Disabilità. La costruzione di un’esclusione

La quinta lezione del corso Genere e diversità all’origine di violenze e discriminazioni del progetto La storia siamo noi della Sis si intitola Disabilità. La costruzione di un’esclusione ed è presentato dalla professoressa Silvia Carraro e dal professor Matteo Schianchi. Silvia Carraro è una medievista che si è a lungo occupata delle disabilità e su come esse siano state percepite, e collabora con diverse università per la sua ricerca. La sua lezione si concentra sull’epoca medievale e sulla prima età moderna e parte da una domanda: la disabilità è una costruzione dell’esclusione? E si può fare storia della disabilità?

Nel giro di pochi anni la percezione pubblica di cosa significhi disabilità ed essere disabile è cambiata significativamente: lo stesso termine “disabilità” è un concetto recente, di costruzione contemporanea, una categoria che noi applichiamo al passato. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea all’articolo 26 impegna i Paesi firmatari ad attuare delle misure atte a garantire autonomia e partecipazione alla comunità delle persone disabili; la Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone con disabilità afferma di riconoscere quest’ultima come un concetto in evoluzione, risultato dell’interazione delle persone disabili con barriere ambientali e attitudinali che impediscono la loro effettiva partecipazione alla vita sociale.

Se “disabilità” è un concetto in evoluzione, cosa significava nel passato? Oggi tendiamo ad associare a questa parola “esclusione” e “marginalizzazione” – che sono anch’essi termini che andrebbero adeguatamente storicizzati prima di venire usati in modo improprio – ma ciò non è sempre valso. Storici e storiche hanno cercato di creare modelli che potessero includere un concetto moderno come “disabilità” nel passato senza farlo risultare anacronistico. Irina Metzler in Disability in Medieval Europe. Thinking about physical impairment during the high Middle Age propone un modello sociale che prevede una divisione tra impairment, l’aspetto fisiologico e medico che tende a non mutare nel corso del tempo e spesso descritto con termini che oggi considereremmo sconvenienti, come “pazzo” e “sordo”; e disability, che in tale contesto indica tutti quegli atteggiamenti e reazioni verso coloro che hanno una qualche menomazione. Quest’ultimo aspetto è oggetto della storiografia in quanto è ciò che è documentabile.

Nel Medioevo non esiste la parola “disabilità”. Quel che esiste sono delle strutture da cui partire che offrono diversi livelli di comprensione di questa realtà: per esempio, il Vecchio Testamento offre una interpretazione che vede nella menomazione e nella malattia il risultato di una condotta peccaminosa; nel Nuovo Testamento quelle stesse condizioni sono necessarie per permettere l’agire divino; il folklore popolare ha un proprio atteggiamento che è diverso da quello della scienza medica, ma entrambi sono profondamente influenzati dalla religione. Ci sono quindi diversi modi di intendere una stessa realtà e non di rado sono in contraddizione tra di loro.

Chi sono le persone con disabilità in un’epoca che non ha una parola per identificarle? In questo caso bisogna identificare dove esse risiedono all’interno del tessuto sociale. Un primo esempio sono i Pauperes Christi, i “poveri di Cristo”, tutti e tutte coloro che per un qualche motivo sono in una situazione di debolezza o dipendenza da altri o altre e non hanno modo di poter uscire da questa condizione. Le fonti per studiare tale realtà vanno dall’ambito legislativo ai documenti di archivio, dalla letteratura all’agiografia – sono innumerevoli i santi e le sante disabili. L’intreccio tra disabilità e genere ha tuttavia pochissimi studi dedicati, e ciò nonostante menomazioni e “follia” siano state a lungo armi usate per etichettare e opprimere le donne. Un esempio in tal senso è il caso di Arcangela Tarabotti, una monaca veneziana vissuta a metà Cinquecento: zoppa, viene fatta entrare in monastero con la promessa di essere assistita dalle sue parenti lì presenti; ben presto, tuttavia, Tarabotti si sente intrappolata dalla vita monastica e non esita a incolpare il proprio padre per le sue disgrazie. Educata e arguta letterata, dalle sue lettere e testi emerge un animo sprezzante che rivendica con orgoglio la propria menomazione e che, come insegnano i testi sacri, le garantirà un posto accanto a Cristo nei cieli al contrario dei “sani” che l’hanno costretta a prendere l’abito. Il caso di Tarabotti non è isolato: nonostante la legge clericale che vuole che la persona che fa voto per entrare in convento o monastero debba farlo per sua libera e conscia scelta, non di rado ciò viene usato per liberarsi di figlie per qualche motivo – come una menomazione – immaritabili. Nonostante fossero spesso forzate, molte donne trovano tuttavia una propria dimensione e un riconoscimento grazie alla vita monastica: Ildegarda di Bingen, che per tutta la vita sarà affetta da una salute cagionevole, ha le sue consorelle che si prendono cura di lei in convento, permettendole così di dedicarsi alla propria passione per la musica e la letteratura, nonché a diventare una delle donne più influenti del Medioevo; Elena Enselmini, nata sordomuta, trova in convento un modo di comunicare grazie al linguaggio dei segni usato da chi aveva fatto voto di silenzio. Inoltre, molte ragazze vengono spinte alla vita monastica perché non c’è altro modo per poterle curare o garantire loro assistenza continua: non esistono ancora gli ospedali come li intendiamo noi oggi, all’epoca erano luoghi gestiti da ordini religiosi che miravano ad accogliere i pellegrini; ci vorrà il Quattrocento prima che inizino a nascere i primi centri di cura, e anche in quel caso ci vorranno altri secoli prima che essi diventino laici.

Ciò non deve far pensare che le persone disabili siano del tutto inermi di fronte alla società: nel Duecento si diffondono confraternite di ciechi e zoppi che istituiscono il mutuo soccorso, assegnano i punti dove chiedere l’elemosina per evitare scontri e distinguersi dai mendicanti che fingono menomazioni. Oltre che grazie alla carità si finanziano cantando alle messe o in strada o pregando su commissione, e sono ammesse anche le donne. Si diffondono soprattutto in Italia, dove è presente una forte associazione fra disabilità e criminalità in quanto in genere la punizione prevede amputazioni o rimozione di parti del corpo. Il Corpus iuris civilis di Giustiniano introduce limitazioni alla libertà delle persone disabili come impedendo loro di fare testamento; allo stesso tempo, però, introduce delle tutele come l’elezione di un tutore che si assicuri che i parenti della persona interessata non abusino della legge per circuirla e intascarsi il suo patrimonio. Il caso di una donna di nome Francesca di inizio Cinquecento è emblematico di cosa significhi avere addosso questo genere di etichette: l’accusa di essere pazza da parte della famiglia del marito per poter ottenere la separazione si basa sul suo essere una persona solitaria a cui non piace uscire di casa, e ciò è abbastanza perché suo cognato la paragoni a una bestia; i familiari la difendono sostenendo che lei non può essere folle in quanto non va in giro a mostrare i propri genitali e non “tira sassi” (espressione il cui vero significato è a noi ignoto).

Il secondo intervento è di Matteo Schianchi, docente di Didattica e Pedagogia speciale alla Bicocca di Milano, che si occupa di disabilità anche da un punto di vista storico. In età contemporanea la disabilità, come tema di discussione, esplode con la nascita dello Stato sociale e la Prima guerra mondiale: che si nasca con una menomazione o meno rimane per la società la questione di assegnare a queste persone il loro posto, la cui soluzione varia nel corso del tempo. L’antropologia ha rivelato che la disabilità fa parte dell’umanità fin dai suoi albori, eppure facciamo fatica a considerarla il fatto naturale che è.

La disabilità riguarda tutti e tutte perché riguarda il corpo, il suo funzionamento e l’influenza che esercita nelle relazioni con l’altro. Bordieau in Il dominio maschile nota come la salute di un infante venga di pari passo, se non anche prima, del suo genere: alla nascita, infatti, le prime domande che si fanno è se è un bambino o una bambina e se ha qualche “problema”. Genere e salute sono due aspetti fondamentali della divisione del lavoro all’interno dell’ordine sociale; la disabilità è anzi in grado di sospendere la divisione del lavoro basata sul genere, costruendo nuove traiettorie sociali.

Altri studi condotti su questo tema offrono nuovi spunti di riflessione: il Novecento ha messo realmente in luce quanto la disabilità sia connaturata nell’umanità e nella società che essa costruisce. Oggi grazie al progresso medico e tecnologico le persone disabili possono ambire non solo a una vita più lunga ma anche più confortevole e autonoma. Si calcola che su otto miliardi di persone al mondo un miliardo abbia una qualche forma di disabilità. Per molti versi questa condizione si è democratizzata e non investe solo le persone povere che non possono accedere alle cure o a una dieta equilibrata: gli incidenti ogni anno rendono menomati migliaia di individui; disastri come quello del Talidomide hanno fatto nascere decine di bambini e bambine senza uno o più arti. Eppure, continuiamo a vedere nella disabilità uno stato di eccezione; ciò pone chi è disabile in una condizione di costante inferiorità, che porta a pratiche di esclusione e discriminazione nonostante i progressi fatti per l’accettazione e l’inclusione.

***

Articolo di Maria Chiara Pulcini

Ha vissuto la maggior parte dei suoi primi anni fuori dall’Italia, entrando in contatto con culture diverse. Consegue la laurea triennale in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e la laurea magistrale in Storia e società, presso l’Università degli Studi Roma Tre. Si è specializzata in Relazioni internazionali e studi di genere. Attualmente frequenta il Master in Comunicazione storica.

Lascia un commento