Tra storia e narrazione. Il caso Rigoberta

Rigoberta Menchù Tum (Tum è il cognome della madre) è forse l’esponente più nota del movimento di liberazione degli Indigeni del Guatemala per la sua attività politica intensa, per la scrittura di alcuni libri, tra cui il più famoso Mi chiamo Rigoberta Menchù, per il conferimento del Nobel per la pace nel 1992, assegnatole – combinazione! – proprio 500 anni dopo l’arrivo degli Europei nel continente americano.
Pochi dati per inquadrare la sua vita e il contesto in cui ha vissuto e agito. 
Il Guatemala moderno è una terra divisa in 22 regioni dove si parlano 23 lingue nazionali. La struttura economica è prevalentemente legata al settore primario dove è impiegato oltre il 47% della popolazione attiva. L’economia è controllata per l’80% da compagnie straniere nel settore agroalimentare (allevamenti, piantagioni di caffè, cotone, canna da zucchero) e in quello minerario (petrolio, uranio e minerali preziosi).
Secondo stime dell’Onu, vive in condizioni di indigenza circa il 75% dei gruppi familiari; il 60% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile; circa il 44% della popolazione di età superiore ai 15 anni è analfabeta, percentuale che sale al 70% nelle donne; il 66% delle donne in stato di gravidanza soffre di denutrizione cronica; vi è un letto d’ospedale ogni 1.700 abitanti; la mortalità infantile è intorno al 3,6%.

Per quanto riguarda la situazione politica ecco alcune note. Nel 1954 un colpo di stato, appoggiato dalla Cia, rovesciò il governo democratico, che voleva attuare una riforma agraria per ridare agli indigeni le terre delle quali erano stati espropriati nel 1871. Da allora la politica governativa del Guatemala fu caratterizzata da una crescente militarizzazione della societàbasata sulla “dottrina della sicurezza nazionale” ispirata dagli Stati Uniti, in nome della quale tutti gli oppositori, reali e possibili, vennero perseguitati come nemici interni. Furono represse le libertà di stampa, quelle politiche e sindacali, si adottarono leggi speciali, si cambiò la Costituzione.
Dal 1960 al 1990, sotto il regime dittatoriale di Carlos Castillo Armas, il Guatemala fu dominato dalla più sanguinosa guerra civile dell’America Latina Moderna. Secondo la Commissione per la Verità istituita dall’Onu, le forze del governo e i paramilitari furono responsabili del 90% delle violazioni di diritti umani: 200.000 morti solo tra i civili, più di 450 villaggi maya distrutti; un milione di rifugiati prevalentemente in Chiapas, e 45 mila desaparecidos, in un paese che oggi conta 12.700.000 abitanti (di cui circa 5 milioni di amerindi). I governi del Guatemala non vennero mai condannati dalla Commissione dei diritti umani dell’Onu, grazie alla copertura degli Usa, la cui responsabilità è stata esplicitamente riconosciuta in un documento di denuncia della Commissione Onu che è stato chiamato “Memoria del silenzio”. Nel dicembre del 1996 il governo guatemalteco e i guerriglieri firmarono uno storico accordo di pace che non è giunto ancora a piena applicazione.

La vita di Rigoberta, in sintesi, presenta questi passaggi.
Nasce nel 1959 in una famiglia di medi proprietari terrieri dell’etnia Quiché del popolo Maya, attiva nel movimento di riforma agraria e in parte legata alla resistenza armata. Nel 1979, compiendo una scelta pacifista, entra nel Comitato di unità contadina (Cuc) e ne diviene presto un’importante dirigente. Tra il 1979 e il 1980 vengono uccisi dalle forze governative un fratello, il padre e la madre; un altro fratello sarà ucciso tre anni dopo. 
Nel 1981 Rigoberta si rifugia in Messico e, l’anno successivo, in Francia. Dall’esilio si adopera per il riconoscimento internazionale della causa degli Indios del Guatemala e, in un documentario realizzato in Spagna, descrive e denuncia i soprusi vissuti dai discendenti Maya; poco tempo dopo, racconta la sua vita all’antropologa Elizabeth Burgos Debray. 
Nel 1983 da quel racconto nasce il libro intitolato Mi chiamo Rigoberta Menchú, letto e diffuso in tutto il mondo. Nel 1990 è insignita del Premio Educazione per la pace dall’Unesco. Nel ’91 partecipa alla stesura della dichiarazione dei popoli indigeni presso le Nazioni Unite (che uscirà nel 2007).
Nel 1992 riceve il premio Nobel per la pace. Nella motivazione è indicata quale «simbolo di pace e di libertà al di là delle frontiere e delle barriere etniche e culturali fra i popoli».
Nel 1996 viene decorata nella “Legione d’onore con il massimo grado di comandante” da Jacques Chirac. È proclamata dottore “honoris causa” in diverse Università del mondo. Ha pubblicato vari libri sui Maya. In Italia ne sono apparsi due: Rigoberta, i Maya e il mondo (Giunti editore,1997) e La bambina di Chimel (a cura di Dante Liano, Sperling & Kupfer, collana “Continente desaparecido”, 2000).
A lei sono intitolate alcune vie in Messico, in Spagna e in Francia.

Sul libro più famoso della Menchù e sulla successiva assegnazione del Nobel, è sorto un caso particolarmente complesso e delicato, ma che è necessario trattare perché è sempre bene fare i conti con la realtà e non nascondere la testa sotto la sabbia. Premetto che i ragionamenti che andrò a sviluppare prescindono da qualsiasi valutazione etica, ma cercano di capire il valore politico delle testimonianze in generale e di quella di Rigoberta in particolare.
Nel 1999, l’antropologo David Stoll ha pubblicato Rigoberta Menchu e la storia di tutti i poveri guatemaltechi, in cui rileva – sulla base di ricerche e prove – delle incongruenze in Mi chiamo Rigoberta Menchù.
In estrema sintesi, Stoll individua dei nodi principali:
Rigoberta non era analfabeta ma aveva frequentato per 10 anni un collegio cattolico;
il padre di Rigoberta non era un povero contadino senza terra, ma possedeva quasi 3 mila ettari di terreno;
il fratello di Rigoberta non è stato bruciato vivo perché nessun ribelle – nella città indicata da Rigoberta nel libro – è mai stato bruciato;
Rigoberta non poteva essere testimone della morte del fratello perché era in altra zona.

Una successiva indagine del New York Times ha confermato le questioni sollevate da Stoll e ha rivelato ancora più imprecisioni. Le reazioni al libro di Stoll furono immediate e intense: chi lo accusava di aver voluto distruggere con la figura di Rigoberta anche il valore delle lotte per la democrazia, chi lo ha usato per chiedere a gran voce che la Fondazione Nobel le revocasse il premio. Lo stesso Stoll ha precisato che, anche se i dettagli erano errati o esagerati, le violazioni dei diritti umani da parte del governo guatemalteco erano reali e le esecuzioni erano avvenute indipendentemente dal fatto che Menchù ne fosse effettivamente testimone o meno: «non ci sono dubbi sui punti più importanti, cioè che una dittatura ha massacrato migliaia di contadini indigeni, che fra le vittime c’è la metà dei più stretti familiari di Rigoberta, che lei è fuggita in Messico per salvarsi la vita, e che si è unita a un movimento rivoluzionario per liberare il suo paese».
Ha però ipotizzato che si trattasse di una operazione a sostegno della visione terzomondista della sinistra europea: considerato il ruolo di Elizabeth Burgos Debray nel panorama culturale internazionale, il testo potrebbe essere stato costruito amplificando o costruendo alcune parti allo scopo di favorire una più ampia sensibilizzazione sulla questione gualtemalteca. Rigoberta Menchù inizialmente ha negato di aver inventato qualcosa, ma in seguito ha riconosciuto che avrebbe potuto esagerare alcuni aspetti della storia della sua vita.

Questa la cronaca, ora entriamo nel merito della questione che ci interessa. Che cosa possiamo pensare, allora? Possiamo pensare che le esagerazioni e le imprecisioni del racconto siano state il frutto di esperienze traumatiche di Menchù di fronte a brutalità reiterate a cui aveva assistito o che avevano colpito la sua famiglia… Ma tutta la questione pone comunque un dibattito enorme sul valore delle testimonianze, su cosa è ‘vero’, quanto la memoria di fatti traumatici è affidabile, sui meccanismi del ricordo, ecc. e su quale rapporto esiste tra storia e memoria.
Possiamo pensare che la ‘sua’ storia sia stata raccontata inglobando storie di altri, una storia simbolo di tutto un popolo, ipotesi che potrebbe essere giustificata dal fatto che Menchù all’inizio del racconto afferma: «la cosa importante è che ciò che è accaduto a me è accaduto a molte altre persone; la mia storia è la storia di tutti i poveri guatemaltechi». Ma allora sarebbe stato bene indicarlo con maggiore chiarezza.
Possiamo pensare che il suo libro sia diventato occasione e pretesto di scontro tra forze di ‘sinistra’ (di cui i Debray possono essere stati i registi) e di ‘destra’ (David Stoll non ha mai negato di essere anticomunista e anticastrista); tra il mondo cattolico (di cui Rigoberta faceva parte, legata ai gruppi di teologia della liberazione) e quello pentecostale (che, sostenuto dagli Usa, stava diffondendo in America Latina un verbo decisamente conservatore).

Come spesso succede, una ipotesi non esclude l’altra…
Che Rigoberta non potesse essere estranea all’operazione libro-intervista nella costruzione del suo personaggio non c’è dubbio, ma che Rigoberta fosse la parte con meno potere ed esperienza nella coppia Menchù-Burgos-Debray è altrettanto fuori dubbio. È altrettanto indiscutibile che l’enorme successo del libro abbia dato una grande spinta alla carriera politica di entrambe.
Ci si può chiedere: se Rigoberta, con i suoi mezzi di militante di origine borghese india di un paese del terzo mondo avesse scritto una vera autobiografia, cosa che aveva i mezzi intellettuali per fare, pubblicandola con qualche piccola casa editrice militante in spagnolo, avrebbe avuto la risonanza internazionale che ha avuto il libro della Burgos-Debray Io sono Rigoberta Menchù? Avrebbe avuto il Nobel?
In definitiva, anche se l’operazione era stata studiata a fin di bene, dal punto di vista della verità storica, appare meno come una testimonianza credibile e onesta di Rigoberta, donna Maya Quichè e più un marketing politico di successo della Burgos-Debray, ex militante di sinistra, naturalizzata francese e importante esponente della cultura internazionale come ex direttrice della Casa dell’America Latina di Parigi e dell’Istituto Culturale Francese di Siviglia, nonché rappresentante culturale della Francia a Madrid ed ex moglie di Regis Debray, scrittore e intellettuale francese che aveva combattuto a fianco di Che Guevara.

Alla luce di questi aspetti, quali riflessioni si possono fare? Che dire?
Che, per la prima volta nella storia del Centroamerica, una donna india prende la parola per denunciare le persecuzioni e le umiliazioni secolari del suo popolo, ma anche per rivelare con grande intensità la vita materiale e la cultura del popolo Quiché.
Che il premio Nobel le viene assegnato per la pace in riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene e i suoi innumerevoli e appassionati impegni su questo tema sono ben documentati.
E, in effetti, dal 1981, anno di inizio dell’esilio, continuò la sua denuncia delle disuguaglianze e dei soprusi che affliggevano il Guatemala e si impegnò anche a portare avanti la lotta all’interno della comunità internazionale a favore del rispetto e per il riconoscimento dei diritti dei Popoli indigeni del mondo; dal 1982 partecipò alle sessioni annuali della Sottocommissione di Prevenzione delle discriminazioni e protezione delle minoranze della commissione per i Diritti umani dell’Onu; dal 1991 partecipò alla stesura della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni presso l’Onu; con il danaro ricevuto dal Nobel Rigoberta istituisce un fondo col quale finanzia la sua e altrui attività in favore della popolazione indigena guatemalteca e delle cause delle popolazioni indigene più in generale, attività che compie spostandosi in tutto il mondo e parlando in numerosi consessi, da piccole assemblee cittadine fino al Consiglio generale delle Nazioni unite.
Inoltre, anche negli anni successivi, è rimasta attiva nei movimenti per i diritti dei nativi, al fianco del “Movimento dei lavoratori rurali senza terra”, mettendo in luce gli abusi che tuttora vengono commessi in Brasile e in altri paesi dell’America Latina, a fianco delle donne gualtemalteche, perché possano accedere facilmente all’istruzione.

Particolare importanza assume il suo impegno per i diritti umani delle donne indigene: Rigoberta con la sua presenza e il suo impegno ha sostenuto un processo chiave per la storia del Paese centroamericano, quello contro l’ex capo dell’intelligence militare, Josè Mauricio Rodriguez Sànchez e contro Efraín Ríos Montt, l’ex generale che, sostenuto dalla locale Democrazia cristiana, fu eletto presidente nel 1974, ma venne subito deposto dai militari. Tornò al potere nel 1982 grazie a un colpo di stato, mettendo fuori legge i partiti. Fu giudicato il mandante del massacro di 1.771 maya Ixiles (gruppo etnico nel nord del Guatemala). I due ex militari sono stati condannati a un totale di 360 anni di carcere per violazione dei diritti umani, dopo le accuse di omicidio, stupro, schiavitù sessuale e domestica nei confronti di un gruppo di donne indigene. 
Menchù ha così commentato: «È stata una sentenza storica, un precedente, perché è stato riconosciuto il diritto di lesa umanità nei confronti di queste donne che deve essere riconosciuto, per casi analoghi, in tutto il mondo». Da ricordare che giudice di questo storico processo era una donna coraggiosa, Iris Yasmin Barrios Aguilar, che durante la lettura della sentenza di condanna a Rios Montt ha aggiunto: «Perché esista pace in Guatemala deve esistere prima giustizia».
Quindi, siamo sicuramente contente che una donna abbia ricevuto il Nobel e che lo abbia ricevuto in riconoscimento del suo decennale e indiscutibile impegno. Altrettanto sappiamo che la nostra azione per il cambiamento – in un sistema di potere e di relazioni complessi e disuguali come quello patriarcale – ci lega alla responsabilità di perseverare nella ricerca della verità come solo modo per interpretare (e quindi modificare) il reale, quello che è fuori di noi ma anche quello che è dentro di noi; ci costringe a ragionare in termini di rapporti di potere, in termini di distribuzione delle risorse per lavorare alla costruzione di una società di uguaglianza non solo apparente e formale. Così ci sarà possibile, anche, educarci ed educare a relazioni non necessariamente segnate dal potere, dall’obbedienza, dalla passività e dalla delega.

Per saperne di più:
Elizabeth Burgos Debray – Rigoberta Menchù Mi chiamo Rigoberta Menchù (Giunti editore, 1987)
Emanuela Borgnino e Giuliano Tescari (a cura di) Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni DRIPS_it.pdf
Lauso Zagato – Laura Candiotto (a cura di) Il genocidio. Declinazioni e risposte di inizio secolo (Giappichelli editore 2018)
https://www.filodiritto.com/i-popoli-indigeni-riconoscimento-dei-diritti-e-principio-di-autodeterminazione     
https://www.greelane.com/it/humanities/storia–cultura/biography-of-rigoberta-menchu-2136348/ 
https://www.indiscreto.org/cinque-falsi-famosi/
https://www.patriaindipendente.it/ 
Mi chiamo Rigoberta Menchù di Antonella Rita Roscilli – 23 maggio 2004 
http://www.peacelink.it/ 
Breve biografia di Rigoberta Menchù
https://www.treccani.it/enciclopedia/guatemala_%28Dizionario-di-Storia%29/   
https://www.treccani.it/enciclopedia/guatemala_res-d9af3aee-9b98-11e2-9d1b-00271042e8d9_%28Enciclopedia-Italiana%29/   

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Articolo di Carla Manfrin

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Dopo la laurea a Magistero, ho insegnato 36 anni in tutti gli ordini di scuola dove ho organizzato corsi di aggiornamento e laboratori per insegnanti su identità e differenza. A Padova, nel 1976, insieme alle compagne del Centro Femminista, ho scritto il libro di divulgazione femminista L’erba sotto l’asfalto; nel 2008 sono stata tra le organizzatrici di 1968 – 2008: Memoria e Desiderio delle Donne. Insieme a Flavia e Sandra Busatta nel 2012 ho costituito www.femminismo-ruggente.it

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