Il peso dell’eredità greca

La Società italiana delle storiche ha inaugurato venerdì 10 febbraio un ciclo di incontri dal titolo Storia e cultura della sessualità. Nato dalla necessità di porre nuove basi per lo studio delle tematiche di genere e sessuali, è stato pensato come punto di incontro tra le aspettative delle organizzatrici e le domande e curiosità della variegata “classe” che ha deciso di partecipare: vi troviamo infatti insegnanti, ricercatrici, studenti e giornaliste – di maschi, sfortunatamente, solo due. La prima lezione, dal titolo Dove nascono le discriminazioni?, è stata tenuta dalla professoressa Eva Cantarella, giurista e storica tra le più rinomate in Italia e all’estero, autrice di libri di grande successo come Dammi mille baci, L’amore è un dio e Diritto e sessualità in Grecia e a Roma. Cantarella è esperta del mondo antico, ha a lungo studiato il diritto greco e quello romano e come essi abbiano influito non solo sulle società del loro tempo ma su tutta la storia occidentale, giungendo fino a noi. Ed è stato proprio il diritto greco-romano ad averci trasmesso la discriminazione di genere, nata presso l’antico popolo greco, codificata in leggi e tramandata in racconti epici imperituri che hanno influenzato i nostri sistemi giuridici e la nostra cultura. Cantarella è stata la prima a essersi occupata di un argomento fino a quel momento praticamente ignorato, considerato dai più irrilevante; per lei, però, era fondamentale studiare l’influenza del diritto greco sul genere e la sessualità per poter osservare non solo gli elementi di continuità, ma anche quelli di rottura, che hanno plasmato il nostro tempo.

Come accennato, la genesi della discriminazione di genere inizia in Grecia. Il mondo occidentale, e non solo, ha un debito enorme nei confronti di questa cultura, anche se il nostro atteggiamento verso di essa è col tempo cambiato: l’idea di un presunto “miracolo greco”, un popolo misterioso e illuminato in mezzo a barbari analfabeti e selvaggi, fatto di eroi impavidi protagonisti di mitiche avventure, ha prevalso fino alla scoperta della scrittura lineare B e alla sua decodificazione da parte di Alice Kober, Michael Ventris e John Chadwick negli anni Cinquanta, che ha permesso di portare alla luce un lato più umano di questa cultura. Tuttavia, tra i tanti debiti che abbiamo nei confronti dell’antico popolo greco si annovera pure la discriminazione di genere, loro invenzione: non solo ne è stato ideatore, ma ha anche studiato modi e teorie per riaffermarla e rimarcarla con una convinzione tale da essere riuscita a resistere alla prova del tempo per millenni, grazie soprattutto al suo maggiore esponente, Aristotele. Non è forse esagerato dire che il grande filosofo e i suoi connazionali hanno un grosso debito nei confronti di milioni di donne che hanno subìto in tutta la loro violenza le conseguenze delle loro “teorie”.

La discriminazione di genere è presente fino dal mito fondativo: Esiodo ci racconta che Prometeo aveva donato il fuoco agli umani, e per questo era stato severamente punito – legato a una roccia con un’aquila che mangiava il suo fegato che si rigenerava ogni notte, una punizione che richiama quella che nell’Atene del V secolo era riservata ai ladri – tuttavia ciò non basta per placare gli dei: il fuoco ha ridotto la distanza fra gli esseri umani e le divinità, un affronto inaccettabile per il quale non possono essere lasciati impuniti. Zeus ordina quindi la creazione di Pandora, la prima donna, a cui tutti gli dèi e le dee fanno un dono: c’è chi le dà la bellezza, chi la grazia, chi la seduzione, chi la dolcezza, chi la capacità di manipolare. “Un inganno a cui è impossibile sfuggire”, “un male bellissimo”, sono le definizioni che accompagnano la discesa della prima donna sulla terra. Prometeo intuisce le intenzioni di Zeus e avvisa suo fratello, Epimeteo, di non avvicinarsi a Pandora. Epimeteo, tuttavia, se ne innamora perdutamente e vuole portarla dentro la sua casa – non è chiaro se come sposa o meno – anche se Prometeo è contrario. Quest’ultimo alla fine cede all’insistenza del fratello, ponendo una sola condizione: Pandora non dovrà mai scendere nelle cantine e avvicinarsi a un vaso chiuso da un coperchio. Pandora invece, essendo donna e quindi curiosa e poco portata all’ubbidienza, fa esattamente quello: aprendo il vaso libera tutti i mali del mondo e l’unica cosa che rimane in fondo ad esso quando riesce a richiuderlo è la speranza. Il mito fondativo non è generoso con la prima donna: il “male bellissimo” viene identificato come la causa di tutte le disgrazie dell’uomo, l’origine della sua sofferenza, anche e soprattutto quando questa entra nella sua casa in veste di compagna, e solo la speranza gli permette di andare avanti accanto a lei e di compiere i suoi doveri. Alcuni chiamano Pandora “l’Eva greca”, un’associazione erronea: Eva viene creata per non lasciare solo Adamo, a cui è sì subalterna ma di cui è comunque amante e compagna; non è una punizione, come Pandora. Il fatto che la prima donna sia essenzialmente il prodotto di una vendetta divina rende molto chiaro il livello di misoginia dell’antico popolo greco.

John William Waterhouse,
Pandora apre lo scrigno (1896)

Quando il pensiero mitico cede il posto al pensiero logico, la situazione precipita, anche tenendo conto delle differenze tra le varie poleis. Le menti più brillanti dell’antica Grecia per secoli si scervellano su una questione per loro annosa: le donne hanno un ruolo nella riproduzione della specie? Una domanda certo singolare, non solo per noi contemporanee/i, e non capibile se non si tiene conto della carica di ansie generata dal mistero della gravidanza: sapevano che era il rapporto sessuale che consentiva la procreazione, ma le sue reali dinamiche e l’impossibilità di accertarsi della reale genitorialità paterna hanno portato alle più svariate metodologie di controllo della sessualità femminile, tra cui perfino la negazione del loro ruolo all’interno di un processo che le vede invece come protagoniste. Il dibattito sull’argomento è lunghissimo, e le risposte ad esso hanno segnato l’atteggiamento verso le donne nelle diverse poleis ed epoche. Esemplare è l’Orestea di Eschilo: Oreste ha ucciso sua madre Clitennestra, assassina di Agamennone, suo marito e padre del giovane, che vendicò così la morte della loro figlia Ifigenia; per l’omicidio Oreste è perseguitato dalle Erinni, che lo seguono ovunque urlando nelle sue orecchie le sue colpe. La cultura attorno alla vendetta è stata abbandonata da tempo nell’Atene di Eschilo, superata dal diritto, ma la sua influenza è ancora palpabile: essa è vista come un gesto nobile, per quanto punibile. Agli occhi dei contemporanei di Eschilo Oreste ha sì commesso un omicidio ma lo ha fatto per vendicare il padre; pertanto, non può essere considerato un assassino comune. Nell’opera è Atena, la dea della saggezza, a intervenire durante il processo, assolvendo Oreste dal matricidio adducendo come motivo che la madre non è genitrice: il figlio è un ospite dentro di lei fino alla nascita, l’unico vero genitore è il padre, pertanto Oreste non è colpevole. Il teatro greco è stata una fonte preziosa per comprendere la mentalità della popolazione. Era comune che un autore cambiasse la propria opera qualora il pubblico non apprezzasse la storia; non esistono però altre versioni dell’Orestea, il che vuol dire che i suoi contemporanei non trovavano strano o scioccante sentir dire che la madre non è davvero un genitore, che non ha alcun vero legame con i propri figli e le proprie figlie al punto che il matricidio viene considerato un omicidio minore.

L’idea che solo il padre fosse genitore, con tutte le conseguenze culturali e giuridiche che una simile affermazione provocarono, venne cementata da Aristotele, una delle menti più brillanti della storia e autore di parole riguardo le donne a dir poco spaventose. Nel De generatione animalium illustrò il processo del concepimento in modo molto schematico: a partire dalla teoria che il corpo degli uomini fosse più caldo di quello delle donne, Aristotele descrisse come il seme maschile “cuocesse” quello femminile all’interno del ventre di lei, e a seconda delle diverse temperature raggiunte si sarebbe ottenuto un uomo virile, un uomo effemminato, una donna virile o una donna molto femminile. L’uomo è attivo fecondatore dello spirito, mentre la donna è passiva e dà il suo contributo attraverso il corpo, ponendo automaticamente i due in una gerarchia dove l’uomo viene prima in quanto dà il contributo maggiore al concepimento. L’influenza culturale di questa teoria della generazione è innegabile: il sole e il giorno sono caldi quindi le divinità che li rappresentano e gli aggettivi per descriverli sono maschili, la luna e la notte sono fredde, quindi le divinità e gli aggettivi per descriverle sono femminili, ecc. Nella Politica rincara la dose: è necessario che la donna sia sottomessa all’uomo perché inferiore in quanto non ha la capacità di ragionare – e qualora una donna si dimostri più ragionevole e intelligente di un uomo, essa è contro natura.

Copia romana al Palazzo Altemps del busto
di Aristotele di Lisippo

Aristotele godette di grande fortuna nella storia non solo occidentale, e per questo anche le sue idee più controverse sono giunte fino a noi e ci hanno influenzato per molto tempo: del resto, il nucleo familiare patriarcale continuava a esistere e ad essere accettato ed imposto sino a non molto tempo fa. Fino al 1970 il capofamiglia era una figura legalmente riconosciuta a cui tutti i membri dovevano essere sottomessi; se questi avesse voluto trasferirsi la donna avrebbe dovuto seguirlo senza protestare, non era concepita l’idea che lei potesse avere legami affettivi da cui non voleva allontanarsi, dei desideri o dei propri interessi, tantomeno lavorare per conto proprio. E sulla prole l’autorità del padre era suprema: qualunque scelta medica doveva essere approvata da lui, anche qualora essa potesse mettere a rischio la vita del figlio o della figlia. Solo nel 1970 i diritti materni saranno parificati a quelli paterni, e la moglie smetterà di essere trattata come un minore all’interno della propria famiglia.

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Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

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