Editoriale. Roma città aperta

Il 21 aprile è il Natale di Roma.  

Nell’alba del 753 a.C., se qualcuno si fosse arrischiato a guardare dalla parte del colle Palatino, avrebbe notato una piccola folla che si assembrava attorno a un uomo. Quest’ultimo era intento a scavare una fossa circolare nella quale tutti i presenti avrebbero iniziato, di lì a poco, a gettare delle zolle. Attorno a questo punto, poi, l’uomo, imbracciato un aratro al quale erano legati un bue e una vacca, avrebbe iniziato a muoversi in senso antiorario e a tracciare così il solco fondativo della nuova città. 
La tradizione che descrive il rito che Romolo compie in quel 21 aprile del 753 a.C. è nota. Ciò che forse si conosce meno è proprio la piccola fossa scavata dall’eroe al centro di quelli che saranno i primi confini di Roma. 

L’apertura ha un nome ben preciso, si chiama mundus, e al suo interno gli uomini che erano presenti sul Palatino hanno gettato una manciata delle loro terre di origine. Non è una sciocchezza, un particolare di poco conto. È il biglietto da visita con cui Roma fa il suo ingresso nella storia. 
I miti di fondazione non sono neutrali: servono a dare una giustificazione a scelte politiche, sociali e culturali che, poi, caratterizzeranno le civiltà di cui essi sono riferimento. E se i Greci, che tanto hanno influenzato e plasmato la civiltà romana, facevano della propria autoctonia un vanto, raccontando che i primi re di Atene erano emersi direttamente dal suolo dell’Attica, Roma decide di presentarsi come città mista, costruita su di una terra mischiata, una terra che nasce grazie agli esseri umani che la calpestano. Sul Palatino si è dunque decisa una cosa ben precisa: Roma è meticcia. 
Ma il mito non si ferma qui. Sul Campidoglio, tra due parti di bosco, Romolo decide di istituire una zona franca, aperta a chiunque voglia entrarvi e diventare, così, cittadino romano. È l’asilo romuleo che, in breve tempo, vede arrivare avventurieri, banditi, debitori, schiavi fuggiaschi, uomini dal passato torbido e sconosciuto. Una mescolanza che oggi farebbe rabbrividire. 
Tutti sono accolti. Questa nuova città deve essere una seconda possibilità.   
E come può essere altrimenti? Cosa hanno rappresentato le coste del Lazio per i profughi provenienti da Troia ormai distrutta se non un’opportunità nuova di continuare a esistere? 
Enea nel fuggire da Ilio ha portato con sé i Penati, suo padre in spalla, e una manciata di terra troiana. E il vecchio Anchise, poco prima che la flotta iniziasse il suo viaggio disse al figlio: «Tu non ti sentirai più uno straniero, quando capirai che stranieri si è sempre».  
I Romani questo lo sapevano. Sapevano di provenire da un advena, da uno che viene da fuori. In questo si sono sempre riconosciuti. La loro letteratura nasce con schiavo straniero affrancato, Livio Andronico. E il loro più grande filosofo, l’ispanico Lucius Anneus Seneca, nella Consolazione per la madre Elvia scriveva che l’essere umano si sposta, lo ha sempre fatto, e che non esiste un luogo abitato da indigeni: «permixta omnia et insiticia sunt», «tutti noi siamo il frutto di mescolanze e innesti». 
Nel 48 d.C., l’imperatore Claudio, nel celebre discorso tenuto in Senato, evidenziò come persino la sua gens fosse straniera; e la gens Iulia, e i Porci Catoni: «Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in cui ne erano stati vinti come nemici». E le celebrazioni per i mille anni dalla fondazione, nell’aprile del 248, furono presenziate dall’imperatore Filippo l’Arabo, un siriano nato ai margini del deserto. 

Questa è l’essenza di Roma.  
Roma ha capito che la natura e la cultura si costruiscono andando e tornando, andando e non facendo più ritorno, toccando, sempre e comunque, le diversità.  
E ride, Roma, di chi parla di razza pura. Perché sa che non può vivere l’essere umano che non mescola sé stesso. 

Auguri, dunque, alla città eterna, che è tale perché del mondo intero. 
Dove i profughi diventano re e i re nascono stranieri.  

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Sfogliamo gli articoli di questa settimana a partire dal resoconto di alcuni eventi svolti dalla nostra associazione. Toponomastica femminile da Trieste a Sežana è il racconto della mostra inaugurata con l’obiettivo di valorizzare il ruolo delle donne nello spazio pubblico, ancora oggi poco rappresentate nei nomi di vie e piazze. L’iniziativa, nata da collaborazioni culturali tra Italia e Slovenia, promuove l’intitolazione di luoghi a figure femminili meritevoli, come l’attivista antifascista Marija Bernetič e la traduttrice Jolka Milič.  
Le Marche sulle vie della parità. Nove edizioni, un cammino ancora necessario promuove la parità di genere nelle scuole, a ottant’anni dal voto alle donne. Sottolinea l’importanza di educare alle differenze e valorizzare la memoria femminile. I progetti premiati mostrano l’impegno concreto di studenti e docenti nel costruire una cultura più equa. Durante la terza mobilità di “Tutta mia la città” le partecipanti hanno scoperto laSala dei Filippini. Il tesoro nascosto nella Biblioteca Laudense. Un tempo escluse dalla biblioteca, le donne erano vittime di discriminazione; tuttavia, le opere della Querelle des femmes testimoniano il percorso che le ha portate a diventare protagoniste della cultura. 

Proseguiamo con  A Londra, sulle orme delle suffragette. Parte terza che propone un itinerario al British Museum e in altri luoghi di Londra legati alla storia delle suffragette, tra musei, monumenti e istituzioni invitando a riscoprire il ruolo delle donne nelle conquiste civili. 
La donna di Calendaria è Elizabeth (Lee) Miller, inizialmente modella di successo e poi fotografa nell’ambiente surrealista parigino. Durante la Seconda guerra mondiale divenne una delle poche donne reporter di guerra, documentando esperienze che la segnarono profondamente. 
Il nuovo appuntamento con la serie “Lupe”, Mala cosa nascer femmina, descrive la dura condizione delle donne nella Roma arcaica, fortemente patriarcale, con pratiche come l’esposizione delle neonate. Nonostante alcuni tentativi di riforma, prevalevano valori violenti e discriminatori.
Davanti al bullismo riporta l’esperienza di Sofia, vittima di bullismo alle medie: «Si erano creati dei gruppi visti un po’ come “Vip” che hanno cercato di farmi passare per la persona che non sono. Mi insultavano per il mio aspetto fisico e per il mio carattere, perché sono una persona molto ansiosa e timida. Hanno cercato di darmi colpe che non avevo.» Sofia reagisce senza aggressività, mantenendo coerenza e integrità.  
Riscopriamo anche Donatella Cinelli Colombini, Enologa e produttrice. Il progetto Prime Donne per dimostrare che il talento vince sullo stereotipo di forza fisica. Colombini sottolinea che essere imprenditrici oggi significa affrontare le stesse sfide degli uomini, con particolare attenzione alla formazione finanziaria femminile. 

Prendendo spunto da una dichiarazione di Thimothée Chalamet, Hollywood e la cultura della svalutazione. Una lezione involontaria sulla gerarchia delle arti riflette sulla svalutazione di opera e balletto come frutto di stereotipi di genere che considerano meno prestigiose le attività legate all’espressione emotiva rispetto a quelle percepite come “maschili”. 

La recensione della settimana è Tabù. Di donne, sport e informazione, il libro di Mara Cinquepalmi che analizza il sessismo nello sport e nella sua narrazione mediatica, evidenziando stereotipi, linguaggio discriminatorio e scarsa visibilità delle atlete. 

La guerra degli uomini sostiene che la guerra sia profondamente legata a un modello di pensiero maschile basato su forza, dominio e rifiuto del confronto con l’alterità. L’autrice collega questa visione alla mancanza, negli uomini, dell’esperienza della generazione e della cura della vita, che invece caratterizza il corpo e la cultura femminile. 

Ricostruiamo la proposta di Giuseppe Dossetti di inserire nella Costituzione italiana Il diritto-dovere di resistenza contro i poteri pubblici che violano i diritti fondamentali. L’autrice riflette anche sul valore civico e politico di questo principio, sottolineando come avrebbe potuto rafforzare la partecipazione dei cittadini e la difesa della democrazia. 

La missione Artemis II ha permesso per la prima volta a esseri umani di osservare da vicino Il lato nascosto della Luna: l’articolo spiega che non è davvero “oscuro” ma solo invisibile dalla Terra. Tra gli/le astronauti/e spicca Christina Koch, simbolo del nuovo corso inclusivo dell’esplorazione spaziale. 

Concludiamo con Scatti Urbani. L’Aquila per affrontare un nuovo viaggio in città con fotografie in bianco e nero. 

Buone letture a tutte e tutti! 
Sara Fusco

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Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Filologia moderna, è giornalista pubblicista. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere la forza di continuare a chiedere: Shomèr ma mi llailah (Sentinella, quanto [resta] della notte)? Crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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