Genoeffa Cocconi Cervi. L’Ottava Vittima

Il 14 novembre al Museo Cervi è stata inaugurata la mostra realizzata da Clelia Mori su Genoeffa, la madre dei sette fratelli Cervi uccisi per rappresaglia dai fascisti nel dicembre del 1943. 
La casa colonica dove viveva la famiglia Cervi, nella bassa pianura reggiana, fra i Comuni di Gattatico e Campegine, ospita questo Museo per la storia dei movimenti contadini, dell’antifascismo e della Resistenza nelle campagne. La mostra cade 78 anni dopo la scomparsa di Genoeffa, avvenuta il 14 novembre 1944, e sarà visitabile nella sala espositiva del Secondo Granaio fino al 28 dicembre, 79° anniversario della fucilazione dei sette fratelli.
La personale di Clelia Mori è introdotta da una mostra antologica di ritratti di Genoeffa Cocconi conservati nella Quadreria del Museo. All’incontro ha partecipato Albertina Soliani, presidente dell’Istituto Alcide Cervi, e la storica Anna Paola Moretti, oltre ovviamente all’autrice delle opere. 

Inaugurazione della mostra di Clelia Mori su Genoeffa Cocconi

Abbiamo già conosciuto Clelia Mori per un articolo apparso su Vitamine vaganti n. 192 del 12 novembre 2022 dedicato a una mostra, inaugurata a Roma, il 3 novembre scorso, dal titolo Il mistero negatoal Lavatoio contumaciale. 
Genoeffa è per Clelia una figura di continuità col suo lavoro precedente sul “Mistero negato del corpo che non tace”, che doveva essere esposto al Museo Cervi, ma non è stato mai visto a causa del look down. Quella mostra parlava delle donne, del loro corpo misterioso, delle loro emozioni, dei loro sentimenti, ma anche della loro invisibilità.
Di Genoeffa esistono solo due fotografie: in una è a mezzo busto, austera coi capelli raccolti e indossa un accollato abito nero, l’altra è stata scattata insieme a tutta la famiglia, il marito, i sette figli maschi e le due figlie. Sicuramente la sua è stata un’esperienza straordinaria di amore e di dolore, che Clelia ha provato a immaginare scendendo nell’innominato dell’emozione e del silenzio dopo la morte dei figli. 

Genoeffa Cervi
Famiglia Cervi

«È in quello spazio, tra la loro morte e la sua, che si è innervato di più il mio lavoro artistico: la ricerca delle sue emozioni come donna-madre, soprattutto come madre. Mi viene in mente che non c’è un termine come vedova per parlare di una donna a cui sono morti i figli. Una donna che diventa madre non sarà mai più solo una donna. E una madre di nove tra figli e figlie si ritrova per forza a essere, per sempre, molto più madre che donna. E la donna diventa il sostegno alla madre, che le chiede costantemente un certo tipo di sguardo. Se non c’era Genoeffa non nasceva nulla.
Allora pensi che per disegnarla devi provare a immergerti in tutta la storia della sua vita come donna. Pensare a quando è rimasta incinta per nove volte e a tutte le volte che si è guardata o toccata la pancia o le ha parlato col pensiero. A quando ha partorito e allattato per nove volte, lavato, asciugato e avvolto in fasce e poi vestito nove figli, ha insegnato a parlare lallando con loro, a camminare, li ha educati, gli ha asciugato le lacrime, sorriso, sollevata e contenta quando ridevano.
Su tutto una grande speranza, che è quella di tutte le madri, che per loro ci fosse un mondo migliore e più giusto del suo: che era quello oscuro e mortifero del fascismo. Se non pensi a queste cose, che generalmente non si dicono per pudore storico forse eccessivo, perché tanto riguarda il compito “naturale” di tutte le madri e quindi non è niente di nuovo, non puoi capire cosa disegnare. Per un futuro più giusto, lei, che era una donna colta, gli leggeva libri importanti la sera: il Vangelo, i Promessi sposi, La Divina Commedia e altro. Guardi la sua unica foto, seduta composta e in qualche modo austera in mezzo alla sua famiglia e… vedi, nella sua dignità fotografata, la forza pacata, quieta del suo viso convinto del valore di quello che ha fatto: un mondo grande che le sta tutto intorno. Iniziato a crearlo diversi decenni prima con Alcide. Un lavoro lungo, intenso e immenso della madre. E vedi la fiducia in quella sua grande famiglia, che emana potenza e convinzione. Mi ricorda, nella foto, le mie nonne, Maria che aveva partorito sette figli e si muoveva silenziosa nella casa mulino e Ardita, con tre figli, solenne nella foto col cappotto con il collo di pelo che però era stata in galera durante il fascismo, e penso che Genoeffa me le riunisce in sé. Su tutta lei però aleggia l’ombra nera, costante della morte violenta di sette figli uccisi insieme».
Le opere esposte sono disegni su carta di grandi dimensioni. Il soggetto protagonista, ripreso con stili e tecniche differenti, è sempre Genoeffa, una madre che ha vissuto un’esperienza intollerabile per chiunque, vedendo sparire in un colpo solo sette figli. È così che per Clelia diventa l’Ottava vittima di quell’eccidio, unita ai sette figli nella morte violenta, uccisa sette volte e poi morta di crepacuore poco meno di un anno dopo la tragica fine dei figli; e una Maria laica, che piange il figlio morto sulla croce. E Clelia non ne fa una rappresentazione retorica, non privilegia una perfezione artistica, rinuncia all’olio e alla tela, troppo aulici, preferisce una carta povera da disegno scolastico, materiale duttile che lascia la libertà di esprimere quel vuoto e quel silenzio che Genoeffa avrà sentito. 

Genoeffa vista da Clelia Mori
Genoeffa vista da Clelia Mori
Particolare

Arriva a usare schemi cromatici fondamentali, il rosso e il nero, per poi passare all’oro, colore principe della rappresentazione del prezioso, del simbolico. È l’oro dei fondi delle Maestà, delle madonne del ‘200 e del ‘300, delle icone, dei mosaici di Ravenna, che sottolinea il valore simbolico dell’immagine. E così Genoeffa diventa simbolo, simbolo della violenza abbattutasi su una madre che ha vissuto undici mesi nel silenzio doloroso dopo la morte dei figli.

Genoeffa su fondo rosso
Genoeffa su fondo oro

«La mia attenzione, quasi la mia ansia, sulla figura di Genoeffa credo nasca dal fatto che è stata madre di nove persone, a cui ne sono state uccise sette tutte insieme. La cerco nei miei ritratti non finiti, per mettere a nudo tutto il rispetto e la dignità che le si deve…

Clelia Mori racconta la sua Genoeffa
Istallazione

Spesso è stata definita “la resdora”, colei che ha le chiavi della casa, il potere del focolare domestico. Credo che questa definizione, per quanto vera, sia figlia di un raccontare maschile. In qualche modo, “resdora” soverchia il ruolo di “mamma” nel suo significato più profondo e tragico. Solo così, vedendola anzitutto come una madre, è possibile capire quanto sia stato acuto e muto il suo dolore: lì sta la sua unicità e, in generale, il mistero delle donne».

In copertina: Clelia Mori a fianco di una sua opera.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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