Editoriale. Nascerà. Ma ci sarà la Pace?

Carissime lettrici e carissimi lettori,

succederà stanotte. Lui verrà al mondo, come detta la tradizione. Come accade ogni anno. Lui, il bambino che è considerato il Figlio di Dio. Unico nella rosa delle tre religioni monoteiste, nate nella stessa culla del vicino oriente e dallo stesso sangue di Abramo. Unico e trino con il Padre e lo Spirito Santo, la sacra triade non più monolitica che rimanda lo sguardo all’Oriente ancora più inoltrato, verso l’India. Questa molteplicità nella stessa figura divina, e altro ancora, ha fatto dubitare tanti studiosi e studiose per la collocazione della cristiana tra le religioni cosiddette monoteiste o se, invece, fosse giusto porla tra quelle politeiste, più vicine all’eventuale influenza pensata per l’incontro con l’Oriente subcontinentale di cui abbiamo sopra parlato.
La tradizione rimane e questa notte si ripeterà di nuovo. Lui, il bambino Gesù, il Cristo che poi andrà verso la Pasqua del sacrificio e della resurrezione, nascerà profugo, rifiutato, come sempre, attualissimo. Nascerà in una mangiatoia, in un luogo di fortuna, vegliato da Maria e Giuseppe, seminudo, e riscaldato da un bue e un asinello. Eccolo di fronte a noi, materializzato, nella rappresentazione del Presepe.
Il termine nasce dal latino, dall’unione di pre (davanti) e saepe (che si legge come dittongo e indica un luogo chiuso, un recinto). L’Accademia della Crusca ha accettato tutti i due i modi in uso, vale a dire il nome sia di Presepe che di Presepio. La stessa prestigiosa accademia si preoccupa di portare ad esempio molti autori della letteratura attraverso i secoli.
La tradizione vuole che il primo Presepe nasca a Greccio nel 1223, voluto e creato dalla devozione verso il Cristo del santo Francesco. Sembra, invece, che la sua apparizione sia da collocare in un tempo più lontano, già in epoca romana, quando le e i cristiani si riunivano nelle catacombe per riuscire a pregare. La più antica raffigurazione di Maria con il suo bambinello è presente, infatti, nelle Catacombe di Priscilla, a Roma: si tratta di un dipinto del III secolo nel quale si vede anche una stella, forse, chissà, la stella Cometa!
I tipi di Presepe sono molti e le caratteristiche, dei personaggi e soprattutto riguardo alle ambientazioni, variano nei diversi luoghi. Da Genova a Bergamo dove c’è l’abitudine di allestire presepi nelle chiese da tempi antichi, cosa che è comprovata dall’esistenza di pregevoli gruppi statuari in terracotta del XVI secolo. Il legno delle statue scolpite, spesso ad altezza naturale, crea gli affascinanti presepi del Trentino e dell’Alto Adige. A Bologna il primo presepe scolpito è nella Basilica di Santo Stefano ed è durante la festa dedicata a Santa Lucia, sotto i portici, in centro, che ogni anno le bancarelle mettono in vendita i personaggi per creare i presepi casalinghi. A Roma è irrinunciabile e noto il presepio della scalinata di Trinità dei Monti, che sale su da piazza di Spagna, con scenari della campagna romana. In Sardegna il presepe è detto anche su Naschimentu o sa Paschixedda (piccola Pasqua di Natale) e ha una tradizione che si ricollega al mondo francescano e cappuccino. Poi c’è quello marchigiano dove l’ambientazione è anche qui tipica della campagna locale, mentre il siciliano richiama molto l’influenza napoletana del tempo del Regno delle due Sicilie. Caratteristiche locali si notano nel presepe pugliese o abruzzese. All’estero la tradizione cambia da parte a parte, ma è arrivato anche in Africa, portato dai missionari. Per finire ci sono tanti presepi viventi che mettono in atto delle vere e proprie piccole rappresentazioni teatrali.
Ma il presepe per eccellenza, almeno in Italia, è quello napoletano. Nato nel secolo diciottesimo.  «La vera portata e il lascito culturale di questo stile risiedono nel realismo delle sue rappresentazioni. Il presepio non è più solo un simbolo religioso, ma uno strumento descrittivo, identificativo e unificante della comunità di appartenenza, nella sua dettagliata composizione. Colori, profumi, voci della vita di ogni giorno si ritrovano prepotentemente e invadenti nel presepio napoletano: un universo cosmopolita fatto di musici e danzatori, pastori e nobildonne, mori, circassi e turchi, somari e cammelli e poi frutta e verdura, caciotte e salumi, un’abbondanza di tutto ciò che nella realtà è solo un irraggiungibile sogno per il popolino che nel presepe vive quasi una redenzione culinaria oltre che spirituale. Perché a Napoli il presepe non è solo splendori barocchi, statue lignee con occhi di cristallo, stoffe pregiate e finimenti preziosi. È una tradizione profondamente radicata nell’animo del popolo napoletano. È il presepe di Luca Cupiello, che Eduardo De Filippo ha consegnato all’immortalità nella sua commedia Natale in casa Cupiello, con statuine anche rabberciate, ma con una storia e tanti ricordi alle spalle, con un loro posto in famiglia nella notte di Natale”. (dal catalogo della mostra curata dal Lions di Padova Il presepio fra arte storia e tradizione, Bonomia University Press).
Il Presepe napoletano vive il suo periodo d’oro nel ‘700, uscendo dalle chiese dove era oggetto di devozione religiosa per entrare nelle dimore dell’aristocrazia. Giuseppe Sammartino(l’autore del Cristo Velato che si ammira nella Cappella Sansevero a un passo dalla centralissima Chiesa del Gesù) è forse stato il più grande scultore napoletano del Settecento. Insieme al suo capolavoro appena citato è stato un maestro abilissimo a plasmare figure in terracotta e a dare inizio a una vera scuola di artisti del presepio. Tra i presepi napoletani del ‘700, il più conosciuto è quello che fu donato dallo scrittore Michele Cuciniello, diventato, in pieno Ottocento, un grande collezionista di pastori. La sua raccolta di piccole sculture fu ospitata dal Museo di San Martino, dove tutt’oggi si può ammirare. Si dice che sia stato lo stesso Cuciniello ad occuparsi dell’allestimento del cosiddetto scoglio (la scenografia in sughero), realizzando «un effetto scenografico di grande suggestione». Ma nel presepe napoletano c’è una sorpresa, una leggenda che gira e che, chiaramente, a noi piace raccontare. Appare alla fine, nel giorno dell’Epifania. Ci sarebbe, infatti, una donna, unaquarta Magia che va verso il bambinello insieme a Melchiorre, Gaspare e Baldassarre, i tre astrologi che secondo il Vangelo di Matteo arrivarono alla mangiatoia dove era nato il bambino Gesù seguendo la stella Cometa. Nel presepe settecentesco compare questa quarta figura, un quarto Magio, con fatture femminili, una donna con vesti esotiche, battezzata ironicamente dai napoletani la Re Magia. La donna, dal volto lucente ed i lineamenti eleganti, che a volte appare di carnagione scura, ma altre volte ha anche la pelle chiara, non sarebbe altro cheDiana, personificazione della Luna e del principio universale femminile. Viene chiamata “La Georgiana” e segue i re Magi a piedi oppure su una portantina sorretta dai servitori.
Al presepe napoletano si lega una strada: via di San Gregorio Armeno, ormai nota in tutto il mondo. Una strada dell’arte, creata sul decumano, la parte greca della città. Oggi pullula di botteghe di artigiani (cosa che si allarga alle vie circostanti, soprattutto via dei Tribunali con la famosa bottega artigiana del n.303!). «La strada che popolarmente è chiamata san Liguoro, risulta essere uno degli stenopori (dal greco stenosi, restringimento, e poros, passaggio) tipici dell’architettura urbanistica greca la quale caratterizza tutto il centro antico di Napoli. In quanto stenoporos (cardine nell’urbanistica romana), la via fungeva da collegamento tra le due plateiai (dal greco, piazza): la plateia maggiore (attuale via dei Tribunali) e quellainferiore (odierna Spaccanapoli). Le due principali strade dell’antica Neapolis (Città Nuova), l’odierna Napoli, erano dunque congiunte perpendicolarmente proprio da questa strada, all’altezza della Basilica di San Paolo Maggiore, dove sorgeva l’agorà. Successivamente, la strada fu nominata come plateia nostriana in quanto l’allora vescovo di Napoli, san Nostriano, vi fece costruire terme per i poveri” (fonte Wilkipedia). Il suo nome, ora universalmente noto, si deve alla chiesa di San Gregorio Armeno (del 930) che si trova circa a metà della lunga via ed è edificata su un tempio romano dedicato alla dea Cerere. La sua vocazione all’artigianato ha origini antichissime. Infatti, proprio alla dea Cerere il popolo era uso dedicare, per ingraziarsela, statuine di terracotta che venivano fatte sul posto. Ora gli artigiani sono davvero tanti e vendono le loro stupende creazioni nel corso di tutto l’anno seppure è il periodo natalizio quello il cui il vicolo vede una grande folla, spesso proveniente anche da altre città italiane e straniere. Gli artigiani modellano e vestono le statuine classiche del presepe settecentesco, ma non mancano mai richiami, anche caricaturali, a personaggi del presente, soprattutto della cronaca attuale.
Il presepe napoletano ha una forte caratteristica simbolica. I personaggi che lo compongono, oltre alla presenza delle statuine deputate (Gesù, Maria, Giuseppe, l’asinello e il bue e i pastori), hanno un significato particolare. Il mercato occupa certo una parte importante della scena. Ogni mercante indica uno dei mesi dell’anno così da essere da augurio all’abbondanza per tutti. Spigolando qua e là: per gennaio c’è il macellaio, per marzo il pollivendolo, a giugno il panettiere, a settembre il seminatore a ottobre il vinaio e a dicembre si finisce con il pescivendolo. Tra i personaggi simbolici incontriamo Benino (che è diventato Benito solo durante il ventennio fascista!), o I due compari: zi’ Vicienzo e zi’ Pascale, che sono la personificazione del Carnevale e della Morte. Infatti al cimitero delle Fontanelle si mostrava un cranio indicato come A Capa ‘e zi’ Pascale al quale si attribuivano poteri profetici, tanto che le persone lo interpellavano per chiedere consigli sui numeri da scommettere al gioco del lotto. Fino alla meretrice, simbolo evidentemente erotico, o alla zingara, che si pone come l’erede della Sibilla cumana di epoca greca. 
Prima di chiudere uno sguardo al presente, slegato dai legami con il passato (seppure ci sembra come uno dei peggiori ritorni ad un passato selvaggio!!!). Succede a Roma. Da oggi chi ama la caccia ha la Legge dalla sua parte (in più saltando con indifferenza i risultati di un referendum svolto ormai tanti anni fa). Cacciatrici e cacciatori armati/e come credono (dunque tante e tanti di noi avranno il permesso legale di girare armati/e?!) se incontreranno un cinghiale in pubblica strada hanno il permesso (o il mandato?!), niente di meno che dalla Legge governativa, di sparare (o corrispondente atto), finalizzato ad uccidere l’animale. Finito questo safari urbano, chi ha ucciso può portare a casa il bottino così ottenuto e anche arricchire un lauto banchetto a base della sua carne: «Le prede abbattute si potranno fare arrosto, in umido o alla brace, dopo il via libera delle autorità sanitarie – scrive con giusto sarcasmo un quotidiano –  E magari si conquisteranno un posto nei menu dei ristoranti stellati: accanto al suino nero dei Nebrodi, forse un giorno troveremo il cinghiale grigio della Cassia. A chilometro zero, oltretutto». Un bel biglietto da visita, aggiungiamo noi, per la prima legge di bilancio firmata da una donna! Ciò conferma che l’appartenenza di genere proprio non basta per la sensibilità (per non dire saggezza). Forse amaramente siamo alla frutta, come detta l’adagio popolare, ma secondo me ci siamo fermate/i alla brutalità di un secondo, senza un contorno!
Ritorniamo però alla bontà del Natale e di queste festività, che bene o male, stiamo vivendo. Recuperiamo un’aurea di Pace con la poesia, che sempre consola. Ve ne dono due e le dono anche a me stessa per sentire la festa, al di là del credere religioso. La prima è del poeta Salvatore Quasimodo (1901/1968) premio Nobel nel 1959. Quasimodo parla di argomenti che sentiamo tristemente attuali: con la guerra, il male che oggi ci rimanda alle donne perseguitate, in Iran come in quell’Afghanistan troppo dimenticato, al terrorismo ritornato in Pakistan (come dimenticare, otto anni fa, il 16 dicembre 2014, la strage di bambini nella scuola di Peshawar che contò 145 morti di cui 132 bambini!), ai grandi problemi mondiali dell’immigrazione.

La seconda è per i bambini e le bambine a cui è da sempre dedicato il Natale, festa di una natività. A scriverla un grande autore che ha dedicato alla scrittura per l’infanzia tanta parte della sua vita: Gianni Rodari (1920-1980).

Natale 

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme. 
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti 
salutano il potente Re del mondo. 
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro. 
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo. 
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello. 
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?
(Salvatore Quasimodo)

Zampognaro

Se comandasse lo zampognaro
Che scende per il viale,
sai che cosa direbbe
il giorno di Natale? “Voglio che in ogni casa
spunti dal pavimento
un albero fiorito
di stelle d’oro e d’argento”. Se comandasse il passero
Che sulla neve zampetta,
sai che cosa direbbe
con la voce che cinguetta?
“Voglio che i bimbi trovino,
quando il lume sarà acceso
tutti i doni sognati
più uno, per buon peso”. Se comandasse il pastore
Del presepe di cartone
Sai che legge farebbe
Firmandola col lungo bastone? “Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino”.

Sapete che cosa vi dico
Io che non comando niente?
Tutte queste belle cose
Accadranno facilmente; se ci diamo la mano
i miracoli si faranno
e il giorno di Natale
durerà tutto l’anno.
(Gianni Rodari)

Buon Natale e buona speranza di Pace a tutte e a tutti.

Si può essere ribelli in molti modi e in questo penultimo numero di dicembre incontreremo molte figure femminili che hanno realizzato atti di ribellione nelle loro vite. Cominciamo con un anniversario, i dieci anni dalla scomparsa di una ribelle, Rita Levi Montalcini, «che ha sempre avuto un’attenzione particolare nello stimolare, incoraggiare e aiutare lo studio femminile» e di cui sarà bello scoprire quanto ha ancora da insegnarci. Continuiamo con la donna di Calendaria, Carolina Beatriz Ângelo, suffragista, medica, attivista repubblicanaprima persona di sesso femminile a votare in Portogallo, grazie a un escamotage che conoscerete leggendo il racconto biografico che ce la presenta. Finisce oggi una serie che ci ha accompagnate/i a lungo con Quasi un congedo, l’articolo che propone «una sintesi dell’itinerario fin qui percorso per recuperare la memoria dei viaggi di donne nel Grande Nord europeo». Le esploratrici di luoghi freddi d’Europa sono state a loro modo “ribelli” come, in modo diverso ma contro l’immagine stereotipata dell’angelo del focolare, ci racconta Zelda Sayre Fitzgerald: storia di una flapper. Parte Prima, avvicinandoci alla musa ispiratrice dell’autore de Il Grande Gatsby.

Le nostre serie continuano con nuove puntate: Ecologia della misericordia è l’articolo che riferisce della nona lezione del corso di Eco-teologia del Cti, che ancora una volta ha la capacità di spiazzare anche le persone più scettiche per le proposte e i suggerimenti che contiene ; Le stelle della ristorazione internazionale. Parte seconda sottolinea, se ce ne fosse bisogno, che «mentre nelle cucine domestiche hanno sempre lavorato le donne, in quelle dei ristoranti ci sono sempre stati soprattutto uomini, ma oggi il soffitto di cristallo comincia a scricchiolare». Il basket femminile da una prospettiva di genere conferma che negli sport considerati maschili le discriminazioni verso le donne non sono ancora scomparse. 

La lista delle giovani ragazze ribelli continua nella sezione Attivismo LGBTQA+ e femminismo. Intervista a Isabella Borrelli la digital strategist che evidenzia l’importanza di una rappresentazione fedele della comunità di cui fa parte, fatta di storie reali e gioiose che difficilmente vengono raccontate. 

Ma è uno sguardo ribelle anche quello dell’autrice dell’articolo Il male che le donne si fanno da sole. Analisi di un post fb che invita a smascherare l’immagine stereotipata della donna veicolata dalla rete nella forma di una solo apparentemente “bellissima storia”.

Anche la recensione di questo numero ci parla di gesti ribelli. Le donne dell’Acquasanta di Francesca Maccani descrive le lotte delle sigaraie di Palermo, in una storia di coraggio, sofferenza e sopraffazione. Gli eventi di cui alcune nostre autrici relazionano questa settimana sono negli articoli Le consigliere di parità e la certificazione della parità di genere, che riferisce di un incontro che si è svolto a Milano lo scorso ottobre alla presenza di molte consigliere di parità e in Madri e padri della sociologia. Sociologhe in dialogo. Parte prima che relaziona su un webinar che ricorda le Madri della Sociologia, «troppo spesso dimenticate a livello istituzionale».

Chi vorrà conoscere la scrittura delle giovani generazioni potrà leggere nella Sezione Juvenilia Terrore buonoil racconto che ha vinto il Primo Premio Classi seconde della sezione Narrazioni del Concorso Sulle vie della parità.

In queste giornate fredde sorseggiare del tè per scaldarsi può essere molto confortante. Accompagnarlo agli Scones salati alle noci può essere una piacevole e originale alternativa ai soliti biscotti. Con questa ricetta creativa chiude la presentazione degli articoli di questa settimana di Natale, con l’augurio di pranzi gustosi e leggeri.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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