Lucía Sánchez Saornil, giornalista e militante anarchica

È impossibile non leggere la vicenda biografica di Lucía Sánchez Saornil come un rispecchiamento di momenti ed esperienze cruciali del Novecento e delle donne che in questo secolo sono vissute. La sua figura è emersa dall’oscurità grazie all’antologia curata nel 1975 da Mary Nash, tradotta successivamente in italiano (Mujeres libres – Donne libere: Spagna 1936-1939, Ragusa, La Fiaccola, 1991), dedicata al periodico e all’omonima organizzazione delle donne anarchiche fondati da Lucía nel corso della Guerra civile spagnola; ma è merito della recente e documentata ricerca di Michela Cimbalo (Ho sempre detto noi: Lucía Sánchez Saornil, femminista e anarchica nella Spagna della Guerra Civile, Roma, Viella, 2020) averne ricostruito la biografia in tutto il suo spessore e la sua ricchezza.
Sánchez Saornil nasce a Madrid il 13 dicembre 1895 da una famiglia di braccianti agricoli emigrata due anni prima dalla meseta settentrionale in cerca di migliori opportunità nella capitale in piena espansione economica e urbanistica. Tuttavia, condizioni di lavoro precarie e alto costo della vita non consentono alla giovane coppia – Eugenio e Gabriela – e ai loro quattro figli – due dei quali moriranno in tenera età – di risollevare le proprie sorti e condurre una esistenza meno dura. Nel 1908, quando Lucía ha dodici anni e sua sorella Concepción due di meno, la madre muore durante un’epidemia di tubercolosi.

Lucía Sánchez Saornil

Figlia di genitori analfabeti, dotata di scarsissimi mezzi, la ragazza è tuttavia animata da una grande fame di sapere: riceve sicuramente un’istruzione di base se a diciotto anni padroneggia a tal punto la scrittura da inviare a un giornale madrileno, La Correspondencia de España, una lettera nella quale auspicava che fosse istituita anche per le ragazze un’associazione analoga a quella dei giovani esploratori: era in realtà una timida rivendicazione a favore delle donne spagnole, prive di spazi e costrette a vivere senza ossigeno nelle strade cittadine.

D’altro canto – sosteneva – godere di una maggiore libertà di movimento avrebbe consentito alle donne di adempiere meglio alle loro funzioni di spose e madri. Lucía si firmava come alunna del Centro de Hijos de Madrid, un’istituzione benefica fondata da imprenditori e intellettuali che offriva opportunità di istruzione e di formazione professionale alle fasce più bisognose della popolazione con un’attenzione particolare alle donne.
All’inizio dell’anno seguente il settimanale Avante pubblicava le prime prove poetiche di Lucía Sánchez Saornil, presentandola come una giovane e promettente scrittrice. La vena letteraria si svilupperà negli anni successivi portando Lucía a pubblicare su numerose altre testate fino ad approdare nel 1916 sulle pagine di Los Quijotes, una rivista letteraria edita a Madrid. Firmando con lo pseudonimo maschile di Luciano de San Saor – quasi un anagramma del proprio nome – Lucía si esprime in versi carichi di passione e di desiderio rivolti a una donna. La partecipazione a Los Quijotes si rivela un punto di svolta per la maturazione della giovane, sia sotto il profilo artistico che politico: nel 1918 il gruppo redazionale della rivista confluirà nel movimento dell’avanguardia spagnola noto come Ultraismo e in quello stesso ambiente Lucía verrà a contatto con l’anarchismo.

L’Ultraismo fu un movimento ibrido che attinse a diverse tendenze artistiche degli inizi del secolo, dal futurismo al dadaismo al cubismo, da cui mutuò alcune parole d’ordine come l’antipassatismo, lo sperimentalismo linguistico ed estetico, l’esaltazione della scienza e della tecnica come tratti distintivi della modernità. Fino all’esaurirsi della parabola ultraista, nel corso degli anni Venti, Lucía continuò a pubblicare sulle testate vicine al movimento, come Gran Guiñol, Tableros, Ultra, Vertices, Plural e sull’importante rivista argentina Martin Fierro alla quale contribuiva Jorge Luis Borges.
Nel 1916 Lucía aveva iniziato a lavorare presso una compagnia telefonica di Madrid. Le società telefoniche, in Spagna come altrove, impiegavano infatti in larga parte manodopera femminile, specie ai livelli più bassi e meno qualificati della struttura aziendale: era tuttavia un impiego che non aveva i tratti e le caratteristiche del lavoro operaio, né si svolgeva in fabbrica. Era perciò appetibile sia dalle donne di ceto medio sia dalle proletarie, per le quali poteva rappresentare una possibilità di ascesa economica e sociale, come nel caso di Lucía. Era comunque un lavoro estremamente duro, con orari gravosi, obblighi e norme che influivano pesantemente sulla vita privata, come la clausola di nubilato.

Nel 1924 l’azienda dove lavorava Lucía venne assorbita dalla Compañia Telefónica Nacional de España. A questa società anonima il governo dittatoriale di Primo de Rivera, salito al potere nel 1923, affidò in regime di monopolio la riorganizzazione del servizio telefonico del Paese. La maggiore azionista della Ctn era la società statunitense Itt (International Telephone and Telegraphic), che mirava a introdurre forme di razionalizzazione tayloristica nel lavoro al fine di ottimizzare i tempi e conseguire un maggiore rendimento. Le forti agitazioni che segnarono questa fase di modernizzazione del servizio telefonico riguardarono soprattutto la manodopera maschile: poche le donne che vi presero parte, tra queste Lucía, che nel 1927 venne trasferita a Valencia. Quattro anni dopo, nel 1931, veniva licenziata.
Cadute nel 1930 la dittatura di Primo de Rivera e, l’anno dopo, la monarchia, a seguito delle elezioni che avevano espresso una maggioranza repubblicano-socialista, non si era attenuata la conflittualità sociale: lavoratrici e lavoratori della Telefónica scesero in agitazione in opposizione al monopolio privato dei servizi telefonici introdotto dalla dittatura. In realtà nei conflitti di lavoro i governi repubblicani, dopo alcune iniziali promesse, non avevano cambiato rotta e avevano continuato a favorire le forme di conciliazione già introdotte in precedenza, metodi che il sindacato anarchico, la Cnt, a differenza di quello socialista, l’Ugt, aveva sempre respinto: le proteste sindacali videro perciò non solo lo scontro diretto tra governo e Cnt, ma anche gravi contrasti tra i due principali sindacati spagnoli.

Una volta licenziata, Lucía iniziò a guadagnarsi da vivere come giornalista e attivista anarchica. Collaborò a molti giornali, tra cui El Libertario, settimanale dalla vita assai discontinua legato alla Federación Anarquista Ibérica (Fai); dal 1933 entrò, unica donna, nella redazione del quotidiano Cnt, organo del sindacato nazionale.
Al centro dell’attenzione di Lucía e dei suoi interventi sulla stampa fu la “questione femminile”, un tema da sempre caro al pensiero anarchico, che affrontò da una prospettiva se non eterodossa certamente indipendente da quella assunta dal movimento. In un’ottica autenticamente anarchica di contestazione del sistema rappresentativo, Lucía critica il diritto di voto che la repubblica ha concesso alle donne, in assenza di una rivendicazione da parte delle donne stesse: tuttavia non si limita ad affermare che esso rappresenta una strumentalizzazione e un’assimilazione delle donne alle logiche dello Stato, ma afferma la necessità di una specifica iniziativa delle anarchiche, in totale autonomia – politica e organizzativa – dal movimento.

Di fatto è l’annuncio di quanto Lucía realizzerà pochi anni dopo, fondando nell’aprile 1936, insieme con Mercedes Comaposada, il periodico Mujeres Libres, luogo di discussione e di aggregazione politica delle donne, vicino all’anarchismo ma del tutto indipendente.
Identificando nel termine femminismo una parola d’ordine tesa a ottenere una mera equiparazione con gli uomini, Lucía e le sue compagne della redazione ne rifiutano gli obiettivi in nome di una visione radicale che considera le donne avanguardia di una società futura.
La Guerra civile che scoppia di lì a poco è il terreno su cui si misura la capacità di iniziativa femminile. L’organizzazione Mujeres libres, che arriverà a riunire ventimila donne, presterà aiuto ai combattenti e alle loro famiglie, si adopererà negli approvvigionamenti e nella distribuzione di viveri, nell’assistenza alla popolazione e all’infanzia, organizzando mense, asili, corsi di alfabetizzazione e di puericultura. E il ruolo delle donne diventò ancora più incisivo nella dimensione internazionale: Lucía Sánchez fu tra le principali responsabili del progetto di sostegno intorno a cui nacque Solidaridad Internacional Antifascista (Sia); anche questa rete dedicò molta attenzione all’infanzia non limitandosi all’assistenza ma propugnando nuovi metodi educativi.
Lucía organizzò colonie per bambine/i e adolescenti, rivolte soprattutto ad accogliere figli e figlie dei militanti anarchici, con lo scopo di assicurare alla gioventù un ambiente protetto dalle violenze della guerra.

Lucía Sánchez Saornil con altre esponenti di Mujeres Libres durante la Guerra civile spagnola

Nel 1937, ritornata nuovamente a Valencia, Lucía vi conobbe América Barroso detta Mery, che sarà da allora la sua compagna di vita. Alla caduta della repubblica, nel 1939, fuggì in Francia, con quella che sarebbe stata da allora in avanti la sua famiglia: Mery, il padre Eugenio e la sorella Concepción con i quali si era riunita. Ma dopo l’occupazione nazista del Paese e la nascita del governo di Vichy, Lucía e i suoi sono costretti nuovamente a fuggire e a rientrare clandestinamente in Spagna, stabilendosi prima a Madrid e poi, definitivamente, a Valencia grazie all’aiuto della famiglia Barroso.

Lucía Sánchez Saornil

Lucía muore il 2 giugno 1970, per un tumore ai polmoni; Mery le sopravvive per sette anni. Nell’ultimo periodo dell’esistenza, Lucía riprende a scrivere poesie, rimaste in gran parte inedite, molto diverse da quelle composte in gioventù, segnate dalla passione. Lontani ormai gli anni della militanza, cifra degli ultimi scritti non è più il “noi”, la dimensione collettiva, ma l’accento intimista, percorso dalle angosce della sconfitta, dalla paura della malattia e della morte incombente, e anche da un sentimento religioso incerto, tuttavia alimentato dalla speranza che la vita non sia finita.

Sopra un fascio di poesie inedite conservato dalla famiglia Barroso si legge un titolo vergato dalla mano di Lucía: Siempre puede volver la esperanza (Poemas).

Qui le traduzioni in inglese, francese e spagnolo.

***

Articolo di Rosanna de Longis

È stata bibliotecaria e direttrice della Biblioteca di storia moderna e contemporanea. Socia fondatrice della Società italiana delle storiche, ne è stata presidente nel triennio 2006-2008. È autrice di numerose ricerche sulla stampa periodica, sui movimenti di emancipazione delle donne e sulla partecipazione femminile al Risorgimento.

Un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...