«La guerra è un problema sessuale» dicono Maicol & Mirco nella loro vignetta per l’8 marzo sul Manifesto. Sono giorni che tento di scrivere che «La guerra la fanno e la vogliono gli uomini» per farmi pubblicare questa convinzione, che credo inattaccabile, e poterne parlare con qualcuna/o e mettere in discussione verità indicibili soprattutto con gli uomini. È una cosa che voglio dire da quando la guerra è scoppiata in Ucraina, da allora ho provato a dirlo a “Prima Pagina”, ma a Radio3 non mi hanno mai fatta intervenire. Credo ci sia un legame profondo tra la vignetta e la mia frase. Un bel filo rosso che lega guerra e sesso, ma quello maschile, anche se i due non lo dicono.


A me sembra sottinteso perché a guardare altre loro vignette, pare proprio un dialogo tra maschi. Potenza della satira e del disegno: una verità che si vede subito, ma in un testo anche se piccolo serve di più.
Ho però cominciato a dirlo al Museo Cervi, nel Giorno della Memoria il 26 gennaio, dove si discuteva “La piaga dell’antisemitismo in tempo di guerra” con Gad Lerner e il nuovo Presidente del Museo Vasco Errani, oltre al Sindaco di Reggio Emilia e al Presidente della Provincia. Si parlava di guerra e ho creduto fosse il momento giusto, in un luogo simbolo della guerra, in cui potevo cominciare a dirlo. Sala stracolma con tante persone che conoscevo, ma alla fine nessun sorriso e nessuna pacca neppure leggera sulla spalla, nessuna stretta di mano, forse avevo rotto un tabù indicibile. Un tabù persino per me, che volevo dirlo proprio in quel luogo, perché ho fatto molta fatica a farlo. Vasco Errani nelle sue conclusioni ha detto che avrebbe tenuto presente il tema nella futura progettazione culturale del Museo. Speriamo perché è proprio una cosa che devono discutere gli uomini, noi, io come donna posso solo dirlo, ma se non ci ragionano loro, magari insieme a noi, non smetteranno mai di volerla fare, la guerra, distruggendo insieme a loro anche noi. E io ci tengo alla vita: alla mia, nostra e a quella degli uomini, ho persino un figlio maschio amatissimo che vorrei non entrasse mai in questa spirale di maschili virilismi.
Non c’è solo il problema maschile del fare la guerra e farla fare, c’è il problema del modello di pensiero maschile che è alla base della guerra. I maschi sono così abituati a considerarsi pensiero unico che non vedono in assoluto il pensiero dell’altro sesso come possibilità di confronto e relazione con la sua differenza in positivo con quello maschile. Sanno che c’è, ma preferiscono ignorarla, non confrontarsi e denigrarla. Anche molte donne privilegiano il modello di pensiero maschile al posto di quello femminile, un modello di cui comunque non abbiamo ancora piena coscienza persino noi donne. Il nostro non è ancora un vero pensiero laico, libero e indipendente dalla onnipotenza patriarcale: politica, religiosa e culturale. Non è centrato sulle specificità delle nostre differenti capacità, che sono molte a partire dal sapere da sempre dell’esistenza dell’altro e dell’altra.
Noi donne sappiamo che l’altra/o c’è, non ne abbiamo la paura che ne hanno gli uomini perché l’altro lo mettiamo al mondo col nostro corpo. È un sapere radicato in noi e forma il nostro modo di vivere e sentire e accade ogni volta che partoriamo, perché siamo fatte con questo potere. Con l’altra o l’altro ci relazioniamo per tutta la vita: il nostro corpo non dimentica chi ci ha messe al mondo e di poterlo fare anche noi. Ma ci hanno abituate a considerarlo così “naturale” da darlo per scontato, al punto da non farci intuire fino in fondo il suo giusto valore: tanto sappiamo farlo tutte! Infatti ogni nata o nato deve a una donna l’essere venuto al mondo e la cura per la vita che riceve, perché è questo che facciamo, se vogliamo che le nostre fatiche quotidiane non vadano disperse e risultino inutili. Ma questa universalità femminile non ci è perdonata e la si confonde con una naturalità meccanica. Non sappiamo proteggere la nostra potenza. Siamo perfino disponibili a diventare donatrici obbligate della vita a chicchessia, scambiando il dono della vita all’altro come un dono al padre e non a chi mettiamo al mondo.
Persino Papa Francesco ha riconosciuto, il primo gennaio 2020 nella sua omelia sul “Nato da donna”, la “rivoluzione della tenerezza” che Maria aveva compiuto accettando di far nascere col proprio grembo il figlio di Dio, nutrendolo con la sua carne «giorno dopo giorno, mese dopo mese». Nella storia dell’arte ufficiale Maria incinta, se togliamo la Madonna del parto di Piero della Francesca, non è mai stata rappresentata per il tabù maschile sul nostro corpo, ma Francesco ha interrotto questo pensare religioso e, insieme al grembo di carne di Maria, ha rivalutato quello di tutte noi che costruiamo il tempo dell’umanità ogni volta che partoriamo. E non è il tempo dell’orologio o della storia: è il tempo che noi permettiamo agli umani per continuare a esistere.
Come donne abbiamo il nostro modello di pensiero iscritto nel corpo, differente da quello maschile, sentiamo e guardiamo il mondo con altri occhi, abbiamo un altro modo di leggerlo, di interpretarlo, amare vivere e convivere. E anche se non è ancora bene a fuoco, il nostro corpo lo sa e ci conduce da solo verso questa sapienza. A volte facciamo confusione e ci pare valga meno di quello maschile, ci diamo addosso da sole convinte che sia così che ci si emancipa: copiando il maschile. Invece ci infiliamo in un cono d’ombra virilista e non illuminiamo quello che sappiamo fare per il mondo. Il valore dell’umanità è la vita e non la forza e l’aggressività e la vita la doniamo noi col nostro corpo. Gli uomini non vedono l’altra/o se non per usarlo, non sanno (o vogliono ignorarlo) che cosa voglia dire essere nato da donna (a parte la retorica della maternità, che rischia anch’essa di ingabbiare le donne in un cliché) e la loro cura del vivere prioritaria è quella della propria vita, sganciata dalla preziosità della vita degli altri/e da cui comunque dipendono sempre.
Il modello maschile non riguarda solo la guerra, è applicato a tutto quello che compiono quotidianamente e si vede benissimo nella gestione del potere individuale, personale, familiare e in quello politico-economico-culturale di organizzazione della società. Leggono solo i loro testi, si confrontano solo tra loro e le donne le pensano al traino. Alcuni nomi storici femminili non possono ignorarli, ma è un modo per dire che non ce n’è altre.
Il loro modello della forza è semplice, automatico, a fior di pelle, il più facile e immediato a cui ricorrere e lo usano per risolvere qualsiasi problema. Rubano, prevaricano, uccidono qualsiasi cosa gli viva accanto: persone, aria, acqua, piante, terra… fino alla guerra, se non riescono in modo meno cruento a ottenere quello che desiderano. I maggiori danni economici alla società li fanno gli uomini con un narcisismo onnipotente e violento. Non tutti gli uomini rispondono a questo modello, ma questo è quello che domina e moltissimi non se la sentono di uscire pubblicamente dal coro. Magari cercano un altro modello maschile che nasca dal maschile stesso, ma se al maschile manca nella realtà la sapienza del far nascere l’altro/a dal proprio grembo, ed è una mancanza fondante che non vogliono davvero considerare, senza il pensiero delle donne è difficile possano ripensarsi. L’altro loro dato fondante è che la loro “sapienza” sta nell’uso della forza fino alla guerra ed è contro questa che debbono lavorare.
Se non si liberano di questa ossessione della forza per risolvere le controversie che si creano tra loro, non ci libereremo mai dalla guerra e dalla morte prima del tempo, provocata da mani maschili. E se non si liberano dei propri tabù, non saremo mai libere anche noi donne dalle loro ossessioni, nessuno dei due sessi sarà libero, perché la cultura dominante sarà ancora e sempre quella patriarcale. È davvero un problema del sesso maschile la guerra e sono proprio convinta c’entri il fatto che al corpo degli uomini è preclusa la possibilità di mettere al mondo la vita: ignorano (perché fa loro comodo) cosa voglia dire e quanta attenzione, cura, attesa, problemi, fatiche, ansie, desideri, gioie e disponibilità voglia dire. La relazione con l’altra o l’altro nasce lì nel grembo, e continua per tutta la vita. Possono solo concepire con noi, ma non generare una vita dentro di sé, aspettando che il loro corpo faccia spazio a un altro nel proprio grembo e poi nasca. Questo nascondimento gli permette di uccidere con quella forza fisica innata, ma che non hanno imparato a dominare, e non è l’unica cosa che possono fare per riconoscere un valore al loro corpo. Magari potrebbero usarlo in maniera più intelligente, iniziando a discutere pubblicamente dal loro mitico delirio di onnipotenza e dall’invidia di non poter partorire, cercando di capire cosa voglia dire: relazione nella cura della vita (ciò che diversi gruppi maschili e plurali hanno iniziato a fare, ma sono ancora molto una nicchia). Non esiste solo il potere di uccidere, è prioritario vivere e noi, che diamo la vita partorendo e allattando oltre a molto altro, magari glielo possiamo insegnare se solo sapessero affidarsi a chi li ha messi al mondo. E meno dall’uccidere e dalla morte. La forza non è solo muscolare e oggi è impellente dirlo. Urlarlo.
In copertina: fonte https://www.collettiva.it/copertine/internazionale (particolare).
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Articolo di Clelia Mori

È stata insegnante d’arte, bibliotecaria, operatrice culturale, ispettrice archeologica onoraria. È Maestra d’Arte al Toschi di Parma. Ha fatto a lungo politica nella sinistra istituzionale. Ha cresciuto un figlio, oggi fotografo d’arte e scultore. Ora ha riunito le varie parti di sé, prima tenute divise: dipingere e fare politica, come donna e madre che cura e ama la vita, anche dipingendo.
