All the Beauty and the Bloodshed, Nan Goldin oltre la fotografia

Tutta la Bellezza e il Dolore (All the Beauty and the Bloodshed) è un documentario diretto da Laura Poitras, regista e produttrice cinematografica statunitense. Vincitore del Leone d’oro all’ultima mostra di Venezia, il film ripercorre alcune tappe della vita artistica e politica della fotografa di fama mondiale Nan Goldin. Le sue opere vengono mostrate attraverso slideshows selezionati dalla stessa Goldin, la cui voce commenta la visione. Le diapositive che scorrono ci accompagnano in un viaggio attraverso i momenti cruciali della vita personale e lavorativa della fotografa, i suoi incontri, rapporti, sofferenze, repressioni, e la straordinaria traduzione di questo concentrato di esistenza in immagini. Goldin ci parla di sua sorella, Barbara, morta suicida nel 1965; ci racconta del loro rapporto indissolubile, delle fragilità e i dolori di Barbara spesso liquidati come malattie mentali. Denuncia i genitori per la loro instancabile censura e oppressione, dalle quali la sorella non è riuscita a liberarsi. Ma lo fa in modo affettuoso, teneramente comprensivo, e indagando i motivi profondi che li hanno spinti a reprimere la piena espressione delle figlie. Li ritrae in un ballo affaticato dal peso degli anni, con uno sguardo così rispettoso e indulgente, ma al tempo stesso lucido e consapevole.

La tragica storia della sorella maggiore dona alle persone in ascolto una nuova chiave di lettura di ogni gesto, di ogni opera dell’artista: la lotta di liberazione di Nan è anche la lotta di e per Barbara. Si apre in tal modo una fessura sui ricordi di Goldin, impressi nella pellicola al solo scopo di sopravvivere nella sua memoria, senza la pretesa di diventare opere d’arte, come dichiara lei stessa. Entriamo così nelle case di donne, uomini, soggettività queer e non binarie; persone catturate nella loro vita quotidiana e intima, intente ad amare ed esplorare, a soffrire e a dissimulare, a ridere e ballare, o trasmettere il tormento con uno sguardo fisso sull’obiettivo. Attraverso le storie di alcune figure a cui Goldin era particolarmente affezionata, il pubblico ripercorre gli anni della vita notturna americana, dell’affermazione della diversità, dell’Aids e delle perdite che ha comportato. Tratta l’argomento senza nessun tipo di retorica, piuttosto con la spontaneità propria di una persona che era ed è dentro le cose del mondo, che non vive da spettatrice e non pone filtri tra sé e la realtà.

Goldin ci regala le storie imperfette e genuine di persone che amava e che non ci sono più, ma ancora una volta lo fa con una decisa delicatezza, che fa quasi percepire che non stia parlando di loro, bensì con loro e per loro. Con la stessa spontaneità la fotografa ricorda il suo breve periodo da sex worker, senza fascinazione e senza denuncia: normalizza questo lavoro e ne racconta le criticità in termini di esperienza diretta.

Nan Goldin, autoritratto in treno. Germania 1992

Uno dei momenti più potenti e significativi è certamente quello in cui vengono mostrate le immagini appartenenti alla Ballad of sexual dependency (raccolta fotografica del 1986). Tra i tanti scatti racchiusi in questa serie, ci sono gli autoritratti dell’artista col volto tumefatto. Nan Goldin ha deciso di mostrare al mondo intero i segni delle violenze dell’ex compagno, Brian Burchill, facendo così un atto rivoluzionario. Ogni donna vittima di violenza poteva ― e può ― rispecchiarsi nel suo volto, nei suoi occhi neri per le botte, ma anche nel suo coraggio e nella sua denuncia.

È il primo esempio di fotografa che ha scelto di mostrare la violenza maschile in foto, e lo ha fatto ancora una volta con una spontaneità che non ha nulla a che vedere con la rassegnazione, con una calma che sa piuttosto di lotta e grido di denuncia. Parallelamente ― e in realtà inscindibilmente ― alla parte artistica, il documentario traccia il percorso politico di Nan Goldin, mostrando il suo instancabile impegno come attivista. L’artista infatti porta avanti una strenua lotta contro “l’impero del dolore” (definizione di Patrick Radden Keefe): si tratta della famiglia Sackler, responsabile della diffusione di farmaci a base di oppioidi che hanno causato la dipendenza, e in alcuni casi la morte, di migliaia di persone. I Sackler sono conosciuti per il loro ruolo di rilievo nelle istituzioni artistiche più famose al mondo, ma la maggior parte della gente non conosce l’enorme guadagno a scapito delle vittime della dipendenza.

Goldin fonda il collettivo Pain (Prescription Addiction Intervention Now), attraverso il quale porta nei musei azioni di protesta, sit-in e slogan contro la famiglia Sackler. Era impensabile per lei che le sue opere fossero esposte in strutture finanziate da coloro che l’avevano quasi uccisa (lei stessa è stata dipendente dal farmaco per anni). Le riprese delle proteste e dei risultati ottenuti mostrano un forte senso di comunità e di lotta collettiva, di supporto reciproco tra attivisti e attiviste profondamente votate alla causa; grazie al loro lavoro, molte realtà del mondo dell’arte hanno iniziato a rifiutare i finanziamenti della famiglia Sackler e a toglierne il nome dagli spazi espositivi. Nan Goldin ci accompagna dunque nella sua lotta e nella sua vita, che sono talmente intrecciate da confondersi in un miscuglio mai forzato di bellezza e dolore, proprio come anticipa il titolo. Così come per le fotografie, anche per la parte di attivismo Goldin ci restituisce tutta la sua immersione totale nelle battaglie reali e tangibili, nelle azioni concrete. Ed è proprio l’azione, politica o artistica, sempre di straordinario ma mai esaltato coraggio, a costituire il lascito di questo film. Ne emerge quindi un’infinita lotta di liberazione, un elogio del fare, che poi è quasi sempre un fare insieme.

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Articolo di Emilia Guarneri

Dopo il Liceo classico, si laurea in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino. In seguito si trasferisce a Roma per seguire il corso magistrale in Gestione e valorizzazione del territorio presso La Sapienza. Collabora con alcune associazioni tra le quali Libera e Treno della Memoria, appassionandosi ai temi della cittadinanza attiva, del femminismo e dell’educazione alla parità nelle scuole.

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