista? Quali sono le istanze politiche che emergono alla luce di una pratica e riflessione ecologica femminista?

Il tema della finità delle risorse è più attuale e sentito che mai: parte dei limiti biofisici planetari sono ormai stati oltrepassati della metà; la necessità di ritrovare un equilibrio per la Terra prima che sia troppo tardi è ormai irrimandabile e ciò deve avvenire anche a costo di mettere in discussione le nostre abitudini e il nostro modo di pensare.
Leonardo Boff in Abitare il mondo illustra un quadro tragico della nostra situazione attuale: eventi estremi come la siccità, la desertificazione, le alluvioni, le pandemie globali, non sono più eventi casuali ma vanno considerati come una vera e propria reazione della Natura contro le azioni consumistiche dell’umanità. Una visione conflittuale, quella del rapporto fra l’umanità e la Natura, oggi molto diffusa e apprezzata ma non l’unica adottabile.
Le eco-femministe da anni studiano nuovi modi di connettere e capire il mondo, distanziandosi da interpretazioni occidentali e paternalistiche, e il genere è una chiave fondamentale della loro riflessione sulle pratiche di sfruttamento della Terra e dei vari gruppi sociali. 

Il termine “ecologia” appare per la prima volta in Sanitation in Daily Life, saggio dell’ingegnera Ellen Swallow-Richards, prima donna a essere ammessa al Mit; ella definisce questa parola come lo studio dell’ambiente circostante gli esseri umani e degli effetti che produce sulla loro vita. Appare fin da subito chiara la presa di coscienza dell’interdipendenza fra ambiente e organismi, in cui gli umani non vanno intesi come superiori in questa interazione ma come parte integrante dell’ecosistema. La qualità dell’aria e dell’acqua e della terra dipende dall’umanità e qualunque danno inflitto loro avrà inevitabilmente conseguenze su di noi. La teoria di Swallow-Richards si rivelò troppo all’avanguardia per quel tempo, e venne presto relegata all’economia domestica e buttata nel dimenticatoio. Dopo due guerre mondiali e lo scoppio di due bombe atomiche, la riflessione delle donne e l’attivismo si incrociarono inevitabilmente con le proteste contro il nucleare.

Françoise d’Eaubonne

“Ecofemminismo” appare per la prima volta nel 1974 in Le Féminisme ou la mort di Françoise d’Eaubonne, tra le fondatrici del Movimento di liberazione delle donne e tra le prime ad aver connesso il femminismo ai temi dell’ecologia. Riflettendo sulle cause del dominio dell’umanità sulla Natura, identifica nella smania di controllo sulla fertilità e sul corpo femminile del patriarcato la causa principale della distruzione ambientale: quando l’uomo comprese il suo ruolo all’interno del concepimento ci fu un deciso aumento della natalità, che portò a un maggiore sfruttamento della Terra per poter sfamare le nuove bocche. Considerando suo esclusivo appannaggio la riproduzione, il maschio iniziò a considerare la donna e la Terra come meri ricettacoli della propria fertilità e forza vitale, un paradigma che influenzò tutte le altre attività, compresa quella economica che venne spinta verso un modello di sfruttamento estrattivo.
La donna è qua già schiava prima ancora che la schiavitù fosse concepita, ridotta all’insignificante, mentre le risorse vengono raccolte in modo indiscriminato. L’unica soluzione è l’emancipazione dal patriarcato e dalle sue logiche: liberare la donna è liberare la Natura. L’accoglienza alle idee di d’Eaubonne non fu subito entusiasta, e solo di recente le sue teorie sono state riprese a studiate con maggiore attenzione. Rimane chiaro che fin dagli inizi dell’eco-femminismo è evidente il legame tra donna e Natura, il quale non va però indagato seguendo sempre e solo un unico modello; per questo è più accurato parlare di “ecofemminismi”, individuando due correnti di pensiero principali: 

  • Essenzialista-spiritualista: la donna e la Natura sono considerate ontologicamente legate, i ritmi del corpo femminile sono paralleli a quelli del cambio delle stagioni e della rigenerazione delle piante. Si celebra la capacità creatrice della donna e il ciclo vitale nascita-crescita-morte-rigenerazione, una linea di pensiero che non si distanzia molto dal misticismo.
  • Costruttivista: vede il rapporto donna-Natura come principalmente socioculturale, frutto del pensiero e delle azioni dell’uomo e del patriarcato, e si concentra soprattutto sui significati culturali, politici ed economici che hanno contribuito a tale visione. 
Rosemary Radford Ruether

La teologa femminista Rosemary Radford Ruether in New Woman, New Earth del 1975 afferma che la liberazione delle donne e la crisi ecologica sono intrinsecamente legate, perché entrambe trovano soluzione nell’abbattimento del modello relazionale basato sul dominio. La questione femminile e la questione ecologica sono studiate separatamente e poi intrecciate: le eco-femministe vogliono sovvertire gli esiti portati dal dominio patriarcale, tutti quei dualismi che sono alla base di una struttura logica il cui fine è opprimere e negare e che rende l’idea di uguaglianza e relazione non basata sulla supremazia impensabile, e dove l’uomo è sempre posto in primo piano e la donna è invece relegata sullo sfondo, concepita come non essenziale se non per la funzione riproduttiva.
La noncuranza verso la Natura e quella verso le donne vanno di pari passo, ed è per questo che liberare una è liberare l’altra. Ruether afferma che le donne devono rendersi conto che non c’è liberazione per loro o soluzione della crisi ecologica dentro il patriarcato. Una radicale riorganizzazione delle relazioni socioeconomiche è fondamentale per poter rivedere i nostri valori e attuare un vero cambiamento. L’oppressione sulle donne, sulle minoranze etniche e sessuali, sulle persone disabili, trova e ha storicamente trovato una giustificazione nell’oppressione della Natura. 

Nel 1980 esce The Death of Nature della filosofa americana Carolyn Merchant, una ricostruzione del processo di gerarchizzazione sopra descritto che parte dalla filosofia di Francis Bacon, profeta della tecnica che fu tra i primi a concepire la scienza come unico mezzo per dominare e controllare la Natura. Merchant considera Bacon il primo propugnatore del dualismo umanità-Natura, di una concezione meccanicista e strumentale del mondo, e il primo a vedere come simbolicamente somiglianti il dominio dell’uomo sulla donna e quello sulla Natura. Il mondo moderno ha dovuto “uccidere” la Natura, renderne impossibile la vitalità per poter abbattere qualunque obiezione morale riguardo lo sfruttamento indiscriminato delle risorse.
Il pensiero scientifico ha, involontariamente o meno, ridotto gli esseri viventi a delle macchine, dividendo ragione ed emozioni e stabilendo la prima come superiore alle seconde, e identificando nella ragione pura l’uomo e nell’emozione pura la donna.
Questa concezione di donna, passionale e pertanto inferiore e bisognosa di guida e di qualcuno che la controlli, ha fatto da modello per la femminilizzazione della Natura, ridotta a strumento da usare per i bisogni degli uomini esattamente come questi hanno usato le donne per il loro ventre.
Mentre la Natura “muore” il denaro acquista vitalità: capitale e mercato vengono descritti con epiteti organici come “crescita” o “decadimento”; tutte parole che un tempo descrivevano la Natura. Natura, donne, uomini che andavano a lavorare nelle colonie, e infine i lavoratori salariati, tutti e tutte loro diventano mere risorse “naturali” per sostenere il sistema del mondo moderno. 

Statua di San Francesco al Santuario di Banchette, presso Bioglio

La lettura patriarcale delle Scritture ci ha consegnato una visione della storia dove l’uomo e Dio sono soggetti attivi mentre la donna è sempre oggetto passivo, materia di consumo per i piani di Dio o del di lui servitore, l’uomo. Un paradigma antropocentrico in cui prevale la volontà del dominus, del capo famiglia, il quale aspira alla salvezza grazie alla bontà del proprio operato tramite le donne su cui esercita podestà e l’ambiente circostante. Un’idea ancora molto in voga oggi ma che si discosta parecchio dal vero significato delle Scritture: la connessione fra la nostra materialità e quella degli altri esseri viventi è qui completamente dimenticata, e si preferisce ignorare quanto la nostra stessa salute dipenda da quella della Natura.
Ivone Gebara, antropologa che da sempre sfida la tradizione cristiana patriarcale e le sue articolazioni, sostiene che è tempo che gli esseri umani maturino la consapevolezza di non essere altro rispetto al Creato.
Parliamo di interdipendenza e interconnessione per comprenderci come appartenenti ad un corpo più ampio: tutti gli oggetti sono contenuti nei soggetti, e il soggetto è sia soggetto che oggetto, interconnesso e interdipendente con tutto ciò che si propone di conoscere. Il corpo è da intendere come luogo sacro, “testo sacro” che ci rivela le nostre storie e le nostre memorie, e attraverso il quale possiamo leggere e conoscere il prossimo.
Un corpo che non va inteso come asessuato, anzi: esso è sessuato, è corpo delle donne divenuto oggetto di desiderio e di cupidigia, e che nonostante la tradizione patriarcale abbia cercato di sminuire e soffocare sbandierando una presunta superiorità della ragione, da intendere ovviamente come attributo maschile, rappresenta tutta la vitalità della materia. Questo nuovo paradigma eco-centrico rifiuta qualunque fuga escatologica, qualunque sostituzione del mondo materiale con uno spirituale della salvezza.

Per Carol Adams, in Ecofeminism and the Sacred, la spiritualità patriarcale ha reso sacra l’oppressione associando le donne al corpo e alla Natura ed enfatizzando la trascendenza del corpo e del Creato. Nella spiritualità eco-femminista Dio è fonte di vita, punto di congiunzione fra la natura umana e non umana, matrice che concepisce la redenzione come qualcosa che già ci appartiene ma che ancora non abbiamo afferrato.
È Dio che permette di identificarci con gli altri esseri viventi, facendoci comprendere come le nostre azioni impattano la Natura, la quale non è altro rispetto a noi ma siamo noi. Quello che bisogna fare, quindi, è riconsegnare la natura umana e non umana alla sua originaria sacralità, comprensibile solo quando la si pone al centro della giustizia sociale ed ambientale. Questo si traduce politicamente nel bisogno di recuperare il senso del limite maturato nella logica ecosistemica: tale consapevolezza ci permette di ricordarci della nostra comune vulnerabilità e di avere cura del mondo, di superare ogni forma di nazionalismo, di difesa violenta e di costruire una società pluralista e rispettosa delle differenze.
La transizione ecologica non riguarda solo gli aspetti energetici e ambientali, ma ogni singola ramificazione della nostra società: economicamente significa abbandonare il modello del progresso senza limiti e tornare a una società in cui primeggiano la solidarietà e la tutela e cura della vita. Siamo singolarità, ognuna e ognuno con il proprio bagaglio culturale ed esperienziale, che interagiscono con altre singolarità per compensare e aiutarci nelle nostre vulnerabilità, come quando nella tessitura ogni singolo ritaglio è contributo di un filo che assieme ad altri permette di creare la forma o il disegno desiderato. 

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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

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