Rivedere oggi Little Women (2019) o Call Me By Your Name (2017) renderà tutte/i un po’ nostalgici, soprattutto se si ripensa al ragazzo prodigio che internet ha descritto per anni come “written by a woman”. Dall’uscita di Marty Supreme (2026), nuovo film con protagonista Timothée Chalamet nominato all’Oscar, qualcosa sembra essersi incrinato.

Non è solo una sensazione: l’attore ha scelto, infatti, di promuovere la nuova pellicola tramite una “career retrospective”, la proiezione di una serie di titoli che lo hanno visto protagonista negli ultimi 8 anni, escludendo però quelli che avevano contribuito alla costruzione della sua immagine pubblica. Una mossa che molte/i fan hanno letto come un tentativo di prendere le distanze da quella sensibilità artistica, ma che nel concreto si basava sulla trasposizione di storie di rivalsa e di imprese eroiche.
In una conversazione con Matthew McConaughey, con cui aveva precedentemente recitato in Interstellar, è poi arrivata la battuta finale: con una certa nonchalance ha dichiarato, senza alcun motivo ben preciso, di non voler finire a «lavorare nel mondo del balletto o nell’opera: in quelle arti in cui si dice “Tieni viva questa cosa, anche se non interessa a nessuno”». Poco dopo, rendendosi conto dell’uscita infelice, ha aggiunto: «Ecco, ora ho perso 14 centesimi di incassi».

Inutile dire che ha peggiorato la situazione. Le risposte dalla parte lesa della questione non si sono fatte attendere: dal Metropolitan Opera House di New York che ha pubblicato un post su Instagram ringraziando lavoratrici e lavoratori che operano nel settore, al Teatro alla Scala di Milano; dalla Seattle Opera che ha persino offerto il codice sconto “Timothee” del 14%, all’Opera di Vienna che ha controbattuto: «Tra 200 anni ci ricorderemo ancora di Carmen, ma non siamo sicuri sarà lo stesso del ping-pong di Marty Supreme». Insomma, restando in tema, un rovescio perfetto che ha trasformato l’attacco iniziale in un amaro match point per Marty Mauser.
Non si tratta di far polemica contro l’attore, o di contribuire a una campagna d’odio che ha poi azzerato le chance di vittoria agli Oscar del giovane talento. Anche se i meccanismi di assegnazione a Hollywood sono facilmente influenzabili dall’opinione pubblica e dal marketing, le votazioni si erano chiuse poco prima di questo spiacevole scivolone. Piuttosto bisogna ringraziarlo: ha aperto gli occhi su una questione ben più ampia e profonda di un eccesso di superiorità, ovvero una gerarchia ancora molto radicata nel modo in cui pensiamo le arti. Opera e balletto non sono solo arti di nicchia: sono soprattutto discipline associate al femminile. Storicamente, tutto ciò che viene associato alla sensibilità, all’espressione emotiva o al corpo è stato collocato in uno spazio simbolico più basso rispetto alle discipline percepite come maschili: competitive, fisiche, spettacolari. Anche quando si tratta di arti complesse, tecnicamente rigorose e con una lunga tradizione culturale alle spalle. Nell’immaginario patriarcale e nella percezione collettiva esse sono poco virili, poco frequentate da uomini, e quindi meno degne di considerazione.

Nella cultura pop cinematografica e televisiva molti prodotti pullulano di storie che si rifanno a un costrutto sociale tossico: il protagonista, spesso un adolescente, deve scegliere di perseguire la strada più vincente, per accontentare, nella maggior parte dei casi, il padre e aderire agli stereotipi di genere. Billy Elliot (2000) è l’esempio più iconico: oltre a essere il racconto della lotta di classe di una famiglia della working class britannica, è anche e soprattutto la rivendicazione della danza come disciplina universale. Diviso tra la propria vocazione e l’insistenza del padre e del fratello, che lo vorrebbero pugile, Billy riesce, alla fine, a trasformare quella passione osteggiata nel suo futuro, venendo ammesso alla Royal Ballet School. La tensione narrativa del film nasce proprio da questo conflitto: il talento non è in discussione, ciò che deve essere difeso è il diritto stesso di coltivarlo, non contro la povertà o la mancanza di opportunità, ma contro l’idea che esistano passioni “sbagliate” per un ragazzo.
In casa Disney Channel, High School Musical (2006), fenomeno della tv per ragazze/i, vede ancora una volta un adolescente — capitano della squadra di basket della scuola allenata dal padre — simbolo del maschio alfa per eccellenza, riscoprire nel teatro e nel canto una passione segreta, che tale deve rimanere per non essere oggetto di scherno da parte dei compagni di squadra. Stick to the Status Quo è il brano che sintetizza, infatti, il conformismo di genere e di ruolo, imposto dall’ideale della high school americana. I suoi amici scoprono la sua “doppia vita” e iniziano a intonare in coro: «If you wanna be cool / Follow one simple rule / Don’t mess with the flow / And stick to the Status Quo».

E ancora, sempre un prodotto Disney, nel film Jump In! (2007) si ripropone la stessa dinamica: il protagonista scopre un interesse inatteso per il salto della corda — praticato da un gruppo di ragazze del suo quartiere — ma si trova diviso tra questa prospettiva e la volontà del padre, che desidera per lui il campionato di pugilato.
Fin dalla tenera età si è bombardati dall’idea che esistono “attività da maschi” e “attività da femmine”, e che quest’ultime possono essere solo hobby o passioni secondarie. E se perfino Chalamet — cresciuto in un’accademia di arti performative con madre e sorella ballerine al New York City Ballet — è inconsciamente portato a parlare in questi termini, il problema è enorme.
La sua affermazione non è stata neutra: non ha detto: «A nessuno interessano più le mostre di arte concettuale», ma ha scelto invece due settori che, nella gerarchia socio-culturale attuale, occupano uno spazio fortemente femminile. La mascolinità tossica viene spesso associata ad aggressività, violenza, dominio, ma una delle sue forme più sottili e pervasive è proprio questa: la “svalutazione” sistematica di tutto ciò che non appartiene all’universo maschile normativo.
Le passioni associate al femminile vengono di frequente ridimensionate o ridicolizzate: il pop è musica “leggera”, le boy band sono fenomeni per adolescenti, le saghe romantiche sono letteratura di serie B. Eppure, proprio questi prodotti culturali muovono milioni di persone, generano comunità di spettatori e spettatrici e producono immaginari condivisi. Il problema non è la qualità intrinseca di tali forme artistiche, ma il modo in cui vengono percepite. Quando qualcosa piace soprattutto alle donne o alle ragazze, tende automaticamente a perdere prestigio simbolico. Lo si vede chiaramente anche nel linguaggio quotidiano: dire che qualcosa è “da ragazzine” equivale quasi sempre a sminuirla. È un meccanismo talmente radicato che di rado viene riconosciuto come tale. Eppure, è proprio questa svalutazione sistematica che contribuisce a stabilire quali arti siano considerate “alte”, serie, degne di rispetto e quali invece possano essere trattate come marginali. Essa colpisce in primo luogo le donne che vi si dedicano ― le cui passioni vengono trattate come frivole o elitarie a seconda della convenienza ― ma pure, e con effetti devastanti, i ragazzi che si avvicinano a queste discipline. Billy Elliot non è solo protagonista di una storia commovente: è ancora oggi uno specchio accurato di quanto sia difficile, per un maschio, avere il coraggio di fare danza classica senza sentirsi dire che è “strano”, “effeminato”, “sbagliato”.
Nel frattempo, la polemica si è già spenta, Chalamet non ha vinto nella categoria “Miglior attore”, ma prima o poi succederà, perché merita. Non è mai stato lui il vero punto della questione, quanto il mezzo per arrivare a questa riflessione: il meccanismo culturale che ha reso possibile quella frase ― e che ha fatto sì che suonasse così naturale, così poco scandalosa nel momento in cui è stata pronunciata — continuerà a esistere. Resterà nelle scuole dove i maschi vengono scoraggiati dalla danza. Nelle famiglie dove l’opera è “roba da vecchi” o “da donne”. Resterà in tutti quei piccoli segnali quotidiani che insegnano ai ragazzi, spesso molto prima che possano rendersene conto, quali passioni siano considerate accettabili e quali no. Dire quindi che il cinema non dovrebbe diventare “come il balletto” non significa soltanto distinguere tra arti più o meno popolari. Significa anche — forse inconsapevolmente — ribadire una gerarchia simbolica. E ciò deve cambiare.
In copertina: opera di Ed Ruscha, 1968.
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Articolo di Angela Capasso

Laureata magistrale in Lingue e Letterature per il Plurilinguismo Europeo con una tesi sulla follia nella letteratura europea, oggi studio Editoria e nuovi media. Amo i libri, l’arte, i concerti e i viaggi improvvisati, nei quali vengo sistematicamente reclutata come interprete del gruppo.
