In mostra il talento di Lee Miller

Dal 9 settembre 2023 al 7 gennaio 2024, le Antiche cucine della Palazzina di Caccia di Stupinigi ospitano la mostra Lee Miller: Photographer & Surrealist, che racconta con cento foto l’incredibile talento di Elizabeth (Lee) Miller (New York, 1907-1977), una delle più grandi fotografe del Novecento, una donna determinata e dalla forte personalità, emancipata e moderna.

Autoritratto, Lee Miller

La mostra ripercorre non solo la vita di Lee Miller, ma anche la sua cifra stilistica, ponendo l’attenzione sullo sguardo surrealista della fotografa, sul suo linguaggio fotografico, caratterizzato dall’uso di metafore, paradossi visivi che mettono in evidenza aspetti inconsueti della realtà. Diverse le aree tematiche: il mondo della moda, le sue sperimentazioni tecniche, i paesaggi, la guerra, la liberazione. E poi tanti ritratti, di amici e degli artisti più famosi dell’epoca, Charlie Chaplin che posa con un candelabro in testa, Picasso, Dora Maar, e ancora Mirò, Magritte, Cocteau, Ernst e, immancabilmente, Man Ray, di cui è stata musa, amante e prima di tutto collega.

Pablo Picasso nel suo studio, Lee Miller

Fisico statuario, bella da far paura, bionda, dai lineamenti delicati, ma decisi, Lee Miller fin da bambina entrò in contatto con il mondo della fotografia. Suo padre l’adorava, la ritraeva spesso e le insegnò le tecniche fotografiche che Lee mise poi in pratica negli anni successivi. Quando aveva solo sette anni, un evento drammatico segnò la sua vita: fu violentata da un amico di famiglia, poco dopo la morte della madre. L’adolescenza trascorse tra solitudine e sofferenza. Un giorno, mentre camminava per le strade di Manhattan, rischiò di essere investita da un autobus, ma fu salvata da un passante, che poi si rivelò essere l’editore di Vogue, e che le propose di far da modella, a Parigi, per il suo giornale. Cominciò così per caso la sua carriera di modella, che la portò a essere una delle più ricercate, affascinanti, desiderate dai fotografi più in voga del momento.

Lee Miller modella indossa abiti da sera e un cappotto di velluto rosso (al centro)

Da modella passò poi a far la fotografa di moda per grandi riviste, spostandosi dall’altra parte dell’obiettivo. Lei stessa ha detto «Preferisco fare una fotografia, piuttosto che essere una fotografia». A Parigi conobbe Man Ray, fu prima sua assistente, poi sua musa ispiratrice e amante. Grazie a lui entrò in contatto con tutta la cerchia degli artisti surrealisti e diventò amica di Picasso, Miró, e di straordinarie coppie di pittori surrealisti come Leonora Carrington e Max Ernst, Salvador Dalì e Gala.

Leonora Carrington e Max Ernst , Lee Miller
Salvador Dali e Gala, Lee Miller

Sua è la scoperta della tecnica di solarizzazione (nota anche come reazione/effetto Sabatier), che conferisce una linea nera attorno all’immagine. La scoperta avvenne per caso in camera oscura mentre sviluppava alcuni negativi che furono sovraesposti. Condivise le sue scoperte con Man Ray, e entrambi utilizzarono la solarizzazione nel loro lavoro, purtroppo Lee viene spesso dimenticata quando si discute della tecnica che viene attribuita a Man Ray, nonostante recenti studi abbiano svelato che molte fotografie attribuite a Man Ray erano in realtà opera di Miller.

Corsetto, tecnica della solarizzazione. Lee Miller

Oltre al duraturo legame con Man Ray, che durò tutta la vita, si sposò due volte: la prima con un ricco uomo d’affari egiziano, la seconda con il fotografo surrealista Roland Penrose. In Egitto rimase affascinata dai lunghi viaggi nel deserto, durante i quali, abbandonando le sperimentazioni surrealiste, si dedicò a fotografare il silenzio e la magia di quegli spazi vuoti, misteriosi, in immagini poetiche e suggestive.

Dall’alto della Grande Piramide, Lee Miller

Durante un viaggio a Parigi nel 1937 conobbe Roland Penrose, insieme viaggiarono per l’Europa. È di questi anni la famosa fotografia Picnic, in cui sono ritratti in vacanza con gli amici a Mougins, nel sud della Francia: le donne a seno nudo sono sedute a un tavolo, mentre gli uomini sono completamente vestiti.

Picnic, Lee Miller

Con il nuovo amore nel 1939 si stabilì a Londra, dove arrivarono le prime bombe della Seconda Guerra Mondiale. Una sua foto mostra le impiegate di Vogue che sfilano sullo sfondo di una Londra distrutta dai bombardamenti indossando dei collant appena arrivati da New York. Stanca del mondo patinato della moda, decise di diventare corrispondente accreditata per l’esercito americano per realizzare reportage di guerra insieme al fotografo delle riviste Time e Life, David E. Scherman.

Lee Miller fotoreporter di guerra (sin), Maschere antincendio (dex)

Seguì le truppe al fronte e fino alla fine della guerra documentò tutte le atrocità di quel triste periodo. Celebri sono gli scatti del suicidio della famiglia del borgomastro di Lipsia, nell’aprile del 1945, quando oramai i tedeschi sanno che per loro è finita. Lee Miller fotografa l’interno borghese dove giacciono tre cadaveri: un uomo, il borgomastro appunto, sua moglie e sua figlia. Con grande senso di pietà Lee si avvicina con l’obiettivo al volto della figlia, e ne sottolinea la bellezza e la grazia dei lineamenti.  

Il suicidio della famiglia del borgomastro di Lipsia, Lee Miller

Prima donna fotografa, ebbe modo di testimoniare la liberazione dei campi di concentramento di Dachau e di Buchenwald: i suoi scatti mostrano i prigionieri sopravvissuti emaciati e sofferenti, malnutriti e malati insieme a molte prove degli assassinii di massa compiuti, cumuli di ossa, abiti, scarpe, capelli. Quando inviava alla redazione le sue foto, le accompagnava con questa frase: «Credetemi: è tutto vero!».

Prigionieri nei campi di concentramento, Lee Miller
Prigionieri al momento della liberazione, Lee Miller
Prigionieri liberati davanti a un cumulo di ossa, Lee Miller

Pochi giorni dopo aver assistito alla liberazione dai campi di sterminio, insieme al collega David Scherman entrò, prima fotoreporter, in un appartamento di Hitler appena scoperto a Monaco di Baviera. Qui realizzò la foto nella vasca del Führer, diventata famosa grazie anche al libro che le ha dedicato recentemente Serena Dandini, La vasca di Hitler, 2020. 

Lee Miller nella vasca del Führer

Nell’appartamento tutto era in perfetto ordine, con raffinati cristalli, porcellane e argenti su cui erano incise le iniziali A.H. accompagnate dalla croce nazista. Poi i due entrarono nella stanza da bagno: anche qui era tutto pulito e ben ordinato. Appena vide che c’era una vasca, Lee sentì la necessità di lavare via lo sporco di Dachau, così la riempì di acqua calda e vi si immerse, affidando lo scatto al collega. Ma prima si slacciò gli scarponi sporchi del fango di Dachau e li lasciò sul tappetino, bianchissimo come gli asciugamani, che così da immacolato si sporcò di macchie nere. L’inquadratura era curata nei minimi dettagli e simmetrie: accanto alla vasca, su uno sgabello, era poggiata l’uniforme e sopra l’orologio; sul bordo della vasca era stato sistemato un quadretto con il ritratto del dittatore e infine su un tavolinetto di fronte al lavandino poggiava una statuetta trovata nell’appartamento, una Venere al bagno, di cui Lee ha imitato la posa. Era una foto liberatoria, come se Lee volesse togliersi di dosso tutto lo sporco e l’orrore visto nei giorni precedenti. Poi fu il turno di Scherman e anche lui si fece ritrarre in quella vasca. L’idea di ritrarsi in quel luogo e in quella posa era stata di Lee Miller e anche la Rolleiflex con la quale era stata scattata la foto era sua; David Scherman non aveva fatto altro che scattare.

L’orrore dei campi di sterminio lasciò dentro di lei una traccia indelebile; continuò a lavorare per altri due anni per Vogue, poi iniziò a ritirarsi lentamente dalle scene artistiche. Viaggiò per l’Europa: a Vienna, in Ungheria, dove fotografava contadini e bambini ricoverati negli ospedali. Infine, ritornò a Londra da Penrose, che nel frattempo era diventato una celebrità. Ebbero un figlio: Lee Miller aveva quarant’anni e sentiva che la sua carriera di fotografa era ormai finita. Iniziò a soffrire di insonnia, di depressione, a bere.

Lee Miller col figlio Antony

Dopo aver abbandonato la camera oscura, cominciò ad appassionarsi sempre più alla cucina, reinventandosi come chef: gli ultimi anni di vita lavorativa li trascorse a organizzare eventi di cucina e a scrivere ricette molto originali, che non ha mai fotografato. La versatilità è stata un’altra sua caratteristica: da bellissima modella a fotografa che inventa nuove tecniche, a chef creativa.

Lee Miller nella sua cucina

Il piatto di Lee Miller Penroses vinse il concorso di cucina norvegese “Scandinavia” del London Culture Centre il 20 ottobre 1965. Lee aveva presentato diversi piatti e alla fine vinse il 1°, 2° e 3° posto! Il piatto vincitore del primo posto era un panino aperto con paté di fegato condito in modo da sembrare un fiore su funghi cotti in madera, burro, succo di limone e paprika.

Piatto di Lee Miller

Non uscì mai più dalla depressione e dall’infelicità che segneranno gli ultimi anni della sua vita. Scomparve all’età di settant’anni, alcolizzata a causa della sindrome post traumatica dovuta alla guerra.

È stato il figlio Antony a scoprire in un baule in soffitta tante foto e negativi che la mamma aveva abbandonato per scrollarsi di dosso gli orrori a cui aveva assistito e dimenticare il suo passato. Ora Antony periodicamente li pubblica sui social sotto il profilo Lee Miller Archives (@leemillerarchives)

Antony, erede e responsabile di un giacimento culturale ragguardevole, è impegnato a mantenere vivo l’interesse per il lavoro intellettuale e artistico e per l’importante contributo che la madre ha dato alla fotografia.

Recentemente sono state dedicate a Lee Miller importanti mostre: a Bologna nel 2019, a Zurigo nel 2020, a Forlì nel 2021, a Venezia nel 2022.

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Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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