Senso di marcia. 21 marzo 2023. La Costituzione e i principi di inclusione, libertà di pensiero e d’espressione, uguaglianza e parità

Martedì 21 marzo prosegue la maratona di Toponomastica femminile per la XIX settimana d’azione contro il razzismo indetta dall’Unar.
La seconda giornata è caratterizzata dalla presenza del salotto virtuale dedicato a un tema che, almeno dal titolo, sembrerebbe essere contraddittorio: «Le discriminazioni di genere nella Resistenza».
Eppure, anche la Resistenza, che per il nostro Paese ha forse rappresentato il periodo storico di massimi e più alti ideali, è stata “sporcata” da una forte e neanche troppo nascosta discriminazione di genere.
Come ricorda Fosca Pizzaroni, moderatrice del salotto, le stesse forze resistenziali hanno relegato le donne e un ruolo di subordine rispetto agli uomini: «Dopo la fuga da una Parigi invasa dall’arroganza nazista, non appena riallacciammo i rapporti con le organizzazioni clandestine e si cominciò a discutere sulla costituzione dei primi nuclei di Resistenza armata, fu subito chiaro che i compagni si rivolgevano a Emilio, ritenendo più che naturale che un militante uomo, in quel frangente storico, prendesse le armi e si facesse partigiano. Ma che una militante donna avesse esigenze identiche non solo non pareva loro naturale, ma semplicemente lo escludevano», scrive Joyce Lussu nella sua autobiografia dal titolo Portrait.
Fosca Pizzaroni — archivista di Stato in pensione, referente di Tf per la provincia di Caserta, iscritta alla sezione Anpi locale, che ha curato, anche in sinergia con la nostra associazione, una ricerca sulle partigiane in Terra di lavoro, riuscendo a scovare dall’oblio della dimenticanza i nomi di ben novantadue combattenti per la Liberazione, lavoro che uscirà presto in un volume di prossima pubblicazione — ha poi continuato ricordando che lo stesso Palmiro Togliatti ha chiesto alle donne protagoniste della Resistenza di fare un passo indietro, di rimanere nell’ombra, perché «il popolo non capirebbe».

Primi intervento della mattina è quello di Sara Marsico.
Sara Marsico è procuratrice legale, docente di diritto, nel 1994, rispondendo all’appello di Giuseppe Dossetti, ha fondando con i suoi e le sue studenti un Comitato a difesa della Costituzione; ha organizzato viaggi a Palermo con Addio pizzo travel e ha collaborato con Libera ed Emergency; ha insegnato presso la Casa di Reclusione di Opera e, dal 2013, in qualità di prima presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano è anche attrice in un gruppo itinerante di donne, Le ribelli contro la mafia; è inoltre autricedel testo Parole ri-costituenti — spettacolo teatrale sulle Madri della Repubblica; collabora infine con la redazione di Vitamine vaganti, rivista sulla quale scrive settimanalmente; per Toponomastica femminile è anche formatrice sui temi che riguardano la Costituzione.
Ed è proprio Dalla Costituzione alle Madri Costituenti il titolo della sua relazione, la prima delle due che, nella giornata di oggi, l’hanno interessata.
Marsico ha voluto focalizzare l’attenzione degli uditori e delle uditrici sulla bellezza quasi poetica della nostra Carta Costituzionale, il miglior testo antimafia che abbiamo, la madre di tutte le leggi, che ci consegna un progetto di società nuova, aperta, mite, inclusiva. Un progetto di società rivoluzionaria, nata dall’impegno dei Padri e della Madri Costituenti, nel quale nulla, nemmeno una parola, è lasciato al caso. Tutto è ponderato e filtrato affinché dalle macerie della guerra e della dittatura possa finalmente svilupparsi un futuro di uguaglianza, di giustizia e di pace. La Costituzione ci rende, ma soprattutto ci vuole, cittadini e cittadine attive, consapevoli, dandoci con i suoi articoli gli strumenti per controllare il potere.

Dopo, viene mandato in onda l’intenso video a cura di Roberta Biagiarelli e Francesco Nicolini, che è poi il trailer del docufilm La neve di giugno, un monologo scritto dai due: partendo dal racconto teatrale Resistenti, leva militare ‘926, il regista Andrea Dalpian ha realizzato un film che mescola drammaturgia teatrale, tecnica cinematografica e cronaca giornalistica, riconsegnando alla memoria collettiva un episodio della Resistenza a Fiorenzuola d’Arda e nelle colline vicine.

Il salotto continua con un nuovo intervento di Sara Marsico, nel quale si è evidenziato il contributo fondamentale che le 21 Madri Costituenti hanno portato alla nostra Carta Costituzionale, facendo entrate la voce e la dimensione delle donne, introducendo una grandissima modernità. Esse si allearono e fecero squadra nel perfetto spirito di sorellanza. Senza di loro il valore di parità non ci sarebbe stato. Eppure di loro non si sa quasi nulla. È per questo che l’intervento di Sara Marsico è di una preziosità assoluta: perché ci educa e istruisce su un pezzo di storia che riguarda tutte e tutti noi, senza il quale vivremmo in un mondo di certo peggiore.

Il salotto prosegue poi con il discorso di Sara Balzerano che ha tentato di strappare la figura di Rita Montagnana dalla damnatio memoriae nella quale è stata gettata.
Sara Balzerano, insegnante di lettere della scuola secondaria, è, per Toponomastica femminile, referente provinciale e autrice sulla rivista Vitamine vaganti. Ha curato l’introduzione alla mostra di Tf sulle donne migranti per il volume Roma in mutamento?, a cura di Milena Gammaitoni. È uscito da poco un suo articolo nel libro edito da Left La poesia delle donne, dedicato a Biancamaria Frabotta. È vicepresidente della sezione Anpi “Tito Bernardini” di Orte (VT).
Ciò su cui l’intervento di Balzerano si è incentrato è stata sull’assurdità della dimenticanza che ha colpito Montagnana, una donna che ha sempre creduto nelle donne, che per le donne ha lavorato e si è battuta, nonostante e proprio perché, suo grande rimpianto, non è riuscita a entrare nella Commissione dei 75. Fondatrice nell’Udi, Montagnana non si è mai tirata indietro, anche a scapito della sua vita privata, sacrificando sé stessa per provare a raggiungere l’ideale supremo della parità.

A questo punto, arriva il momento di Paola Spinelli.
Paola Spinelli, insegnante di italiano in pensione, è tra le socie fondatrici di Toponomastica femminile; è iscritta alla sezione Anpi di Perugia intitolata alle Partigiane d’Italia, la cui attività più recente ha riguardato le donne antifasciste recluse nel carcere di Perugia.
Spinelli lancia subito il video di testimonianza in cui parla Isabella Alloisio, partigiana, classe 1926 dal nome in codice Rossella, componente del Comitato di Liberazione regionale di Genova, insignita della croce di guerra al valor militare. Il ricordo di Alloisio si è concentrato sul ruolo fondamentale delle partigiane nella guerra resistenziale e, parallelamente, su quanto, anche in quel contesto, le donne abbiano dovuto sottostare alla mentalità retriva che le voleva ferme in funzioni precostituite. Nonostante ciò, esse si sono organizzate, cercando di far valere, attraverso la figura delle Costituenti, i loro bisogni e i loro principi. Se non ci fossero state le partigiane, la Resistenza non sarebbe stata la grande rivoluzione che è stata: questo il messaggio di Alloisio.
Alloisio è stata, tra le altre cose, insieme a Giuliana Beltrami Gadola, autrice del volume Le volontarie della libertà, una storia di donne per le donne, una storia che deve essere raccontata prima che se ne perda la memoria. Le due autrici hanno raccolto testimonianze in tutta Italia e hanno tentato, così, di rappresentare i diversi approcci e impegni che le donne hanno avuto nella Resistenza. Un lavoro benemerito, fatto per garantire alle nuove generazioni uno strumento di consapevolezza. Tale volume è stato ristampato proprio dalla sezione Anpi di Perugia, nonché dall’Udi, di cui Paola Spinelli è socia.
Le donne che aderirono alla Resistenza furono delle vere e proprie volontarie: la loro, cioè, fu una scelta di totale abnegazione, anche in luce del desiderio di costruire una società giusta e paritaria. Una lotta che è dovuta passare attraverso la visione sessista degli stessi partigiani e che, nella narrazione collettiva, spesso ha dovuto combattere contro l’idea che le partigiane siano state, prima di tutto, figlie, sorelle, compagne e mogli di. Il fatto che poi gli uomini abbiano preferito riconoscere le eroine piuttosto che le partigiane, le eccezioni, migliori di loro, piuttosto che le donne uguali a loro, rende perfettamente l’idea del clima di negazione in cui il mondo femminile ancora vive e sopravvive.

Intervento successivo è quello di Fosca Pizzaroni. A ottant’anni dalla Resistenza, quanto hanno impiegato le donne a entrare nel corpo delle forze armate? L’attenzione della relatrice si è concentrata sull’articolo 52 della nostra Costituzione, scritto in maniera adamantina e con l’uso di un maschile plurale inclusivo che ha fatto sì che, nonostante la legge 66 del 1963, la legge che consentiva l’accesso alle donne a tutte le cariche, compresa la magistratura, si mantenne ferma la riserva sul servizio militare. Il portato di questo articolo è cambiato solo con la legge 20 ottobre 1999, la legge che allineava l’Italia alla Nato, aprendo l’esercito al reclutamento femminile. Soltanto con il decreto legislativo del 23 agosto 2004, che sospendeva la leva militare obbligatoria, si è introdotta la possibilità dell’arruolamento femminile, entrata a pieno regime nel 2005. Sono stati necessari sessant’anni per rendersi conto che le donne avevano il diritto di accedere a un mondo che, durante la Resistenza, le ha viste protagoniste.
In conclusione della sua relazione, Pizzaroni ha parlato del fondo dell’ufficio per il Servizio riconoscimento politiche e per le ricompense partigiane: il cosiddetto Ricompart, composto da oltre 75.000 schede nominative, strumento che è diventato fondamentale, nonostante sia “rumoroso e sporco” e utilizzi un linguaggio maschilista, tutt’altro che inclusivo, per lo studio dell’esperienza resistenziale.

Ultimo intervento è stato quello di Susanna Giaccai, bibliotecaria, attiva sul web dal 1990; fa formazione per Wikipedia, Wikidata e Wikisource per singole e gruppi di donne, cura nella rivista Bibelot della sezione Toscana dell’Associazione Italia biblioteche, una sezione proprio su Wiki. Per Susanna Giaccai Wikipedia è un mondo da coinvolgere per dare visibilità alle donne.
Un mondo nato, curato e governato da volontari e volontarie, con oltre trecento versioni linguistiche.
I volontari sono per l’80% uomini e, per conseguenza, sono basse anche le voci biografiche di donne in particolare e del mondo femminile in generale. Dal 2015, per sopperire a questo problema, sono nati gruppi di donne che tentano di contrastare questo sessismo imperante. In Italia, Wikidonne ha creato oltre 5350 nuove voci, ne ha ampliate oltre 12.000, interessando più di 960 partecipanti. Dal 2016 anche Toponomastica femminile ha iniziato a formare le giovani su Wikipedia, creando decine e decine di voci di donne. Wikimedia Italia, sia con Tf che con Soroptimist international, ha sottoscritto con entrambe una convenzione di reciproco sostegno.
Su Wikimedia commons, Topomastica femminile sta inserendo tutte le targhe di vie femminili esistenti in Italia e mappando con la geolocalizzazione le strade intitolate a donne, nomi che vengono inseriti poi in Wikidata.
Ciò che noi donne possiamo fare è collaborare con Wikipedia, scrivendo nuove voci femminili, e migliorare quelle già esistenti. Serve per avere visibilità, serve per creare un nuovo bagaglio di sapere.

Per chiudere l’intera maratona, gli interventi di Sara Marsico sull’articolo 52, di Sara Balzerano sulle figure delle partigiane Musu e Capponi, di Fosca Pizzaroni sul ruolo attivo delle donne.
Un lungo salotto, questo, dal valore decisamente prezioso: dare nuova dignità all’apporto femminile nella Resistenza, un apporto che pare conosciuto ma che, in realtà, risente ancora e troppo dell’oblio patriarcale e maschilista.
(Qui il salotto)

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa — in fondo — non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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