C’è un’espressione che i Pink Floyd hanno reso immortale e che gli astronomi hanno sempre corretto con pazienza: the dark side of the Moon, il lato oscuro della Luna. Un’etichetta musicalmente perfetta, ma un po’ fuorviante per la scienza. Perché quel lato non è più buio dell’altro: riceve la stessa quantità di luce solare. Semplicemente, non lo abbiamo mai visto da qui. Non lo vediamo da Terra, non lo abbiamo fotografato con i nostri occhi, non ci siamo mai avvicinati abbastanza da poterlo guardare.
Fino ad ora.
Il 7 aprile 2026, alle 01:38, ora italiana, la capsula Orion della missione Artemis II ha sorvolato il lato nascosto della Luna a soli 6.545 chilometri dalla superficie. A bordo, quattro astronauti: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Jeremy Hansen e Christina Koch, specialisti di missione. L’equipaggio ha visto una Luna completamente diversa da quella che conosciamo — butterata di crateri, quasi priva di quelle macchie scure che da secoli usiamo come mappa sentimentale del cielo notturno. E tra loro, Christina Koch: la prima donna ad avvicinarsi alla faccia nascosta del nostro satellite.

Il nome della missione non è casuale: Artemide era la sorella gemella di Apollo, figlia di Zeus e Latona, dea della caccia e della Luna. Quando la Nasa decise di riprendere il programma lunare dopo il 1972, fu quasi inevitabile chiamarlo con il nome della sorella: Apollo aveva portato dodici uomini sulla Luna, ora toccava ad Artemis portarci anche le donne. Un gesto simbolico, certo, ma la scienza ha bisogno anche di simboli per raccontarsi al mondo.

Christina Koch è il simbolo più potente di questa missione. Nel 2019 aveva già partecipato alla prima passeggiata spaziale tutta femminile sulla Stazione spaziale internazionale e nel 2020 aveva stabilito il record assoluto di durata di un volo spaziale per una donna: 328 giorni consecutivi in orbita. Non è una figura retorica di inclusione: è un’astronauta eccezionale, con un curriculum che farebbe impallidire la maggior parte dei suoi colleghi maschi. Se qualcuno doveva trovarsi a guardare il lato oscuro della Luna per la prima volta nella storia, è difficile immaginare una persona più adatta.


Il sorvolo lunare (lunar flyby) è durato circa sette ore. Durante queste sette ore, l’equipaggio di Artemis II è diventato il gruppo di esseri umani più lontano dalla Terra di tutti i tempi — superando anche il record degli astronauti dell’Apollo 13, che si erano allontanati involontariamente e per ragioni decisamente più scomode. In più, hanno assistito a qualcosa di straordinario: un’eclissi solare totale vista dalla Luna, con il nostro pianeta a oscurare il Sole per circa 53 minuti, uno spettacolo che nessun occhio umano aveva mai contemplato.

In astronomia, il termine corretto sarebbe lato lontano (far side) o lato nascosto, perché l’oscurità non è una proprietà fisica di quella superficie: è semplicemente la nostra prospettiva. La Luna è in rotazione sincrona con la Terra: impiega esattamente lo stesso tempo a ruotare su sé stessa e a completare un’orbita intorno a noi, quindi ci mostra sempre la stessa faccia. Il risultato è che l’altra metà del satellite è rimasta un mistero fino al 1959, quando la sonda sovietica Luna 3 (Луна-3) ci inviò le prime immagini sgranate di quella superficie mai vista.
La storia geologica del lato nascosto è, a tutti gli effetti, la storia di un pianeta diverso. Il lato che vediamo noi — il lato vicino — è dominato dai mària, le grandi pianure vulcaniche di basalto scuro che gli antichi astronomi scambiarono per mari. Coprono circa il 31% della superficie visibile, e sono il prodotto di eruzioni laviche avvenute miliardi di anni fa. Il lato nascosto, invece, è coperto di mària solo per l’1%: quasi niente. Al loro posto, un deserto di crateri sovrapposti, avvallamenti, rilievi. Una superficie antica, gelida, che sembra non aver mai conosciuto il vulcanismo su larga scala.

Questa differenza non è un caso né un capriccio cosmico. È la firma di una delle collisioni più violente della storia del Sistema solare. Il bacino del Polo Sud-Aitken (Spa) — uno dei crateri da impatto più grandi mai trovati nell’intero Sistema solare, con un diametro di circa 2.500 chilometri e una profondità di 8 km — si trova proprio sul lato nascosto della Luna. Uno studio pubblicato su Science Advances nel 2022 ha mostrato che questo impatto catastrofico, avvenuto miliardi di anni fa, ha scatenato un enorme pennacchio di calore che si è propagato attraverso l’interno della Luna. Quel calore, come un’onda di rimbalzo, ha spinto alcuni materiali rocciosi verso il lato opposto: il lato vicino. Quei materiali si chiamano Kreep: un acronimo che fa il verso alla chimica con una certa autoironia. La K sta per potassio (K), le Ree per elementi delle terre rare (Rare Earth Elements), e la P per fosforo. Sono elementi radioattivamente instabili — potassio, torio, uranio — e questo significa che producono calore mentre decadono. La loro concentrazione sul lato vicino ha innescato un circolo vizioso di riscaldamento, abbassamento del punto di fusione delle rocce e vulcanismo prolungato. In altre parole: l’impatto che ha devastato il lato nascosto ha indirettamente regalato al lato vicino i suoi mari di lava. Una catastrofe che ha generato bellezza.
Uno studio pubblicato su Nature Geoscience ha approfondito questa storia, mostrando come le rocce Kreep abbiano abbassato la temperatura di fusione dei materiali circostanti, innescando il vulcanismo lunare in modo da autoamplificarsi. Matthieu Laneuville, dell’Earth-Life Science Institute del Tokyo Institute of Technology, lo ha spiegato in termini cristallini: le regioni vicine della Luna ospitano “concentrazioni di elementi radioattivi come uranio e torio” che non hanno equivalenti nel Sistema solare. Comprendere quest’anomalia significa comprendere le condizioni della Terra primitiva, perché Terra e Luna si sono formate insieme, dallo stesso impatto.
La storia inizia circa 4,5 miliardi di anni fa, quando un corpo delle dimensioni di Marte — chiamato Theia, dalla mitologia greca madre di Selene, la dea della Luna — si scontrò con la proto-Terra. I detriti di quell’esplosione si separarono nell’arco di qualche milione di anni per formare i due corpi che conosciamo. La Terra, più grande, trattenne abbastanza calore per rimanere geologicamente attiva. La Luna, più piccola, si raffreddò rapidamente e si “congelò”. Ma non prima di aver subito un secondo impatto monumentale — quello che ha creato il bacino Spa — che ha ridistribuito le sue viscere in modo asimmetrico, producendo la Luna doppia che la missione Artemis II ci sta finalmente mostrando da vicino.

La crosta del lato nascosto è anche più spessa di quella del lato vicino: un’altra conseguenza diretta di questa storia violenta. Meno vulcanismo significa meno basalto da riempire gli avvallamenti, meno strati sedimentari nel tempo, più roccia primigenia esposta. Il lato nascosto è, in un certo senso, più antico — o almeno, conserva la memoria del passato in modo più fedele.

L’equipaggio di Artemis II non è allunato: quello è il piano di Artemis III, previsto per il 2028. Ma il sorvolo del 7 aprile 2026 ha già cambiato qualcosa. Per la prima volta, esseri umani in carne, ossa e tuta spaziale hanno potuto osservare a occhio nudo quella superficie che le sonde e i telescopi ci avevano mostrato solo in modo indiretto. Hanno potuto documentare zone mai viste da tanto vicino, raccogliere dati sugli effetti del viaggio nello spazio profondo, e — dettaglio non trascurabile — guardare la Terra da quella prospettiva capovolta in cui siamo noi a essere il “lato nascosto”.
C’è una certa giustizia poetica nel fatto che sia stata Christina Koch a fare parte di questo equipaggio. Artemide era la dea della Luna, e adesso una donna porta il suo nome fino alla faccia che la Luna non ha mai mostrato a noi terrestri.
***
Articolo di Sabina Di Franco

Geologa, lavora nell’Istituto di Scienze Polari del CNR, dove si occupa di organizzazione della conoscenza, strumenti per la terminologia ambientale e supporto alla ricerca in Antartide. Da giovane voleva fare la cartografa e disegnare il mondo, poi è andata in un altro modo. Per passione fa parte del Circolo di cultura e scrittura autobiografica “Clara Sereni”, a Garbatella.
