Un paradosso culturale. Il non senso della piena consapevolezza di sé

Caiazzo è una cittadina ricca di storia e di fermenti culturali, a ridosso del costone collinare della catena dei Trebulani (o Colli Caprensi), nel Medio Volturno, le cui acque scorrono maestose nella verde valle ai suoi piedi. «Sito perantiquum, quindi, abitato in epoca preistorica, (come attesta la scoperta nel suo territorio di una tomba della cultura del “Gaudo”), certamente preromano, forse anche presannitico. Antico come il misterioso, affascinante toponimo. Affascinante come la favola antica cui si è sentito il bisogno di ricorrere per spiegarne l’origine: la ninfa Calata; figlia di Tifata, ardentemente amata da Volturno, per sfuggire all’ira del padre, venne in questo luogo e vi fondò una città» (https://www.comunedicaiazzo.it/la-nostra-storia). 
Il Castello, innalzato sull’Arce romana e risalente all’epoca longobarda ha ospitato protagonisti della storia come Federico II, Pier delle Vigne, Torquato Tasso. Il suo centro storico, racchiuso intorno alla piazza della cattedrale di Santa Maria Assunta, è circondato da palazzi d’architettura catalana sorti al tempo del dominio aragonese (XV sec.). Cittadina da visitare assolutamente e rifugio dei casertani nelle calde notti estive, in cui tra parentesi si mangia benissimo. 
Non è la prima volta che l’Amministrazione comunale intreccia la collaborazione istituzionale con Toponomastica femminile, grazie alla presidente dell’Associazione Storica del Caiatino, Ilaria Cervo. Ilaria è anche nostra socia e attraverso di lei subito dopo il “grande silenzio pandemico” abbiamo ricominciato a uscire proprio a Caiazzo, in occasione del 2 giugno 2020, con il patrocinio dell’Ente locale, tappezzando le vie e i vicoli del centro cittadino di “targhe stradali” con i nomi di donne caiatine partigiane e cadute per la lotta di liberazione. Caiazzo, infatti, oltre a essere la ridente cittadina che è oggi, ha un recente e tragico vissuto alle spalle. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, essendo ubicata lungo la linea difensiva Viktor, ha subito la ferocia nazista e una serie di stragi, ma ha anche dato i natali a ben due “partigiane combattenti”, di cui una, Stefana Carrese, oggi è ultracentenaria. 
E di “nuove” stragi, venerdì 2 dicembre, in occasione dell’inaugurazione del “punto di lettura book-crossing” comunale, è stato presentato, con il patrocinio di Toponomastica femminile, il volume di Autrici varie Bella per sempre, antologia di storie dedicate al 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne. 
Il libro fa emergere una serie di sensazioni e considerazioni che, se andiamo ad analizzare, appartengono, in misura diversa logicamente, a ogni donna e a ogni uomo. Non mi soffermo sui racconti, mi sono piaciuti tutti, anche quelli più “duri a leggersi”. Ma, si sa, quando un racconto è “duro a leggersi”, significa che più colpisce e più fa riflettere.  
Se dovessi fare un quadro di sintesi della dinamica delle narrazioni, direi che hanno fatto emergere in me l’evidenza di un “paradosso della nostra cultura”, che tutte e tutti ci portiamo dentro e lo definirei come: il non senso della piena consapevolezza di sé! Inteso, in generale, in base a quel principio della psicologia che afferma esserci in ogni essere umano una parte maschile e una parte femminile. Cerco di spiegare questo “paradosso” attraverso quanto dice una delle autrici, Doris Contreras, la prima che incontrerete in questa antologia, dove scrive due poesie/racconto tra le quali fa un postilla e leggendola sono sobbalzata. Denuncia che secondo uno studio del dicembre 2017, quindi datato, condotto dall’Osservatorio delle donne e della parità di genere di Bogotá, il 36 % delle donne che esercita la prostituzione in Colombia, proviene dal Venezuela, ma la cosa più sconvolgente è che il 54% di queste venezuelane ha il diploma di maturità e ben il 33% la laurea: un dato sconcertante e scioccante. Lì per lì ho provato un violento fastidio e chiuso il libro, mi sono alzata dalla poltrona, pensando: «Hanno una cultura! Hanno degli strumenti critici per costruire una vita diversa! Le donne afgane chiedono di andare a scuola! Come è possibile? È un “non senso della consapevolezza di sé!”».  
Dopo un profondo respiro, ho continuato la lettura, e Contreras, nella postilla, aggiunge che il 74% di queste donne non esercita la prostituzione “anche” in Venezuela. Questo dato, unito a quello del titolo di studio, mi ha fatto riflettere, perché afferma, al contrario, la “consapevolezza” di una scelta quanto meno discutibile rispetto ai loro curricula e mette in evidenza l’insorgere di un sentimento terribile da sopportare! Un sentimento portato proprio dalla “consapevolezza”, ovvero la “vergogna”: così si coprono di silenzio e vivono di sensi di colpa. Non sono una psicologa, ma chi di noi non ha sperimentato lungo l’arco della propria vita il “silenzio” e i “sensi di colpa”? Esercitano un ruolo importante anche nel nostro quotidiano, tra virgolette “ordinato” e “normale”, come traspare, in tutto il suo portato di tragicità, anche nel racconto di Ida Di Ianni, che dà il titolo alla raccolta. 
“Silenzio, sensi di colpa e vergogna” sono il drammatico filo rosso della narrazione di questi racconti, poi ognuna delle protagoniste risolve in modo personale le proprie storie, e sono stati d’animo che nascono nel momento della conflittualità con noi stesse e le/gli altri e restituiscono a tutto tondo quel “paradosso della nostra cultura” che ho percepito: il non senso della piena consapevolezza di sé.  
«Da dove potrebbe derivare?», mi sono chiesta. Qui mi è venuto in mente quel portato della psicologia che afferma dell’esistenza in ogni persona di un’anima maschile e di un’anima femminile e immediata è stata la constatazione che la nostra millenaria cultura ci offre solo una visione “maschile” del mondo, con il risultato eclatante che per quanto possiamo essere “colte”, altrettanto siamo “squilibrate” in noi stesse! Infatti, a questo punto dobbiamo chiederci: se c’è “consapevolezza” perché c’è “silenzio”? Se c’è “consapevolezza” perché c’è “senso di colpa”? Se c’è “consapevolezza” perché c’è “vergogna”? Se c’è “consapevolezza” perché c’è “violenza”? 

E un “non senso della consapevolezza”, è il prodotto dello “squilibrio” tra la nostra anima maschile e la nostra anima femminile. 
Ripeto, nessuna e nessuno di noi si senta esclusa o escluso da questo “squilibrio” e dalla narrazione di questi racconti. Parlo da “donna” alle donne: chi di noi non ha mai pensato o detto, quanto meno nell’adolescenza: «se non sei geloso non mi vuoi bene». Quante volte abbiamo sentito e sentiamo donne dichiarare: «mi picchia perché ci tiene a me».  
Quanta sofferenza, quanta violenza domestica è ancora taciuta qui in Italia? Nelle nostre famiglie, magari “per il bene dei nostri figli e figlie”? Secondo le statistiche ISTAT nel 2021 le vittime uccise in una relazione di coppia o in famiglia sono 139. Può sembrare un piccolo numero! Ma rappresenta quasi il 46% degli omicidi commessi sul nostro territorio nazionale! Di queste 139 persone 39 erano uomini e 100 donne. Quest’anno siamo già di molto oltre! Ma si sa, le statistiche non hanno un’anima. 
Eppure, quanta strada si è fatta dal pregiudizio che voleva la “donna angelo del focolare”! Il 1968 con la rivoluzione sessuale! Gli anni ’70 del Novecento con il “nuovo” movimento femminista, dalle lunghe, ampie e colorate gonne e i circoli di autocoscienza! 
Qui si presenta alla mente un’altra serie di domande: cos’è che ci costringe in un “mondo minore”? Perché siamo “inconsapevoli della consapevolezza”? Perché siamo così facilmente ricattabili, suscettibili nei sentimenti? I “sentimenti”: un mondo ancora tutto da scoprire! Certo non per una questione di sola “forza fisica”, no! Le donne hanno imparato a difendersi, gli uomini, lo constatavo oggi al ristorante, vanno a cambiare i pannolini dei bambini; vedo i miei nipoti maschi che sanno stirare e cucinare. Allora è qualcosa che ci viene trasmesso con il latte materno: un senso atavico di debolezza?  
Può essere, ma torno al dato stupefacente di quel 54% di venezuelane diplomate e 33% laureate sul 36 % che esercita la prostituzione in Colombia: hanno un’istruzione, hanno strumenti critici in mano, la “cultura” dovrebbe renderle “libere”, allora perché questa scelta? Una scelta di violenza da subire “consapevolmente”! Ma le domande, qui si moltiplicano e possiamo chiederci anche: perché gli uomini vanno in cerca di prostitute? O hanno bisogno di esercitare un “potere assoluto” su qualcuna/o, in generale, considerato più debole? Perché il bullismo? 
Le risposte sono sicuramente tante ma, senza voler fare del semplicismo, in me ne è sorta immediatamente una: la nostra cultura è maschile e quindi “disarmonica”, non aiuta a sviluppare la psiche con equilibrio!  Nei nostri libri di scuola, dalle elementari all’università, nelle antologie nei volumi di storia, di fisica, di chimica, di filosofia, eccetera, non ci sono donne: non c’è la parte femminile del nostro essere! 
Il pensiero dell’umanità è “solo” maschile e questo fa la differenza! Perché non ci vengono dati strumenti per comprendere chi siamo realmente. Non viene dato senso compiuto alla “consapevolezza” di noi stessi e del mondo – e qui uso il plurale maschile e “inclusivo” scientemente.  
Poi ci sono anche altri problemi: parlo di “trans”. Discorso che andrebbe affrontato in termini scientifici, quelli della “medicina”: spesso si nasce con organi genitali maschili che in realtà andrebbero operati immediatamente perché nascondono una sessualità femminile, me lo raccontano le mie cognate, una pediatria e l’altra ginecologa, ma come combattere il “pregiudizio” del primo figlio “maschio”? Purtroppo è ancora difficile. 
Di fatto, non ci vengono dati esempi al “femminile”, eppure in ognuna/o di noi, abbiamo detto, in base la scienza psicologica, c’è una “anima maschile” e una “anima femminile”. 
La scuola è il luogo in cui ci formiamo, in cui ci abituiamo a pensare, il luogo che ci fornisce gli “strumenti critici” del pensiero e dell’agire nel mondo. A scuola ci vengono ancora dati modelli “solo” maschili, facendo di noi delle/degli “squilibrati”: non c’è “armonia” nella nostra cultura. Ai nostri bambini diciamo: “Non piangere! È da femminuccia!”. Nessuno ci ha mai fatto capire cosa significa la differenza maschio/femmina, non ci sono stati dati esempi del pensiero e dell’agire “femminile” e questo diviene parte fondante del “non senso della consapevolezza” da parte di uomini, che “non possono piangere” e devono “dominare” in base ai canoni di questa cultura millenaria. 
La nostra cultura non è “inclusiva”, e il “maschile” e il “femminile”, dentro ognuna/o di noi, trova solo con grande difficoltà, e non sempre, l’equilibrio! Abbiamo bisogno di testi scolastici che parlino di uomini e di donne, di targhe nelle nostre strade che ricordino uomini e donne, solo così potremo sviluppare in noi una psiche armonica. 
Un libro questo da leggere e da rifletterci su a fondo, perché da queste pagine emergono tutte le contraddizioni che viviamo nel quotidiano, tutti i “non sensi” di cui è fatta la vita di una donna e di un uomo, la vita della nostra società “violenta”; così come emerge anche la capacità, conquistata con fatica e “tanto sangue” di dare un “senso” alla voce e all’essere femminile in ognuno/ognuna di noi: che noi si sia maschi o che noi si sia femmine, perché siamo parte di un tutto. 

Autrici varie
Bella per sempre
Volturnia edizioni, Isernia, 2022
pp. 132

***

Articolo di Fosca Pizzaroni

PIZZARONI 200X200

Archivista in pensione, ha insegnato storia delle istituzioni contemporanee nelle Scuole di Archivistica Diplomatica e Paleografia e svolto docenze per l’Università la Sapienza di Roma, di Padova, Mediterranea di Reggio Calabria e per l’Imes Sicilia. Ha collaborato con la Protezione Civile all’analisi storica delle calamità naturali avvenute dall’Unità d’Italia in poi, attraverso saggi e mostre.

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