Il diritto-dovere di resistenza 

Ogni tanto mi sorprendo a pensare che cosa sarebbe stato della storia dell’Italia repubblicana se l’Assemblea costituente avesse approvato la proposta di un giovane partigiano cattolico, forse il più radicale tra i Padri della Repubblica, Giuseppe Dossetti, approdato in Costituente quasi per caso, scelto dai dirigenti democristiani «perché, essendo poco conosciuto, avrebbe dato meno fastidio». Una proposta caldamente appoggiata anche da un giovane Aldo Moro, da Lelio Basso e Giovanni Giolitti e non osteggiata da Togliatti e altri comunisti, rimasti sempre piuttosto incerti al riguardo. Forti, invece, furono le resistenze e le critiche di molti democristiani e delle forze liberali, sia in Commissione che in plenaria. 
A partecipare alla discussione all’interno della I Sottocommissione della Commissione dei 75 sull’inserimento del diritto-dovere di resistenza nella Costituzione furono solo uomini, perché le due donne partecipanti alla stessa Sottocommissione — Nilde Iotti e, dopo le dimissioni di Ottavia Penna e Carmelo Caristia, Angela Gotelli — si occuparono degli articoli sulla famiglia, mentre Maria Agamben Federici, Lina Merlin e Teresa Noce fecero parte della Terza Sottocommissione relativa ai Diritti economici e sociali. Le donne erano state delegate a temi “femminili” ed escluse dalla II Sottocommissione sull’Ordinamento dello Stato. In Costituente avrebbero saputo far valere le loro visioni anche su altri temi. 

Il testo dell’articolo proposto da Dossetti nella seduta del 21 novembre 1946 era questo (l’articolo 3 del suo Progetto): «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei pubblici poteri, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». 
Il giovane costituente reggiano si era ispirato all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946, che non ricevette la ratifica del referendum popolare. Sul diritto di resistenza l’Inghilterra aveva fatto scuola e nella Carta fondamentale della Germania Federale e delle Costituzioni di alcuni Länder tedeschi ci fu la previsione di un diritto sussidiario alla difesa della Costituzione vigente. 
Ho deciso di inserire nella mia programmazione di docente la conoscenza di questo diritto-dovere dopo un viaggio di istruzione che tra le sue tappe aveva Marzabotto e la Scuola di pace di Monte Sole. Un’esperienza intensa e partecipata che mi ha colpita profondamente e che ha coinvolto moltissimo anche le e gli studenti delle classi. Il diritto-dovere di resistenza di Dossetti fu illustrato talmente bene da giovani attiviste e formatrici che decisi che i futuri studenti non avrebbero potuto perdersi quella ricchezza.  
Contro i pericoli di un ritorno a un sistema autoritario, contro le leggi che apertamente violano le libertà della Costituzione oggi abbiamo la Magistratura, la Corte costituzionale e il potere di rinvio delle leggi alle Camere con messaggio motivato del Capo dello Stato (che peraltro possono essere ugualmente approvate nell’identico testo dal Parlamento, unico titolare del potere legislativo), oltre a qualche intervento di moral suasion del Presidente della Repubblica. Il ricorso alla Consulta però non spetta direttamente ai cittadini e alle cittadine; deve essere sollevato in via incidentale in un processo da un/una giudice e ha tempi lunghi per essere deciso; oppure può essere proposto in via principale dal Governo o dalle Regioni, ma in genere questo tipo di ricorso verte su questioni di competenza. 
Le tante proteste di questi anni contro alcuni provvedimenti del governo, come il decreto-sicurezza (poi divenuto legge) o la violazione del principio del ripudio della guerra (il meno nominato e rispettato dal potere) o contro lo stravolgimento del consenso nella regolamentazione del reato di violenza sessuale, non sarebbero rimaste tali e non sarebbero state spesso occasione di criminalizzazione o scherno da parte del potere se fosse stato inserito un diritto-dovere di questo tipo all’interno della Costituzione; avrebbe quanto meno rappresentato un potente strumento di dissuasione. Certo, la sua applicazione pratica avrebbe incontrato difficoltà e richiesto una regolamentazione dettagliata, ma, come ricordò Aldo Moro in Sottocommissione, avrebbe avuto, da un lato, la funzione di «sancire il diritto alla rivoluzione, dandogli una giustificazione etico-giuridica», e nello stesso tempo vi avrebbe posto un limite, in quanto «la rivoluzione è legittima solo nel momento in cui nasca da uno stato di indebita compressione di diritti costituzionali». Secondo Moro era giusto considerare la resistenza un dovere «nel senso che la passività di fronte all’arbitrio dello Stato, costituisce inosservanza di un dovere morale fondamentale».   

Il diritto-dovere di resistenza fu approvato in Sottocommissione ma portato in Assemblea costituente in una nuova formulazione: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino». La differenza non fu da poco: un conto è resistere ad “atti” che violino la Costituzione, un altro è resistere “all’oppressione”: in questa seconda fattispecie il dovere di resistere scatta solo in casi particolarmente gravi. Il dibattito in Assemblea fu feroce e gli attacchi più violenti vennero dalle forze conservatrici, anche democristiane. Dossetti non intervenne più ma a favore di questo diritto-dovere ci furono parole preziose pronunciate soprattutto da Giolitti. Il diritto-dovere di resistenza fu bocciato e mai più riproposto.
Lo spirito che animava Dossetti non era condiviso da tutti i componenti dell’Assemblea, molti dei quali appartenevano alla scuola positivistica, mentre altri temevano che, senza prevedere la sua attuazione pratica, il diritto-dovere di resistenza restasse una vuota affermazione di principio. 
Se fosse prevalsa una linea diversa, se di conseguenza in tutti gli ordini di scuola, nelle sezioni di partito e nelle associazioni, si fosse diffuso questo spirito, probabilmente avremmo una popolazione dotata di un alto senso civico, di un forte senso di appartenenza a un’unica comunità. Dopo il periodo felice dei governi di centro-sinistra degli anni ’70, che ha dato attuazione alle parti più trasformative della nostra Costituzione, si è gradualmente affermata una visione diversa, fortemente individualistica, per cui la nostra Carta fondamentale rappresentava un fastidio o un intralcio e si provò più volte a cambiarla, veicolando la narrazione che fosse ormai obsoleta. Ma difendere una Costituzione trasformativa non è mai una posizione conservatrice. È proprio l’opposto.

Verso la fine della sua vita, nel 1994, di fronte al tentativo di una forza di governo secessionista, il cui ideologo, Gianfranco Miglio, sosteneva: «La Costituzione è come le belle donne. La sottoporremo alle nostre voglie», Giuseppe Dossetti, ormai monaco, uscì dal silenzio e invitò a costituire in ogni città dei Comitati per la difesa della Costituzione. «Donde è nata la nostra Costituzione?». Così cominciava il discorso pronunciato a Monteveglio il 16 settembre 1994, in cui Dossetti sosteneva che la Costituzione fosse figlia della Seconda guerra mondiale, come evento terribile entrato nella coscienza collettiva da non ripetere mai più. Ecco le sue parole: «Perciò la Costituzione italiana del 1948 si può ben dire nata da questo crogiolo ardente e universale, più che dalle stesse vicende italiane del fascismo e del postfascismo, più che dal confronto-scontro di tre ideologie datate, essa porta l’impronta di uno spirito universale e in un certo modo transtemporale». Chi riconosce alla Carta fondamentale del nostro Paese questo valore non può che considerarla sacra, difenderla in ogni occasione e diventarne attivista. 

Nel nostro piccolo, all’istituto Benini di Melegnano lo facemmo. Fondammo un Comitato e lo intitolammo a Sandro Pertini. Una squadra di studenti, prevalentemente ragazze, realizzò un Gioco della Costituzione da sottoporre alle Maestre delle scuole primarie del territorio e per alcuni anni andammo nelle classi quinte a parlare di Costituzione con un progetto condiviso con le docenti e le Dirigenti scolastiche. Contemporaneamente, insieme a un caro docente di diritto, organizzammo incontri sulla Costituzione nel territorio del melegnanese e così fecero molte altre persone in ogni luogo d’Italia. Successivamente fu Stefano Rodotà a prendere il testimone di questi Comitati a livello nazionale. 
Il mondo è cambiato. Oggi le democrazie sono contestate e in crisi e sembra di essere ritornati all’epoca dei mercanti, che si scrivevano le loro leggi e i loro Statuti, avevano il loro diritto delle corporazioni prima e commerciale poi e i loro tribunali commerciali. Gli oligarchi dell’intelligenza artificiale e dei data center che, oltre a consumare enormi quantità di acqua custodiscono i nostri dati, insieme al mondo della finanza speculativa e sregolata, sono in grado di dettare legge ai Governi.

Ripristinare il diritto-dovere di resistenza inserendolo nel testo costituzionale con una proposta di iniziativa popolare ( ammessa da prassi e dottrina), secondo il procedimento previsto dall’articolo 138, potrebbe essere il collante che unisce le forze che in occasione del referendum costituzionale di marzo hanno dato prova di voler difendere la Costituzione dagli attacchi del potere e che sono rappresentate da quel movimento femminile e intergenerazionale di cui ha scritto Lea Melandri qui. Un movimento che ha mostrato di conoscere molto bene la nostra Carta e che si è mobilitato con uno degli strumenti di democrazia diretta attraverso cui si può ancora esercitare la vera sovranità popolare: il referendum.

Per saperne di più:  
– Giuseppe Mazzone, Il diritto/dovere di resistenza nella proposta di Dossetti alla Costituente, in Resistenza e diritto di Resistenza Memoria come cultura, a cura di Angela De Benedictis e Valerio Marchetti, Università di Bologna, Dipartimento di Discipline storiche, Clueb, 2000. 
– Giuseppe Dossetti, Scritti politici, Marietti editore, Genova,1995 

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Articolo di Sara Marsico

Giornalista pubblicista, si definisce una escursionista con la “e” minuscola e una Camminatrice con la “C” maiuscola. Eterna apprendente, le piace divulgare quello che sa. Procuratrice legale per caso, docente per passione, da poco a riposo, scrive di donne, Costituzione, geopolitica e cammini.

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