Dopo il viaggio

Come le nostre viaggiatrici, anche noi lettori e lettrici siamo di ritorno da un viaggio, quello attraverso i loro libri: siamo tornate indietro nel tempo e ci siamo avventurate in uno spazio lontano – un itinerario virtuale, ma non per questo meno appassionante. Ci hanno accompagnato innanzitutto le autrici, distanti dal loro Paese e affrancate dalla loro quotidianità, libere di sperimentare un imprevisto straniamento; con il contributo di tante studiose e studiosi abbiamo osservato i diversi aspetti della loro esperienza: l’odeporica è un terreno malleabile, mette in gioco discipline diverse – essa stessa un prisma, che unisce sguardi altrimenti separati. 

In un volume dal significativo titolo La mente del viaggiatore lo studioso Eric J. Leed propone alcune interessanti osservazioni sul “punto di vista”, riconoscendo apertamente la parzialità dello sguardo maschile che troppo spesso si erge a “pensiero unico”: «Nella storia delle civiltà patriarcali […] l’umanità ha portato la maschera maschile, e il viaggio è stato un’attività di questa ‘persona’». L’autore fa evidente riferimento a modelli culturali tradizionali, che impongono all’uomo la mobilità e alla donna la staticità, in un rispecchiamento consolidato delle identità sessuali. Tuttavia è Leed stesso a insinuare il dubbio su questa solidità, utilizzando proprio una saga medievale nordica: il protagonista, Olav il Pavone, viene spinto dalla madre irlandese Melkorka, prigioniera e concubina di Hosklund d’Islanda, a partire per l’Irlanda. Al suo ritorno Olav viene ri-conosciuto figlio di una «principessa»: solo così il viaggio della madre, cancellato perché frutto di coercizione, può ri-emergere, essere ri-conosciuto e legittimare lo status sociale della donna stessa, negato in precedenza. 

Leed si pone quindi una domanda fondamentale, che rimane senza risposta, su questo modello culturale prevalente, che conduce alla cristallizzazione di identità sessuali considerate «naturali». Facendo riferimento al «viaggio degli occidentali», l’autore arriva a chiedersi se esso non sia espressione di una «libertà» che, pur essendo di fatto solo maschile, viene «generalizzata come aspetto della ‘natura umana’», e se non sia il caso di interrogarsi sulle «forze narcisistiche del maschio». La sua ipotesi è che i miti e le leggende fondanti della società patriarcale sono «imprigionati in una contraddizione profonda», legata all’alienazione del seme maschile, che rende gli uomini «biologicamente superflui». Leed prosegue, considerando tutta la civiltà occidentale come un atto di compensazione di questa alienazione biologica, che spinge l’uomo a «costruire altre continuità […] e fabbricare una seconda ‘natura’ artificiale, maschile: una civiltà». In tale panorama il viaggio, e i rapporti fra uomini stabiliti durante il viaggio stesso, sarebbero quindi il risultato di una libertà «costretta»: «Gli uomini diventano ciò che sono e si perpetuano attraverso ciò che perdono e non mediante ciò che acquisiscono». Il punto di partenza della civiltà maschile non sarebbe dunque un aspetto culturale, ma piuttosto una loro «deficienza biologica, il fatto che non possono trarre un futuro dal proprio corpo, ma solo dalla mente, dagli sforzi che compiono e dalla morte cui vanno incontro […] Costruendo un tempo mitico con le gesta degli dei e un tempo storico con le proprie, gli uomini ricoprono e sottomettono un tempo biologico». Da «espressione di impulsi faustiani o dell’innata audacia dell’uomo» il viaggio diventa quindi «un prodotto di processi sociali», che ha spesso deviato conflitti interni alla società occidentale verso nemici esterni, permettendo di «esportare» la violenza in nome del proprio Paese «civilizzato»: così per esempio le Crociate, la conquista del Nuovo Mondo, la colonizzazione imperialista del XIX secolo. Nel suo trattato Leed lascia questa ipotesi sul campo e termina facendo riferimento alle viaggiatrici moderne, auspicando un maggiore interesse per le relazioni di viaggio di queste donne che, finalmente, si muovono autonome e «non più costrette da quelle immagini del maschio mobile e della femmina sedentaria» tipiche del passato. 

Per “liberare” le donne italiane da quei trascorsi costrittivi di cui parla Leed mi è sembrato importante collocarle in diversi ambiti: ho scelto innanzitutto di circoscrivere un’area geografica, quella del Grande Nord, dove vantano illustri precorritrici straniere, da Mary Wollstonecraft a Léonie d’Aunet a Ida Pfeiffer, fino alle avventurose turiste inglesi. In secondo luogo, per osservarle come soggetti agenti nella storia è stato necessario inserirle nella cornice del loro tempo: alcune studiose di diverse nazionalità, come Annarita Buttafuoco, Anna Rossi Doria, Mary Willson, Victoria de Grazia hanno tracciato un quadro preciso, dettagliato e al tempo stesso appassionato, del contesto storico italiano e della posizione della donna nel periodo post-unitario, nei primi decenni del Novecento e durante l’era fascista. 

Affrontare le singole biografie delle autrici si è rivelato un compito complesso, poiché la maggior parte sono del tutto dimenticate. Per l’analisi di queste figure femminili valgono quindi le considerazioni di studiosi e studiose di microstoria: nel suo saggio I tempi della storia Giovanni Levi riporta un’osservazione tanto semplice quanto reale: «i ricchi lasciano più̀ documenti dei poveri, gli uomini delle donne, gli adulti dei bambini, e – evidentemente – gli alfabetizzati degli analfabeti», sottolineando così che chi più partecipa della cultura ha mezzi più consistenti per continuare ad essere ricordato e vedere le proprie personali vicende inserite nella storia, mentre le categorie culturalmente svantaggiate finiscono con essere più facilmente dimenticate. Levi sostiene inoltre la necessità di superare il livello meramente documentativo e afferma che la storia è il risultato dell’analisi dei documenti, ma non sta solo nei documenti, la cui conservazione è spesso distorta e incompleta, anche se illusoriamente ricca e sufficiente. Secondo l’autore, infatti, «L’uso del cervello e della fantasia dello storico è di fatto proporzionalmente inverso alla quantità di tracce disponibili, meno ne abbiamo più dobbiamo sforzarci di capire, di interpretare i frammenti, di ricostruire. La documentazione scarsa ci avverte: i documenti servono ma la storia deve guardarli con diffidenza, sempre attenta a quello che non ha lasciato traccia e che pure ha avuto rilevanza». 

Seguendo i pochi elementi biografici delle viaggiatrici italiane in Scandinavia attraverso le loro opere o i rari materiali reperibili, ho cercato di interpretare ciò che secondo Levi «non ha lasciato traccia e che pure ha avuto rilevanza»; solo in questo modo mi è parso di poter ristabilire una relazione fra il passato cui queste donne appartengono e il nostro presente, dal quale noi ri-visitiamo il loro lavoro di osservazione della contemporaneità. Dati e documenti, ri-cercati, ri-letti e ri-collegati, hanno contribuito a ri-costruire una continuità indispensabile, ma tuttora troppo lacunosa nella storia delle donne. 

Alcune caratteristiche specifiche dello stato di inferiorità sociale femminile del periodo storico, fra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, non sono però esclusivamente italiane; si tratta piuttosto di una problematica trasversale, profondamente influenzata dalla dipendenza economica. La difficoltà ad abbandonare il tradizionale ruolo subalterno e diventare protagoniste della propria esistenza è espressa con chiarezza da Virginia Woolf in quello che rimane un classico della letteratura femminista: Una stanza tutta per sé, del 1929. Invitata a tenere una conferenza sulle autrici contemporanee, Woolf esordisce affrontando direttamente quelli che, secondo lei, sono requisiti fondamentali: «una donna, se vuole scrivere, deve avere soldi e una stanza per sé». Dopo un’ampia e articolata digressione, che investe molte delle problematiche femminili del tempo, il saggio si conclude con un’altra osservazione di estrema lucidità sulle difficoltà della scrittura: «la primissima frase che voglio scrivere qui, dissi […] prendendo la pagina intitolata ‘Le donne e il romanzo’, è questa: che per chiunque scrive è fatale pensare al proprio sesso». Woolf prosegue e, invece di alimentare un conflitto, esprime la speranza che, prima ancora dell’atto creativo, già nella mente si crei una «collaborazione» fra i generi presenti in ciascuna persona. A confermare questa intuizione e superare il dualismo persistente, retaggio della filosofia cartesiana, la studiosa Mary Jacobus afferma che «la differenza […] non [è] tra maschile e femminile, ma in relazione a una molteplicità, un’eterogeneità» che, nel caso delle Italiane al Nord, è espressa attraverso i loro sguardi di viaggiatrici e le loro modalità di stesura dei resoconti. 

La filosofia femminista ha elaborato alcuni concetti che, rimodulati tenendo conto del divario di tempo che ci separa dalle nostre autrici, ci permettono di analizzare meglio il loro sguardo. Innanzitutto il concetto di intersezionalità, definito dalla giurista Kimberlé Crenshaw come «la necessità di riconoscere i molti elementi che costruiscono l’identità»: si tratta di età, sesso, classe sociale, cultura di appartenenza; elementi che variano sensibilmente, ad esclusione del sesso, fra di loro. 

Un altro aspetto rilevante, espresso dalla filosofa Donna Haraway, è quello del posizionamento: «[…] la parzialità e non l’universalità è la condizione per essere ascoltati, per affermare una conoscenza razionale. Sostengo il punto di vista di un corpo, sempre complesso, contraddittorio, strutturante e strutturato, contro la vista dall’alto, dal nulla, dalla semplificazione». La studiosa ritiene che i rapporti di classe, etnia, cultura strutturino l’individuo e ne determinino il rapporto con il mondo: l’oggettività della posizione invece appartiene alla cultura dominante, che si auto-definisce cultura tout court. Le persone reali, nel nostro caso donne, collocate in quanto tali nel mondo, esprimono uno sguardo situato, posizionato appunto, in un contesto parziale e soggettivo. Haraway formula inoltre l’ipotesi che il posizionamento derivi dalle nostre modalità di apprendimento, ma è la filosofa Rosi Braidotti a sviluppare questa affermazione: «impariamo in modalità multiple, composte, in ‘prospettive parziali’», il che comporta una comprensione «come attraverso una lente mobile», consapevole della «incompletezza del suo punto di vista parziale, limitato e instabile»; la soggettività assume dunque un valore centrale che, rispetto alle scrittrici di odeporica, è riscontrabile nel rapporto con le realtà altre, incontrate durante il viaggio. 

Anche Rebecca Solnit, ambientalista e viaggiatrice, nel suo libro Wanderlust. Storia del camminare rivendica il superamento dell’idea di oggettività rifacendosi alla prospettiva femminista: «La protesta femminista rifiuta il modo in cui le precedenti teorizzazioni avevano universalizzato proprio l’esperienza specifica dell’essere maschio e, talvolta, dell’essere bianco e privilegiato. Sia il femminismo sia il postmodernismo evidenziavano come le specificità dell’esperienza corporea e della collocazione modellassero le prospettive intellettuali. La vecchia idea di oggettività, intesa come il parlare da un nessun luogo – parlare trascendendo la particolarità del corpo e del luogo – fu messa a riposo; ogni cosa derivava da una posizione». 

Per quanto concerne la narrazione, un importante supporto metodologico è fornito dalla filosofa Adriana Cavarero, secondo la quale «una vita che non può essere narrata rischia di rimanere solo una intollerabile sequela di eventi». Cavarero sostiene infatti che l’identità dell’essere umano necessita di un’alterità che ne sia testimone; pertanto, la narrazione è un atto essenziale che certifica l’esistenza stessa di chi narra; per le nostre autrici, perciò, la ri-scrittura rappresenta il gesto che dimostra la realtà dei loro viaggi, li immette nel mondo e li libera dalla dimensione secretata del privato. Inevitabilmente, infatti, ci si imbatte nel problema del riconoscimento sociale della scrittura femminile: come affermano le studiose Gloria Gaetano e Maria Allo nella “Prefazione” di Talenti di donna, si dà per scontata l’assenza di una produzione femminile che tuttavia esiste, ma viene considerata di minor rilievo quanto a contenuto e forma, e rimane prevalentemente confinata a generi di tipo educativo rivolti a donne, ragazze e infanzia – categorie umane “minori”; anche questi resoconti di viaggio, se pure non classificati nell’ambito tradizionalmente femminile, come i romanzi rosa, o in quello didattico, come i libri per bambine/i e adolescenti, sono riconducibili a questa categoria. 

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Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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