Elena Gianini Belotti. Non solo Dalla parte delle bambine

È andata via, la notte di Natale, Elena Gianini Belotti.
È andata via in una data simbolica, quando si compie, in quasi ogni casa, il rito di scartare sotto gli alberi allestiti i pacchi dono. E per tantissime di noi, appresa la notizia, è stato spontaneo dedicarle un pensiero e ritrovare i regali che ci aveva generosamente lasciato, tra i quali la consapevolezza delle gabbie in cui tentavano di chiuderci e la forza per scardinarle.

Elena era nata a Roma il 2 dicembre del 1929 ed è passata alla Storia soprattutto come l’autrice del saggio Dalla parte delle bambine che vide la luce nel 1973. In quel suo lavoro espose la tesi secondo la quale le differenze tra femmine e maschi non sono innate ma indotte, sono il frutto dei condizionamenti culturali inculcati sin dalla più tenera età. Soprattutto alle bambine vengono negati valori e doti di coraggio, tenacia, intraprendenza. Una bambina curiosa ed esuberante non rientrava nei canoni imposti da una società che imbrigliava i generi in ruoli ben definiti, che li incanalava in stereotipi a cui configurarsi e in modelli a cui anelare.
Così scriveva Elena: «…i movimenti del corpo, i gesti, la mimica, il pianto, il riso sono pressoché identici nei due sessi all’età di un anno o poco più mentre cominciano in seguito a diversificarsi… a quest’età sono aggressivi maschi e femmine… mentre più tardi l’aggressività del bambino continuerà ad essere diretta verso gli altri, la bambina diventerà auto aggressiva per aderire al modello che la società impone e che la vuole incanalata verso la debolezza, la passività, la civetteria».
E ancora: «Il maschio spacca tutto è accettato, la femmina no. La sua aggressività, la sua curiosità, la sua vitalità spaventano e così vengono messe in atto tutte le tecniche possibili per indurla a modificare il suo comportamento…».

Quel libro diventò una sorta di testo sacro per le femministe e né l’autrice né la casa editrice Feltrinelli avevano previsto un tale successo. Ne sono state stampate seicentomila copie con traduzioni in cinquanta lingue.
Elena Gianini Belotti ha diretto dal 1960 al 1980 il Centro nascita Montessori di Roma. Nel Centro le gestanti venivano preparate sia psicologicamente che praticamente al compito di madri rispettose dell’individualità del bambino o della bambina. Ha anche insegnato in un Istituto professionale statale in cui si formavano le assistenti per l’infanzia. All’attivo anche varie collaborazioni con testate giornalistiche tra cui Noi donne e Paese Sera.
Un altro suo saggio Prima le donne e i bambini ebbe notevole successo. Analizzando una serie di situazioni, la scrittrice metteva in guardia su quanto fosse breve il passo dalla cavalleria alla sopraffazione e ci segnalava come i racconti tradizionali contenessero sempre antichi codici di comportamento negando alle bambine le avventure riservate ai bambini. Elena lo annotava con rammarico ricordando come, da piccola lettrice, avvertisse questa differenza e quanto la infastidisse questa preclusione.

Quando nel 2018 la intervistai, confesso, non conoscevo tutta la sua produzione letteraria. Lei ironicamente mi disse di avere scritto anche romanzi, offuscati però dalla luce e dal successo dei suoi saggi. Le risposi che li avrei letti tutti e che avremmo continuato l’intervista successivamente. Fu così che scoprii una scrittrice che con i suoi racconti ci restituiva fotogrammi di altri tempi e al contempo riflessioni sulla contemporaneità, armoniosamente creava intrecci tra passato e presente. Con una scrittura scorrevole, coinvolgente ed evocativa riusciva ad affrontare tematiche attuali e a continuare a dispensare preziosi consigli alle donne, a indurle a riflessioni.

In Pimpì Oselì ci ha consegnato uno squarcio di storia degli Anni Trenta tra Roma e le zone di Bergamo dove sua madre, maestra elementare, insegnava. Un mondo bigotto e fascista dove il “mito dell’infanzia” viene ironicamente abbattuto nel racconto. E i suoi occhi da bambina registrano e respingono un pensiero ricorrente: «…. è meglio non farle studiare troppo le bambine, tanto si sposano e cosa ci fanno con l’istruzione?… basta un modesto titolo di studio, se no chissà che grilli si mettono per la testa…».
Nel 1999 viene pubblicato Apri le porte all’alba che racconta di una donna che, dopo varie relazioni amorose fallimentari, giunge alla conclusione che la vita coniugale offusca talenti e identità femminili. In questo suo romanzo troviamo la sua lungimiranza nell’uso corretto del linguaggio, quando si riporta in cronaca un femminicidio: «Che razza di amore sarebbe quello che arriva a uccidere il suo oggetto? Chiamiamolo con il suo nome: bisogno sfrenato, incoercibile e patologico di possesso. Anche questa sarebbe una battaglia da fare: ottenere dai media, che usino un linguaggio corretto, perché quello scorretto deforma le coscienze».

È del 2003 Prima della quiete, storia di Italia Donati che racconta le vicende di una maestra toscana che si suicida non sopportando più le persecuzioni verbali dei suoi compaesani. In Pane Amaro (pubblicato nel 2006) la scrittrice parte dal ritrovamento del diario di suo padre che, nel 1903, era emigrato in America in cerca di lavoro. Tra le sue pagine respiriamo pene e affanni dei migranti italiani, ingiustizie, soprusi e marginalizzazione da parte della terra che li ospita. Il tema dell’emigrazione ritorna in Cortocircuito, dove, invece, evidenzia come la società italiana stia cambiando volto con i nuovi migranti che approdano nella nostra nazione. Le loro storie, le tradizioni, gli usi e i costumi vengono descritti come una ricchezza che sottovalutiamo o di cui non ci accorgiamo. Protagoniste le badanti filippine, ucraine, gli operai indiani. La sua penna mette in risalto la preziosità anche del loro lavoro in seno alla nostra società. Onda lunga è l’ultimo suo romanzo, del 2013, con le vicende tragicomiche di una protagonista avanti con gli anni che considera la sua anzianità una grande risorsa, pur non negando le difficoltà a cui va incontro, ma sottolineandole con leggera ironia.

Più andavo avanti nella lettura dei suoi romanzi più mi rendevo conto di come era giustificata l’esternazione del suo “sottile fastidio” nell’essere ricordata solo per Dalla parte delle bambine. La ricontattai. Fu una telefonata lunghissima in cui pian piano svanì il mio timore reverenziale nei suoi confronti. Toccammo decine di argomenti e io assorbivo ogni sua frase, conscia di avere il privilegio di dialogare con una grande donna che mi stava regalando la sua sapienza, la sua saggezza, la chiave per “continuare a resistere” in un mondo dove lei non conosceva più bene le bambine. E io le raccontai delle bambine di oggi, dei modelli che venivano loro propinati. Concludemmo quel dialogo con la consapevolezza che ancora oggi le bambine hanno bisogno di qualcuna che stia dalla loro parte.
In seguito la incontrai, con grande emozione, alla Casa Internazionale delle Donne di Roma. L’ho seguita in questi ultimi anni chiedendo sempre di lei alla nipote Barbara. Oggi che è andata via voglio ricordarla per tutte le pagine bellissime dei romanzi che lei ha scritto: storie di donne, di affetti, di famiglia, di denuncia che meritano di essere riscoperti. 
Desidero chiudere questo mio ricordo personale con una frase del romanzo Il fiore dell’Ibisco (1985): «I talenti delle donne vanno smarriti nella fatica quotidiana di pensare, organizzare… dispersi, assorbiti, corrosi dalle esigenze altrui che vengono prima delle proprie… impoveriti, isteriliti, soffocati, dalle continue richieste di attenzione, di cura, di accudimento… una massa di lavoro mentale e fisico che succhia ogni respiro, non lascia tempo e pensieri per sé».
Non esisteva ancora la definizione di “donna multitasking” ma, alla luce dei suoi scritti, la considero una parola pericolosissima, un’altra gabbia d’oro che ci annienta declamando le nostre molteplici qualità e competenze. Una nuova trappola da cui fuggire.

Grazie Elena a nome di tutte le bambine di ieri che non hanno più bisogno di qualcuno che stia dalla loro parte e che tendono le loro mani alle bambine di oggi.

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) nel corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzoLe Ricamatrici, Donne disobbedienti Il labirinto delle perdute.

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