Le donne dell’Acquasanta

La storia delle tabacchine e delle sigaraie italiane ha attraversato il nostro Paese in varie regioni tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. I termini indicano due condizioni lavorative diverse che pesarono sulla vita delle donne in quantità di fatica differente ma di eguale umiliazione. Le prime erano quelle che lavoravano le foglie di tabacco, le seconde quelle che confezionavano i sigari.
La loro fatica si riverberò nelle lotte che portarono coraggiosamente avanti per reclamare diritti ed uguaglianza. Il 22 agosto del 1944 le operaie della Manifattura tabacchi di Roma crearono un comitato interno femminile e l’anno dopo le proteste sfociarono in scioperi: 45.000 tabacchine della provincia di Lecce lottarono per ottenere un regolare contratto di lavoro. Una storia di discriminazione e abusi se si pensa che, nel 1949, in tante manifatture fu vietato di celebrare l’Otto Marzo.

Francesca Maccani con il suo libro Le donne dell’Acquasanta ci racconta un suggestivo pezzetto di questa storia agli albori dell’attività.
L’Acquasanta è un’antica borgata marinara di Palermo il cui nome trae origine dall’ubicazione di una grotta in cui c’era una sorgente di acque miracolose e terapeutiche. In questo luogo suggestivo vi era la Manifattura Tabacchi sorta nel 1855 sui ruderi di un lazzaretto utilizzato nel Seicento per l’epidemia di peste che aveva colpito la città.
La scrittrice ambienta il suo romanzo storico proprio in questi luoghi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Raccontando la storia di due amiche, Franca e Rosa, evidenzia la ribellione e la capacità di lottare per i propri diritti di questa categoria di lavoratrici.
«Sono le mani delle Fimmine, chiste mani cca, che mandano avanti il mondo».

E immergendosi nella lettura, pare di vederle le mani di Franca e Rosa, le loro dita sottili che lavorano in sincrono nel confezionamento dei sigari con i polmoni che si impregnano dell’aria del tabacco, le ossa fradice di umidità. Quasi si avverte il freddo, l’afa e lo scirocco nell’alternarsi delle stagioni in quegli stanzoni pieni di donne di varie età controllate dagli uomini.
Un controllo che non resta limitato allo spazio lavorativo ma si estende anche al di fuori, nella società androcentrica e maschilista che le circonda. Così il quadro si arricchisce di padroni senza scrupoli, di sorveglianti che tentano e spesso perpetrano violenze, di uomini che controllano, vigilano, imbrigliano aspirazioni e reprimono rabbia e proteste.
Franca e Rosa sono profondamente diverse, una ribelle e una timida: Franca sin da ragazzina afferma la sua volontà di non volersi sposare: «Non ci penso proprio a farmi comandare, non ne voglio di padroni, io. Nessun masculo mi dirà mai cosa devo fare», mentre Rosa ascolta perplessa in silenzio.
Cresciute, le due amiche ogni mattina salivano sul carretto di Don Carmelo che le accompagnava in fabbrica e alla sera le riportava a casa, stanche sfinite dal lavoro. Stanche come tutte le altre lavoratrici che passavano le ore a faticare, a spegnere la loro esistenza in cambio di una paga necessaria per potere avere di che sfamare se stesse e la loro prole. E quelle con i figli piccoli se li portavano al lavoro per allattarli e accudirli.
Storie di lavoratrici tra parti, soprusi, gravidanze nascoste, dolori, miseria e angherie. Lavoratrici lontanissime dal mondo in cui quel prodotto che confezionavano arrivava, case piene di lusso e di superfluo.

Quando nel 1898 si abbatté su Palermo l’epidemia di tifo, la Manifattura chiuse per ben due settimane e le lavoratrici restarono senza paga, aggiungendo ulteriori difficoltà nel fronteggiare quella calamità. Alcune di loro morirono, ad altre toccò il dolore più grande, la perdita dei figlioletti.
L’indomita Franca a quel punto decise di lottare per la sua dignità e quella delle compagne e con l’appoggio di un sindacalista riuscirà a ottenere condizioni lavorative migliori e anche un nido aziendale per le lavoratrici madri.
Non fu una conquista facile. L’acquisizione di quei diritti si snodò per strade impervie colme di minacce, di dubbi, di insulti, di ripensamenti, di assenza di solidarietà. Un percorso a ostacoli che comunque alla fine arrivò al traguardo. Una storia importante, una storia di riscatto, una storia palermitana, tra le ombre della fatica, dello sfruttamento e della miseria e le luci dell’opulenza e dell’indifferenza dei ceti agiati.
Una storia che fa quasi percepire il sale del mare e quello delle lacrime di queste donne. Una storia che restituisce dignità e memoria a queste lavoratrici di cui quasi nessuno si ricorda più.
Una storia di voci ribelli e coraggiose che era rimasta, nel ventre della città, solo un sussurro. 

Francesca Maccani
Le donne dell’acquasanta. Una storia palermitana
Rizzoli, Roma, 2022
pp. 320

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) nel corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici, Donne disobbedienti Il labirinto delle perdute.

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