Romolo, dopo aver fondato la città, fece in modo di popolarla adeguatamente e si dedicò a consolidarne ed estenderne i confini. Ma fu anche il primo legislatore e a lui si fanno risalire le prime norme che cominciano a delineare lo status delle donne romane. Che a prima vista appare migliore di quello delle donne greche, probabilmente anche per l’influenza che dovettero avere sul nuovo popolo i costumi dei vicini etruschi. Romolo, per esempio, rassicura le donne sabine rapite che, una volta sancite le nozze con i riti sacri, potranno godere della comunione dei beni con il marito e del diritto di partecipare in modo paritario a ogni forma di culto. Ne consegue, come attestano diverse fonti, che, alla morte del marito la moglie ne ereditava il patrimonio integralmente se non c’erano figli o, se ce n’erano, in misura uguale a ciascuno di loro. Unica condizione l’obbedienza e il comportamento irreprensibile. E se non stupisce che una buona moglie dovesse rispettare l’assoluta fedeltà al marito, non ci aspetteremmo che il bere vino venisse messo sullo stesso piano dell’adulterio: in vino stuprum. Ovvero il vino, e la conseguente ubriachezza, avevano come conseguenza inevitabile la sfrenatezza sessuale: si raccontava che una donna colpevole di aver rotto i sigilli della cantina era stata lasciata morire di fame dai suoi parenti; ed è riferito da moltissimi autori il caso di un certo Mecennio, vissuto sotto il regno di Romolo, che aveva ucciso a bastonate la consorte sorpresa a bere ed era stato assolto, come chi uccidesse la moglie adultera. Parte lesa in questi casi era tutta la famiglia del marito cui spettava il giudizio, la sentenza e la decisone sulla pena. Oltre che per ubriachezza e adulterio la donna poteva essere ripudiata anche per aver sostituito le chiavi o aver avvelenato i figli. In questo caso non le toccava nessun risarcimento per il ripudio; quando invece il marito la ripudiava per motivi meno gravi, doveva darle parte del suo patrimonio.
Erano tempi duri in cui la vita di ogni essere umano era considerata di scarso valore, soprattutto se di genere femminile. Era attribuita allo stesso Romolo la legge che — a meno di gravi malformazioni di cui dovevano essere chiamati a testimoni i vicini — imponeva di allevare almeno fino ai tre anni tutti i figli maschi e la femmina primogenita. Se ne deduce che l’esposizione dei neonati fosse una pratica comune e moralmente accettata: ma, visto che la mortalità infantile era altissima (intorno all’80%) il legislatore si preoccupava di garantire la sopravvivenza della cittadinanza. I figli erano considerati alla stregua di una qualsiasi altra proprietà del pater familias che aveva su di loro il diritto di vita e di morte e poteva imprigionarli e frustarli anche da adulti, perfino se ricoprivano cariche pubbliche. Inoltre poteva venderli a suo piacimento: se riuscivano a ottenere la libertà tornavano sotto la patria potestà e il padre poteva venderli di nuovo fino a tre volte. Lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, vissuto nel I secolo a.C., autore delle Antichità romane — un trattato storico ricchissimo di particolari che copre il periodo dalle origini di Roma fino alle guerre puniche — attesta che queste norme furono poi trascritte nelle XII Tavole e rimasero in vigore anche oltre l’età repubblicana: fu solo alla fine del I secolo d.C. che l’imperatore Traiano riformò tutta la materia. Appare difficilmente comprensibile, ai fini di assicurare la riproduzione, la forte disparità tra il numero delle bambine e quello dei bambini destinati a diventare adulti. Probabilmente, come accadeva nel mondo greco antico — ma accade ancora in alcuni Paesi moderni, come l’India — la famiglia non voleva rischiare di mantenere a vita le ragazze che non trovavano marito. Ma soprattutto, ai fini della riproduzione, si riteneva sufficiente una femmina ogni tre maschi: le ragazze, appena raggiunta la pubertà, venivano date in sposa a uomini già anziani; una volta vedove potevano sposarsi e procreare con un secondo e anche un terzo marito.
Il fatto che una famiglia allevasse di solito una sola bambina spiega perché alle bambine non venisse dato, come accadeva per i maschi, un prenome che distinguesse le sorelle l’una dall’altra: le ragazze ricevevano tutte il nome della famiglia cui, se necessario, veniva aggiunto un aggettivo numerale (Prima, Seconda, Terza) o un comparativo che ne indicasse l’ordine di nascita (Maggiore o Minore). Del resto nello spazio domestico le donne potevano essere individuate con nomignoli e appellativi affettivi e, di norma, non frequentavano lo spazio pubblico.
Il successore di Romolo, Numa Pompilio, di origine sabina, s’impegnò per tutto il tempo del suo regno a rendere un po’ meno barbare e feroci le istituzioni civili. Ed è interessante che a questo re venga associata una figura di donna: Egeria, ninfa legata dei boschi e delle acque, dotata di capacità profetiche. Il re Numa secondo la tradizione era alieno da guerre e conflitti e preferì dedicarsi a consolidare la vita civile e religiosa della città, invece che espanderne il territorio: si deve a lui, tra l’altro, se non l’istituzione — che molti autori fanno risalire a Romolo — la valorizzazione del culto di Vesta e la concessione di una serie di privilegi alle sue sacerdotesse, le Vestali, cui assegnò addirittura uno stipendio, visto che, costrette alla verginità, non avevano un marito che le mantenesse. Quanto a Egeria, Numa raccontava ai suoi sudditi di incontrarsi regolarmente con lei — sposa, amante o semplicemente musa ispiratrice, a seconda delle testimonianze, se non un vero e proprio paredro — in un bosco di querce, situato tra la via Appia e la via Latina appena fuori le mura e irrigato dalla sorgente che ancora oggi ne porta il nome: ed Egeria gli suggeriva le regole e i riti utili a mantenere la concordia tra i cittadini.
«C’era un bosco irrigato nel mezzo da una fonte d’acqua perenne, che sgorgava da una grotta ombrosa. Numa vi si recava spesso, senza testimoni, e dedicò quel luogo alle Camene, ninfe delle acque: raccontava che quello era il luogo dove s’incontrava con la dea Egeria, sua sposa», Livio, I, 21.
Anche se Ovidio preferisce immaginare che Egeria fosse una semplice mortale che alla morte del marito, si sciolse letteralmente in lacrime per il dolore, trasformandosi in fonte.
In ogni caso gli sforzi di Numa di mitigare la severità delle norme e la ferocia dei comportamenti dei suoi sudditi non ebbero grande successo, almeno a giudicare da un episodio celeberrimo verificatosi sotto il terzo re, Tullo Ostilio. Roma era di nuovo impegnata a combattere per rafforzare o estendere i suoi confini, anche nei confronti di Alba Longa, la città degli antenati di Romolo. Durante il conflitto con gli Albani, tuttavia, allo scopo di evitare una guerra sanguinosa, i due re si misero d’accordo per affidarsi all’esito dello scontro fra i tre fratelli Curiazi, albani, e i tre fratelli Orazi, romani.
Tutti i bambini e le bambine delle scuole elementari sanno come vanno le cose, o almeno lo sapevano, fino a qualche anno fa: quando due dei suoi campioni soccombono e la sconfitta di Roma appare inevitabile, l’ultimo degli Orazi riesce da solo a eliminare uno per volta i tre soldati di Alba.
Ma non altrettanto nota è la vicenda che vede protagonista la sorella degli Orazi, Camilla Orazia. La ragazza, fidanzata con uno dei Curiazi, quando ne vede il cadavere non riesce a trattenere l’espressione del suo dolore:
«Gli eserciti vengono ricondotti in patria; davanti a quello romano, marcia l’Orazio, portando le spoglie dei tre nemici uccisi. All’altezza di Porta Capena gli va incontro la giovane sorella, che era stata promessa in sposa a uno dei Curiazi. Riconoscendo sulle spalle del fratello il mantello del fidanzato che aveva confezionato lei stessa, si scioglie i capelli e con un filo di voce ne pronuncia il nome. Il pianto della sorella, nel momento della sua vittoria e in mezzo al tripudio collettivo, sconvolge l’animo fiero del giovane che, sguainata la spada, trafigge la ragazza urlando: “Via di qui, vattene dal tuo fidanzato insieme al tuo amore inopportuno, tu che sei stata capace di dimenticare i fratelli morti e quello vivo, e soprattutto la tua patria. Muoia così ogni donna romana che osi versare lacrime per il nemico”», Livio, I, 26.
Per questo suo gesto l’Orazio rischia di essere condannato a morte, nonostante che Roma debba a lui la vittoria. I magistrati che dovrebbero emettere il verdetto si rimpallano l’uno con l’altro la decisione, ma alla fine risultano determinanti «le lacrime del padre, che dichiara di ritenere giusta l’uccisione della figlia: se non fosse stato così, lui stesso, in nome della patria potestà, avrebbe punito il figlio». Il quale se la cava con un rito di espiazione che consiste nel passare sotto una specie di giogo di legno, fatto di tre travi.
Alcuni autori aggiungono un dettaglio interessante: andando incontro alla sorella, Orazio la bacia sulla bocca.
Era questa una pratica comune, riservata ai parenti entro il sesto grado: il bacio sulla bocca aveva, tra le altre cose, lo scopo di verificare se la donna avesse bevuto.
In copertina: La morte di Camilla, sorella di Orazio (particolare), realizzata nel 1824 dal pittore di origine italiana Fjodor Bruni (noto anche come Fidelio o Felice Bruni). Opera di pubblico dominio.
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Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.
