Terrore buono

Il Primo Premio per le Classi Seconde della sezione B-Narrazioni del Concorso Sulle vie della parità di Toponomastica femminile, IX edizione a.s. 2021/2022, è andato all’originale racconto Terrore buono, di Emily Coulié, allieva della II B del Liceo Artistico Edgardo Mannucci, sede di Jesi.
A seguirla è stata la professoressa Stefania Sparaciari. 
Queste le motivazioni del premio:
«Il racconto risulta rispondere pienamente alle richieste del bando ed è coerente con l’incipit di Antonio G. Bortoluzzi. Serrato e coinvolgente, originale nel contenuto, mostra una ricca descrizione degli stati d’animo della protagonista, combattuta tra la scelta di seguire la sua passione, gli stereotipi che vorrebbero legare scelte importanti a logiche utilitaristiche e le limitazioni che inevitabilmente la società impone a chi proviene da ambiti geografici e socioculturali diversi. Alla fine vince il coraggio».

Incipit 2, di Antonio G. Bortoluzzi.

Domenica mattina, con il papà e la mamma, era entrata nella grande palestra del comprensorio scolastico per la giornata di Orientamento. Mentre era davanti al gazebo e si sforzava di pensare a una scuola che dopo, anche molti anni dopo, portasse a un lavoro, aveva sentito un prof dire ai suoi genitori: «Da qui ai prossimi cinque anni sarà tutto cambiato, è inutile pensare a un lavoro, è meglio che vostra figlia scelga una scuola che le piace». Ecco. Il problema era che lei aveva pensato a un lavoro proprio perché non aveva ancora la più pallida idea di che cosa le piacesse studiare».

Terrore buono

Da piccola le sue piccole mani scorrevano su delle tessere nere e bianche, accompagnate da mani molto più grandi e ruvide delle sue, ma dello stesso colore della sua pelle. I tasti del piano erano luccicanti e troppo grandi per quelle manine, mentre lo sgabello era troppo alto per la sua statura minuta, così stava seduta sulle gambe del suo papà. A lei piaceva il suono che faceva il piano, in qualche modo cullava la casa. Suonare il pianoforte fu la prima cosa che imparò a fare Beth.
Per molti anni aveva continuato a collegarsi a quelle melodie per vivere, le bastava suonare il piano per stare bene. La scuola non le era mai piaciuta, non capiva la maggior parte degli argomenti e soprattutto non capiva perché doveva studiarli, lei stava già bene così. Veniva spesso derisa quando, in un momento di ansia, iniziava a tastare con la mano una qualsiasi superficie piana che aveva di fianco come se fosse un piano, immaginando di comporre una melodia che la potesse calmare, per questo la definivano “quella strana”. Era completamente dipendente dal suo pianoforte. Non le importava troppo del giudizio dei suoi compagni, era figlia unica e la sua famiglia si era trasferita dal Marocco lasciando nonni e cugini, era abituata a stare da sola.
I suoi genitori, vedendo il suo comportamento e l’andamento scolastico poco soddisfacente, iniziarono a preoccuparsi per il suo futuro: aveva da pochi mesi iniziato la prima media e già sul suo registro comparivano molti segni rossi. Ogni sera ormai, prima di andare a dormire, c’erano quelle famose quattro chiacchiere che poi si trasformavano in venti minuti di predica fatta spesso dalla madre. Quel colloquio si teneva ogni sera nella sala del pianoforte, dove la mamma di Beth parlava e parlava rimproverando la figlia per la sua cattiva condotta, mentre lei continuava a suonare il piano come se niente al mondo la potesse scalfire. Ma era ora di fare delle scelte, quel giorno sua madre voleva essere ascoltata.
«Elizabeth, sarò per la prima volte sincera con te, fare questo non ti porterà da nessuna parte! Cosa pensi che sia la vita? Una semplice canzone?!» avvicinò lo sgabello portando via Beth dal piano, così da essere sicura di avere la sua attenzione. 
«Lo studio è per il futuro e nessuno al mondo è mai riuscito a crearsi un’indipendenza semplicemente suonando il piano! La vita non è semplice, per niente, soprattutto per noi che abbiamo un colore della pelle più scuro. Tutti saranno pronti a crearsi pregiudizi su di te, devi iniziare ad aprire gli occhi».

La mamma si era resa conto troppo tardi di aver detto troppo per una ragazzina di tredici anni, lo capì dalla sua espressione. Beth lo sentiva nelle ossa il terrore che trafiggeva la sua pelle. Non voleva diventare come i suoi zii ridotti a degli stracci per la povertà, per questo se ne erano andati. Travolta dai pensieri che la soffocavano, Beth si alzò dallo sgabello per poi uscire dalla stanza senza dire una parola. Da quel giorno non toccò più il piano. Finì per avere un’ossessione per lo studio. Rimaneva sveglia la notte per studiare, se necessario, e i compiti dovevano essere perfetti sotto gli occhi dei suoi professori.
Un giorno andando in libreria trovò un libro sulla storia della pedagogia, dove si vedevano tante immagini di insegnanti che nel corso del Novecento avevano diretto classi e gestito bambini e giovani. Pensò che fosse un buon piano per il futuro: la maestra era un lavoro stabile che le poteva fruttare la tanto rinomata indipendenza senza troppi problemi. A scuola non veniva più presa in giro, iniziarono anche a parlare con lei. Si impegnò molto per far cessare i tic alle mani chele erano venuti, li sostituiva con un pizzicotto sulla parte tenera dell’avambraccio per calmarsi e distrarsi, così da concentrarsi solo sul dolore. Non lo faceva per piacere agli altri, ma quei tic per lei erano una dipendenza di cui voleva liberarsi. «Signorina Nassiri, mi riassuma il capitolo 4».
Pizzicotto.
«Beth, fammi vedere i tuoi compiti».
Pizzicotto.
Per lei la scuola era un susseguirsi di dolore, ma Beth era convinta che solo così facendo avrebbe potuto essere accettata. Spesso si lamentava per le troppe pagine di antologia o dei compiti di matematica, ma non si era mai lamentata né del dolore né del terrore che provava.

Iniziarono i corsi di orientamento per la scelta delle scuole, era per lei il momento più atteso della sua vita. Si, sapeva cosa fare e sarebbe andato tutto liscio. Nonostante tutto però si sentiva ancora legata a qualcosa, cosa però ancora non lo aveva capito, aveva passato la vita ad autoconvincersi che tutto quello sforzo era necessario e che le faceva solo bene. In fondo era per il suo futuro, non esisteva fine più ragionevole.
È giusto così. È giusto così. È giusto così. Le cose, con la scelta della scuola, sarebbero andate meglio.
La scuola per la giornata dell’orientamento aveva organizzato degli stand in palestra, Beth ci andò con i suoi genitori, l’avevano forzata a farlo anche se lei non voleva. Non ne trovava il senso poiché sapeva già che scuola scegliere. Così iniziò a girovagare per ammazzare il tempo, i suoi genitori erano sempre dietro di lei. Quando si fermarono allo stand delle scienze biologiche, un docente si avvicinò ai suoi genitori. Lei fece finta di osservare i modellini di atomi nello stand per origliare.
«Da qui ai prossimi cinque anni sarà tutto cambiato, è inutile pensare a un lavoro, è meglio che vostra figlia scelga una scuola che le piace».
Si stava dando pizzicotti su pizzicotti, era in preda al terrore, tutto intorno a lei iniziò a ruotare così corse di fretta al bagno, aprì il rubinetto e si sciacquò il viso, dopo di che si guardò allo specchio. Stava sorridendo.

Si rese conto che quel terrore era la cosa più bella che avesse mai provato negli ultimi tre anni, sentendo quelle parole aveva capito che non c’era più bisogno di fare tanti sacrifici per studiare, che era inutile tormentarsi e che non sarebbe più servito pizzicarsi la pelle. Poteva continuare a suonare.
Pianse tanto, ma non di tristezza, si stava liberando. Trascorse nel bagno i dieci minuti più lunghi della sua vita. Quel terrore buono l’aveva liberata da ogni catena che si era costruita con le proprie mani e ogni anello della catena le imponeva di fare ciò che gli altri si aspettavano da lei, come cercare una professione sicura e adatta a una donna, perché così è più facile tutto. Le parole del professore di scienze le avevano fatto pensare al pianoforte impolverato e avvolto da un telo bianco, rimasto inutilizzato per tre anni. Lì, in quei quattro metri quadrati di bagno, aveva deciso. Tornò nella palestra, raggiunse i suoi genitori per tornare a casa. Salì sull’auto nei posti dietro, le tremavano le dita e il respiro era diventato più frequente.
«Mamma, Papà… io voglio iscrivermi al Liceo Musicale» e farò la pianista o la direttrice d’orchestra.

In copertina: premiazione del IX Concorso Sulle vie della Parità, 14 ottobre 2022, Università di Roma Tre, a sinistra il dirigente scolastico Francesco Maria Orsolini, al centro la studente Emily Coulié.

***

Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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