È una delle pochissime donne che osarono sfidare convenzioni consolidate agendo come reporter di guerra durante il secondo conflitto mondiale. Oltre a Elizabeth Miller se ne contano infatti solo altre due, come lei americane, Margaret Bourke White e Martha Gellhorn, che era moglie di Hemingway, ma il suo rapporto con lo scrittore fu per lei tutt’altro che un vantaggio nel lavoro. Diversamente da quest’ultima, Miller non era nata come giornalista, ma come fotografa. Fu la guerra a condurla alla scrittura e vi giunse dopo una serie di diverse esperienze di vita e di lavoro, tutte ugualmente intense e fortunate, di cui però si stancava presto abbandonandole ogni volta per volgersi verso nuovi orizzonti, spinta da un’inquietudine che non la lasciò mai. Il giornalismo non fece eccezione e come altre passioni la coinvolse profondamente, ma solo in una fase della sua vita.
Elizabeth nasce nel 1907 a Poughkeepsie, una cittadina della provincia americana sulle sponde del fiume Hudson, da una buona famiglia borghese. A soli sette anni subisce uno stupro da parte di un insospettabile amico di famiglia, episodio che ha avuto probabilmente un peso non indifferente nella sua storia.
Raggiunta l’adolescenza, la ragazza sente di avere interesse per le arti; ancora non ha individuato la sua strada, ma è sicuro che a Poughkeepsie si sente stretta e con il consenso dei genitori si trasferisce a New York.

Qui un incontro del tutto fortuito con Condé Nast, guru dell’editoria americana, le spiana la strada per diventare una stella di prima grandezza nel firmamento di Vogue, la rivista che detta legge nel campo della moda. Elizabeth ha 19 anni ed è bellissima. Bionda, occhi celesti, elegante, è una tipica “maschietta” dell’età del jazz, il prototipo femminile del nuovo stile americano. Anche psicologicamente assomiglia alle eroine dei romanzi di Francis Scott Fitzgerald, permeate dall’ansia di emancipazione che scuote il mondo femminile all’indomani del primo conflitto mondiale. In breve tempo Miller diventa la modella più richiesta e meglio pagata di New York, è invitata ai party esclusivi di Condé Nast e frequenta lo studio della stravagante illustratrice Neysa McMein, dove si riuniscono le teste pensanti della città, come Charley Chaplin, Irving Berlin, Doroty Parker e i loro amici dell’Algonquin Round Table. È proprio Neysa a inventare per lei il nomignolo di “Lee”, che da allora sostituirà il suo nome.
Ma presto Lee si stanca di essere fotografata, vuole trovarsi dall’altra parte dell’obiettivo. È il 1929 quando parte per Parigi — vi era già stata qualche anno prima e la città l’aveva entusiasmata — con il preciso scopo di diventare l’assistente di Man Ray, il mago della fotografia d’arte. Al fianco del famoso pittore e fotografo, personaggio di primo piano nell’ambiente artistico surrealista, di cui diventa presto l’ispiratrice e amante, Lee si impadronisce delle tecniche fotografiche, ne inventa di nuove e si inserisce in una cerchia di persone intellettualmente stimolanti: conosce artisti prestigiosi e appare anche nel film sperimentale di Jean Cocteau Le sang d’un poète. Sembrerebbe quasi scontato per la giovane fotografa il ruolo di musa riconosciuta di Ray, mostro sacro con quasi vent’anni più di lei, ma Lee è ben decisa a non ricoprire un ruolo subordinato rispetto all’uomo che ama. Affitta un piccolo studio, non lontano da quello di lui — è “la stanza tutta per sé” di cui ha bisogno — e inizia a firmare i primi servizi fotografici per Vogue e altre riviste di moda e anche a pubblicizzare profumi: non va troppo per il sottile, è una ragazza pratica e vuole potersi pagare l’affitto.
Ray è possessivo, ma lei, pur apprezzandolo e volendogli bene, non ha nessuna intenzione di rinunciare alla propria libertà, così mette fine al rapporto e parte per New York, dove apre uno studio insieme al fratello Erik insegnandogli tutti i trucchi del mestiere. Ormai famosa in città, le sue foto artistiche sono richieste da tutti i personaggi del bel mondo e guadagna quello che vuole.
La stabilità però non è il suo forte: la routine l’annoia e di punto in bianco, fra lo sconcerto generale, abbandona tutto quello che ha costruito per sposare Aziz Eloui Bey, un affascinante miliardario egiziano raffinato e intelligente che ha conosciuto a Parigi. Con lui, che è un alto funzionario del governo egiziano, Lee parte per Il Cairo. Come era immaginabile, non si trova bene nell’ambiente dell’alta società egiziana e reagisce con quelli che ufficialmente sono lunghi viaggi, ma in realtà sono fughe.

A Parigi incontra a una festa Roland Penrose, un gentiluomo inglese di raffinata cultura appassionato di arte d’avanguardia. È un colpo di fulmine: i due diventano inseparabili e passano insieme l’estate del 1937, tra la Cornovaglia e il Sud della Francia, mentre iniziano a soffiare i primi venti di guerra. Le foto di quel periodo testimoniano il clima di libertà e di complicità esistente nel gruppo di amici di Roland, di cui facevano parte Max Ernst e Leonora Carrington, Picasso e Dora Maar, Paul Eluard e Nusch, Man Ray e la sua nuova musa Ady.

Dopo tre mesi d’incanto, Lee torna ancora una volta al Cairo, ma l’esperienza vissuta le permette di misurare tutta la distanza che la separa dall’ambiente in cui vive. Seguiranno altre fughe, finché nel ’39 Lee lascia definitivamente l’Egitto. È il primo di settembre quando insieme a Roland riesce a stento a salire sull’ultima nave che parte da Saint Malo per l’Inghilterra. La guerra è scoppiata.
Lee sceglie di rimanere a Londra accanto a Roland, che si arruola nell’esercito come consulente, mentre lei si presenta a Audry Withers, direttrice di British Vogue e in poco tempo diventa una colonna della rivista. Con l’invasione e la capitolazione della Francia, l’Inghilterra resta da sola contro le forze tedesche e sarà soltanto dopo l’attacco di Pearl Harbor che il governo statunitense deciderà di intervenire nella guerra. Lee documenta con i suoi scatti il durissimo attacco aereo contro il Paese che la ospita e le foto sono così potenti che vengono raccolte in un libro (Grim Glory Pictures of Britain Under Fire) con l’introduzione di Ed Murrow, inviato statunitense a Londra, quotidianamente collegato via radio con gli Usa per informare il popolo americano sul conflitto in Europa. Lee, che ne apprezza lo stile secco e senza fronzoli, pubblica su Vogue un servizio su di lui e per la prima volta lo accompagna con un proprio testo. Un’impresa che le costa molto: è abituata a maneggiare le immagini e la scrittura non le viene facile. Eppure, il suo stile franco e spontaneo, talvolta ironico come la sua conversazione, è coinvolgente e lontano com’è da ogni retorica. I resoconti di moda le appaiono sempre più incongrui nel momento drammatico che sta vivendo e invece dei salotti eleganti preferisce frequentare i locali come il bar dell’hotel Savoy, dove incontra fotoreporter e corrispondenti di guerra statunitensi. Diventa amica di Margaret Bourke-White, mandata da Life e conosce Robert Capa, già famosissimo per lo scatto del miliziano colpito nella guerra di Spagna, una foto che ha fatto il giro del mondo. Ma la sua attenzione si concentra sul giovane David Scherman, promettente fotoreporter inviato di Life. Con lui Lee inizia una relazione sentimentale che, fondata sulla comune passione per il loro lavoro, non mette in crisi il suo rapporto, singolarmente libero, con Roland Penrose. Con Dave dividerà molti momenti del nuovo capitolo che si apre nella sua vita: il 30 dicembre 1942 infatti ottiene il tesserino di corrispondente di guerra per Vogue e un mese dopo lo sbarco in Normandia parte per la Francia per documentare l’assedio, ancora in corso, di Saint Malo.

I suoi pezzi sono diretti, a volte feroci, perché feroce è la realtà sotto i suoi occhi. La guerra è orribile, lei non sa nasconderlo né lo vuole. Caduta finalmente la cittadella, Lee si dirige (in autostop, non c’è altro modo) a Parigi che è stata appena liberata. La città è ancora piena di cecchini che sparano dall’alto delle case, ma questo non frena la gioia dei parigini, né impedisce la sfilata degli uomini e delle donne della Resistenza sugli Champs-Élisées, insieme all’esercito di De Gaulle.

All’hotel Scribe, dove ha occupato una stanza, riabbraccia Dave Scherman e poi va a trovare Picasso, che durante tutto il periodo dell’occupazione ha voluto rimanere in città. Assiste anche alla gogna a cui sono sottoposte le donne che hanno collaborato con i nemici e pensa che hanno quello che meritano. Però la guerra in Francia è finita e l’inviata di Vogue dovrebbe occuparsi della nuova moda della stagione autunno-inverno 1944. Ci prova, volonterosa, con qualche pezzo di colore, ma poi scongiura la direttrice di farla ritornare in azione: non riesce più a occuparsi di frivolezze. Audry, che l’apprezza, si dice d’accordo.
La nuova meta è la Germania. Nonostante le proteste di Roland, che vorrebbe riaverla a Londra, Lee parte con Scherman, che ha acquistato una Chevrolet di seconda mano, e attraversa il Paese fra le macerie dei bombardamenti e il pericolo costituito da una situazione ancora fluida, con l’auto carica di rullini e di taniche di benzina. A Lipsia fotografa il borgomastro nazista che si è appena suicidato insieme all’intera famiglia, a Torgau assiste all’incontro storico tra l’esercito statunitense e quello sovietico, poi arriva nei campi di concentramento appena aperti dalle truppe americane ed è l’orrore puro. Lee, sotto shock, ritrae scene terribili con la sua Rolleiflex e spedisce alla rivista articoli toccanti.


Arrivata a Monaco, scopre che l’appartamento assegnatole era la casa privata di Hitler e si libera del fango di Dachau immergendosi nella vasca del Führer, che poche ore prima (ma la notizia ancora non è stata diffusa) si è suicidato nel bunker di Berlino insieme a Eva Brown. Gli scatti di Dave la immortalano in questa operazione, ma nessun lavacro è in grado di ripulirle l’anima che rimarrà traumatizzata per sempre da ciò che ha visto.
Scherman deve tornare a New York, richiamato da Life, ma lei non riesce né a seguirlo, né a tornare a Londra. Va avanti, da sola e arriva a Vienna dove la popolazione è priva di tutto rimanendo sconvolta da ciò che si offre al suo sguardo nell’ospedale per gli orfani. Mai più potrà sopportare la vista del blu che le ricorda il colore cianotico di un bambino condannato a morire dalla mancanza di medicinali. A Budapest ammira la forza di volontà delle donne ungheresi, cui la guerra ha fornito un’occasione di emancipazione, ma sente che Stalin non accetterà di recedere dalle terre che ha liberato e il destino dell’Ungheria è ormai segnato. Quando, stremata, arriva a Bucarest, riceve da Roland una lettera che è un ultimatum, ma ancora non sa decidersi. A sbloccare la situazione sarà David Sherman, l’amico generoso, che le manda un telegramma. «Torna a casa» c’è scritto. E lei gli dà retta: torna a Londra.
Sposerà Roland Penrose quando si accorgerà di attendere un figlio da lui e dopo aver ottenuto il divorzio da Aziz Bey, che ufficialmente è ancora suo marito. Un’altra passione divorante, quella per la cucina, seguirà la stagione conclusa del giornalismo, ma Lee Miller non riuscirà a uscire mai del tutto dalla depressione provocata dalle scene terribili di Dachau e Buchenwald, e forse anche dal consumo abituale di benzedrina. Per questo nasconderà ogni traccia, ogni documento di quel passato e non ne parlerà mai.
La sua storia è stata resa nota dal figlio Antony, dopo aver trovato — nella soffitta di Farley Farm, la casa di campagna dove i suoi genitori avevano abitato insieme per quasi trent’anni e Lee era morta nel 1976 — una gran quantità di fotografie, diari, lettere e bozze di articoli di cui non sospettava l’esistenza. Un tesoro che gli ha rivelato finalmente chi fosse sua madre, con la quale non aveva avuto un rapporto facile, e ha permesso a lui di riconciliarsi con la sua immagine, a tutte e tutti noi di scoprire un’eccezionale figura di donna.
La principale fonte di cui mi sono servita per comporre il ritratto di Lee Miller è stata l’interessante romanzo biografico di Serena Dandini La vasca del Führer, Torino, Einaudi, 2024.
Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.
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Articolo di Loretta Junck

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).
