E poi, all’improvviso, tra le tante voci di alunne che abbiamo ascoltato in questa classe quarta, di un Istituto agrario marchigiano, si fa strada, quasi chiedendo il permesso, quella di Sofia. Sguardo limpido, un poco impaurito, voce gentile. «La sfida più grande che ho dovuto superare nel mio percorso scolastico sono state le medie. Sono state difficili da affrontare per via del bullismo. Si erano creati dei gruppi visti un po’ come “Vip” che hanno cercato di farmi passare per la persona che non sono. Mi insultavano per il mio aspetto fisico e per il mio carattere, perché sono una persona molto ansiosa e timida. Hanno cercato di darmi colpe che non avevo. Così nelle superiori ho visto una sorta di via d’uscita da quel periodo buio e sono contenta di aver trovato persone che mi apprezzano per ciò che sono».
Prendiamoci qualche secondo per rileggere le parole di Sofia. Sapete qual è l’aspetto che mi colpisce di più? Il fatto che non ci sia il minimo accenno di reazione aggressiva, nel suo discorso. Il massimo che esce dalla sua bocca è quell’aggettivo/sostantivo virgolettato, che definisce soltanto un modo di stare nel gruppo, una sorta di status acquisito. Chi è un vip (very important person)? Chi gode di prestigio ed è ammirata/o in virtù della propria notorietà. E chi gliela dà questa posizione privilegiata, chi sta a sbavare con gli occhi a cuoricino dietro queste pseudo-celebrità emergenti? Ma guarda un po’, il resto del gruppo! Senza la classe che dà loro un terreno di crescita, i vip non potrebbero proliferare, questo è pacifico. E anche se in realtà oggi il termine vip, più tipico della mia generazione figlia degli anni Ottanta, è un pochino superato, sostituito nel linguaggio social da parole come celebrity o influencer, il concetto resta più o meno quello.
Ci sono molti modi per arrivare a godere dell’ossequio altrui; il più facile è quello di prenderselo con la forza. Ma, come dice Machiavelli, una volta che il potere ce l’hai, lo devi anche proteggere. E per farlo hai bisogno di un esercito che stia dalla tua parte. Sii forte come un leone e furbo come una volpe, esortava il filosofo fiorentino, intento a consigliare il Principe regnante! Ed eccoli qui, i bulli, circondati da un esercito silenzioso e connivente, che se la prendono con la più timida, magari pensandola un po’ in ritardo con la strutturazione del Sé, e colpiscono senza pietà.
La strategia d’attacco che ci descrive Sofia è tuttavia molto interessante e illuminante, un po’ diversa dal solito. «Hanno cercato di farmi passare per la persona che non sono (…) hanno cercato di darmi colpe che non avevo». Certo, non manca il grande classico dello sfottò e dell’insulto sull’aspetto fisico, ma qui c’è qualcosa di più. Perché raccontare di Sofia cose non vere, perché cercare di cambiare la sua immagine sociale? Ovviamente perché vedono in quella il suo punto di forza. Se una persona è coerente, di indole tranquilla, corretta con gli altri e le altre, in una parola onesta e trasparente (come gli occhi di Sofia dicono di lei), allora è pericolosa per chi vuole emergere pescando nel torbido. E così si tenta di aumentare la fanghiglia, di confonderla nella melma, di far alzare la nebbia intorno a un’identità che può minare da vicino la posizione di privilegio di chi l’ha conquistata giocando sporco. Trasparenza e onestà contro inganno e prepotenza, questa è la battaglia che si combatte ogni giorno nella classe delle medie di Sofia.
E gli adulti dove sono? Cosa fanno? Se ne accorgono? Prendono posizione?
Non lo sappiamo, ma se alla fine questa ragazza dagli occhi grandi vede il passaggio alle superiori come una liberazione, probabilmente i/le docenti delle medie non sono stati all’altezza del compito. Eppure Sofia racconta i suoi vissuti senza alcuno spirito di vendetta. Amarezza, quella sì, ma non una parola fuori posto, neppure una minima scorrettezza. Il che, ancora una volta, ci svela una cosa fondamentale: i vip avevano assolutamente ragione a temerla. Perché questa ragazza ha evidentemente una resilienza sopra la media e una capacità di elaborazione straordinaria.
Sofia non ha rinunciato a combattere, non ha mai avallato le menzogne che venivano diffuse sul suo conto, ma ha scelto di non contrattaccare con le stesse armi, rimanendo coerente a sé stessa e cogliendo la prima occasione utile per togliersi i bulli dai piedi. Sofia è rimasta sé stessa fino in fondo: mite ma solida, ferita ma mai spostata dal proprio baricentro. Ha vinto, come forse fin dall’inizio temevano i pretesi vip della situazione. Ci hanno provato a farla fuori, a ingannare il mondo dipingendola per quella che non era, ma hanno fallito.
Liliana Segre racconta spesso nei suoi libri e nelle interviste del momento in cui, durante la marcia della morte, appena prima della liberazione, il suo aguzzino getta a terra la pistola, allontana il cane e si spoglia della divisa nazista per non farsi catturare. La giovane internata, ridotta pelle e ossa, non raccoglie la pistola, non si vendica, affermando in quel non-gesto, in quella scelta potentissima non violenta, la propria superiorità umana.
Non siamo fatti per la morte, ma per la vita. Non per le persecuzioni e le torture, ma per la convivenza e i legami. Ecco, Sofia, nel suo piccolo, ha fatto esattamente la stessa scelta. E nell’intervista ci racconta così le scuole superiori: «Oggi per me il posto più bello della scuola è dove il giovedì ci riuniamo per pranzare tutte e tutti insieme (prima delle lezioni pomeridiane), perché sento di stare con delle persone importanti per me, con cui mi trovo bene e che mi aiutano ad affrontare la giornata con un sorriso».
Questo è il finale che vorremmo per tutte le nostre ragazze che hanno dovuto affrontare la scuola con la fatica che è toccata a Sofia. La guerra è finita, resta una bella tavolata piena di amicizie e un sereno sorriso sulle labbra.
Tra l’altro questa faccenda del cibo sembra andare per la maggiore in questa classe di futuri imprenditori e imprenditrici agricole. Sarà che lo studiano, come si fa a far crescere il grano o ad alimentare una mucca, ma questi sembrano un branco di lupi famelici.
Giulia, per esempio, riferisce che i suoi luoghi preferiti della scuola sono i bagni, dove chiacchiera a non finire con un sacco di gente di passaggio, e «tutte le macchinette, dove mi incontro con i miei amici e amiche, ma soprattutto mangio!»
Anche Diego ci tiene a precisare che la sua scuola ideale dovrebbe avere «più spazi dedicati ai ragazzi, pensati per loro (e non per le lezioni), in cui potersi confrontare, parlare e mangiare».
Appunto. Questi ragazzi e ragazze non lo sanno, ma stanno esprimendo un concetto che già i Latini avevano intuito parecchi anni or sono. Gli antichi romani vedevano la convivialità (come la chiamavano loro, da cum-vivere, ovvero “vivere insieme”, ma anche “mangiare insieme”), cioè l’atto di nutrirsi alla stessa tavola, come un rituale sociale e culturale fondamentale per stringere amicizie, suggellare alleanze e rafforzare i legami. Guarda caso, anche la parola “compagnia” (da cum-panis, spezzare insieme lo stesso pane) deriva dalla stessa area semantica e culturale.
Bellissimo no? Passano i secoli, addirittura i millenni, ma restano intatti i bisogni e i riti a essi collegati. Lucio Licinio Lucullo, per esempio, generale patrizio e console romano (117-56 a.C. circa), divenne famoso per lo sfarzo dei suoi banchetti, tanto che ancora oggi usiamo l’aggettivo luculliano per indicare un pasto particolarmente ricco e sontuoso. Sulla scorta del suo esempio, proporrei a Diego e Giulia di fare due chiacchiere con il gestore delle macchinette scolastiche per le merendine: si sa mai che al posto di patatine e brioche non si possano contrattare abbondanti porzioni di porchetta e olive all’ascolana!
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Articolo di Chiara Baldini

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.
