Virginia Angiola Borrino

L’eccezione è quella cosa che conferma la regola. 
E il fatto stesso di esistere non può certo darle l’arroganza di sentirsi meritevole del titolo di normalità. 
L’eccezione deve mantenersi tale, anche dietro gli sguardi di ammirazione, le pacche orgogliose che le arrivano sulle spalle, gli attestati di sorpresa stima che posso accompagnarla. 
Quando termina il ruolo da vicaria, l’eccezione deve saper tornare al proprio posto, senza sbuffi o ansimi, senza piedi battuti o braccia incrociate. 
In fondo ha avuto più di quanto la popolare saggezza le aveva promesso: è uscita dall’ombra dell’inaspettato ed è divenuta, anche se per poco, ingranaggio del sistema. 
Però, è infima, l’eccezione. Perché inizia a credere in sé stessa, addirittura può unirsi ad altre eccezioni per pretendere di diventare la regola. 
È allora che iniziano i problemi. 
L’eccezione è donna, da sempre. E non c’entra la grammatica, che pure richiama l’una all’altra.  
L’eccezione è donna perché le donne, prima di diventare ciò che vogliono diventare, hanno bisogno di qualcuna che in quel campo sia la prima, l’unica, la particolarità in un mondo di maschile consuetudine.

E l’eccezione che Virginia Angiola Borrino è stata ha davvero fatto tremare le regole, le vene ai polsi delle strutture precostituite che hanno funzionato perfettamente per centinaia e centinaia di anni. 
Succede però che ad un certo punto arrivi la guerra, davanti alla quale persino gli uomini, che di solito delle leggi sono scrupolosamente osservanti, devono togliere il cappello e votarsi all’obbedienza.
 
Il primo conflitto mondiale introduce sui campi di battaglia delle armi nuove che, per la logica stringente dei morti ammazzati, portano ferite e patologie mai viste prima. Il fronte allora chiama a sé un numero di medici sempre maggiore, ché quelli militari non bastano davvero più.  Luminari, laureandi, riformati: se le file dell’esercito si serrano, gli ospedali, le condotte e le cliniche si svuotano.
 
È a questo punto che subentrano le eccezioni convocate dalle regole. 
Talmente profonda è la mancanza di medici in ogni settore della sanità, che sono chiamate le donne a ricoprire incarichi e ruoli ai quali, altrimenti, non avrebbero mai potuto nemmeno lontanamente aspirare. 
Nel 1915, le mediche esercitano da circa quarant’anni, ma le loro sono professioni che raramente e con difficoltà riescono a uscire dall’ambito generale della cura delle malattie delle donne e dei bambini, ottenendo una qualche specializzazione. Oppure, quando questo avviene, devono avere a che fare con colleghi che sono tutt’altro che felici di doversi confrontare e consultare con una donna. 
La guerra però scoppia e richiede il suo tributo di sanitari al fronte. Ed è in questa occasione che Virginia Angiola Borrino ha l’incarico di direttrice della clinica e della cattedra pediatrica dell’Università di Siena, prima donna a ottenere questo ruolo in Italia. 
Ma Borrino fu anche la prima medica a ottenere la libera docenza. Ed è brava.

Durante il suo ultimo anno alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Torino, vince una borsa di perfezionamento che le permette di frequentare la clinica pediatrica di Firenze diretta da Giuseppe Mya, tra le tre migliori in Italia. Questa esperienza, che le ha permesso di realizzare importanti pubblicazioni, le fa ottenere una borsa di studio all’estero, aiutata in questo dal fatto che parla correntemente tedesco e francese: va prima a Breslavia e poi a Parigi. 
Dopo la laurea nel 1905, è assistente volontaria presso l’ospedale infantile “Regina Margherita” di Torino, finché, nel 1913 ha l’incarico da parte del Ministero dell’Interno di organizzare e dirigere un sanatorio pediatrico antimalarico in Calabria, sull’altipiano della Sila. Quando, dunque, nel 1919 diviene direttrice della clinica all’Università di Siena, ha già all’attivo tutti i titoli necessari per ricoprire con competenza il ruolo che le è stato assegnato.
 
Nel 1921 fonda l’associazione a favore dei bambini abbandonati Comitato delle piccole madri, nella quale donne volontarie si prendono cura degli orfani e delle orfane, cercando di vicariare, per quanto possibile, la figura materna sconosciuta. Ancora, si impegna molto nella prevenzione del rachitismo realizzando delle ricerche assolutamente pioneristiche e all’avanguardia.
 
Solo che, a un certo punto, la guerra finisce e le regole tornano al loro posto. E se con la direzione di una clinica universitaria si aprono di norma tutti i canali di carriera per qualunque specializzazione, per Virginia Angiola Borrino le cose vanno diversamente.  
Quando nel 1924 ha termine il suo incarico nell’ateneo senese, la cattedra viene immediatamente affidata a Maurizio Pincherle, figlio del grande matematico Salvatore Pincherle. 
Letteralmente cacciata dall’Università dove ha brillantemente lavorato per cinque anni, Borrino torna a Torino e diventa la pediatra dell’intera città, curando gratuitamente le bimbe e i bimbi più poveri e, contemporaneamente, seguendo la famiglia Agnelli.
 
Nel 1928, ottiene l’incarico all’Università di Sassari per perderlo, due anni dopo, a favore di Giuseppe Masciotta. E sarà, in sostanza, sempre così. Persino a Perugia, dove arriva a dirigere la Clinica pediatrica e la cattedra nel 1931 e fino all’anno accademico 1949-1950, non riuscirà a fare nella sua carriera ulteriori passi avanti, nonostante l’ateneo umbro sia il passaggio che poi sempre ha portato a incarichi di livello maggiore presso altre università. Virginia Angiola Borrino qui, invece, è collocata fuori ruolo per sopraggiunti limiti di età, arenata nella bonaccia dei pregiudizi e del maschilismo perché donna. Esplicativo in questo senso il fatto che, andando a scavare negli archivi dell’Università, salta all’occhio il fatto che questa docente e ricercatrice non è stata mai indicata con il titolo di professoressa, bensì con l’appellativo di “signorina”.
 
Eppure, Virginia Angiola Borrino è stata una delle più importanti pediatre e accademiche di cui potrebbe farsi lustro questo Paese. A lei si devono, oltre a fondamentali ricerche scientifiche, anche importanti studi di medicina sociale. Tra le tante cose, infatti, ha più volte spinto affinché si provvedesse alla riforma dell’assistenza dell’infanzia illegittima mediante l’istituzione di asili per madri e lattanti al posto dei brefotrofi e che — per legge — si ricercassero i genitori dei figli abbandonati per obbligarli al loro mantenimento fino alla maggiore età. 
È stata una studiosa con uno sguardo diretto e proiettato verso la modernità, che non ha mai lesinato impegno e profonda intelligenza scientifica.  
Ha subito un ostracismo vomitevole dettato dal suo essere donna. Una donna che è comunque riuscita a rompere quelle regole stantie che si ostinavano a relegare nella bonaccia dell’eccezionalità il progresso e il futuro. 

In copertina: Torino, 1905. Studenti di medicina, al centro, unica donna, Virginia Angiola Borrino. 

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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