Mara Cinquepalmi è una bravissima giornalista, facente parte della rete GiULiA (GIornaliste Unite LIbere Autonome), che da sempre si occupa di giornalismo sportivo con un importante e attento sguardo di genere.
Spesso ci siamo confrontate e ho sempre trovato le sue riflessioni incisive e necessarie. Desideravo quindi leggere il suo libro, che ha pienamente corrisposto alle mie aspettative, e sento il desiderio di parlarne.
Il libro si intitola Tabù. Di donne, sport e informazione (prefazione di Riccardo Cucchi, edito da Augh Edizioni), ed è uscito a dicembre 2025, dunque poco prima delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026.
Mi sono chiesta perché non abbia scelto di posticiparne l’uscita a dopo le Olimpiadi. Leggendolo, credo di aver trovato la risposta: oltre a raccontare le tante medaglie vinte dalle atlete italiane, non avrebbe potuto aggiungere nulla di nuovo alla narrazione giornalistica stereotipata. Con la sua esperienza, aveva già previsto che non ci sarebbero stati grandi cambiamenti, come ho avuto modo di osservare anch’io nel mio editoriale del 21 febbraio scorso.
L’autrice parte dal linguaggio, ricordando che sono trascorsi ormai quarant’anni dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana per la scuola e l’editoria scolastica della linguista Alma Sabatini. Eppure, le cose non sono molto migliorate. È fondamentale partire dal linguaggio, perché lo sport è uno degli ambiti in cui il femminile fatica maggiormente ad affermarsi, e questo accade anche perché, in molti sport, fatica ancora ad affermarsi la stessa presenza femminile. Ancora di più nello sport più amato nel nostro Paese: il calcio.
Nel nuovo millennio si fa ancora più sforzo a dire arbitra, portiera o difensora che ministra o sindaca. E capita ancora di ascoltare telecronisti che, commentando una partita di calcio femminile, parlino di marcatura a uomo.
Cinquepalmi ricorda il ruolo importante svolto da Milena Bertolini, commissaria tecnica della Nazionale femminile nel 2019, quando prese posizione contro il direttore sportivo della Roma, Gianluca Petrachi, che aveva dichiarato: «Il calcio è un gioco maschio, non è per ballerine. Altrimenti ci mettiamo tutti le scarpine e andiamo a fare danza classica no? Questo è un gioco di maschi».
Le atlete subiscono di tutto: sono derise, sminuite, maternizzate, sessualizzate, stereotipizzate. L’autrice riporta titoli esemplari:
«Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico»; «Le italiane lo fanno meglio, una giornata storica»; «Mamme e mister, in panchina con il pancione»; «Sexy e grintose, sono mamme da copertina».
Cinquepalmi scrive: «Sfogliando i giornali, infatti, si parla e scrive delle atlete e delle donne di sport, in generale, privilegiando l’aspetto fisico e relegando in secondo piano le competenze tecniche, i sacrifici e l’impegno. Cosa che, invece, non accade per i loro colleghi. Soprattutto i giornali online ricorrono a fotogallery in cui si accostano titoli e immagini allusivi invitando il lettore a sbirciare dal buco della serratura». A nulla servono decaloghi, raccomandazioni, manifesti.
Racconta l’autrice: «In occasione delle Olimpiadi di Rio, The Guardian detta cinque regole “per parlare delle atlete olimpiche senza essere sessisti/e. Limitatevi a scrivere dello sport, e non di altro“ è l’invito del quotidiano inglese. Appello che, almeno a queste latitudini, è rimasto inascoltato.
Nel 2019, però, in quella stagione di riscoperta del calcio femminile, anche dal punto di vista mediatico, l’associazione GiULiA Giornaliste e Uisp, prendendo spunto dalla Carta europea dei diritti delle donne nello sport, mettono nero su bianco Media Donne Sport: idee guida per una diversa informazione, un manifesto con cinque regole di buon giornalismo per raccontare le atlete e le donne di sport senza ricorrere a stereotipi e cliché.
Alla vigilia delle Olimpiadi di Parigi 2024, il Comitato olimpico internazionale pubblica la terza edizione, la prima è del 2018, delle linee guida per contribuire a garantire una copertura mediatica paritaria, equa e inclusiva dei Giochi».
Nei capitoli successivi, Mara Cinquepalmi accompagna lettrici e lettori in un percorso che attraversa le molte dimensioni dello sport femminile e della sua rappresentazione mediatica: le critiche agli abiti di Serena Williams; la lunga battaglia delle tenniste per non essere costrette a indossare il bianco anche nei giorni del ciclo; il tabù della gestione mestruale che le nuove generazioni stanno provando a scardinare, come ha fatto Federica Pellegrini con la lectio magistralis La Donna e la Performance Sportiva: come il ciclo mestruale può influenzarne la prestazione.
Ci sono poi le storie di chi ha dovuto lottare persino per partecipare.
Ondina Valla, oro negli 80 metri ostacoli a Berlino 1936 e prima donna italiana a vincere un oro olimpico, non poté partecipare a Los Angeles 1932 perché sarebbe stata l’unica donna della squadra di atletica: dissero che avrebbe creato problemi su una nave piena di uomini.
Kathrine Switzer riuscì a correre la maratona di Boston nel 1967, allora riservata agli uomini, iscrivendosi con le iniziali. È diventata iconica l’immagine in cui viene strattonata e quasi espulsa dalla gara.

Maria Teresa De Filippis, prima donna in Formula 1 nel 1958, raccontava: «La mia vita si era tramutata, mio malgrado, in una non sempre divertente sfida agli uomini da battere, solo per spegnere quel sorrisino di sufficienza».
Sara Simeoni, che il 4 agosto 1978 saltò 2,01 metri stabilendo il record del mondo senza che nessuna telecamera la riprendesse, perché tutte impegnate sulle gare maschili. Il suo salto era stato ripreso solo dall’allenatore. E si dovette anche sentir dire: «Dovevi dircelo che facevi il record del mondo!». E anche Gisela Israel, dottoressa della squadra tedesca nelle coppe europee del 1973, è stata bersaglio di derisioni.
E poi il capitolo maternità: dalle madri degli atleti alle atlete madri. Nel 2000, dopo l’oro di Josefa Idem a Sydney, La Gazzetta dello Sport titolò: «È tenero l’oro di mamma Idem». Scrive Cinquepalmi che le atlete madri vengono avvolte in un’aura che oscilla tra devozione e retorica. Ma quando si parla di diritti, quella retorica svanisce.
Tabù è un libro ricco di informazioni, aneddoti, storie e battaglie.
Concludo con un avvertimento: se lo leggerete, come spero, preparatevi a incontrare dichiarazioni sconcertanti pronunciate da figure che sicuramente avete stimato. Da Pierre de Coubertin («Lo sport femminile è la cosa più antiestetica che gli occhi umani possano contemplare») a Pasolini («Che le donne giochino a pallone è uno sgradevole mimetismo, un po’ scimmiesco»), passando per molti altri.
Ed è forse proprio questo il merito maggiore del libro: costringerci a guardare in faccia un pregiudizio che non è affatto passato. Il sessismo nello sport non è un incidente, ma una struttura. E le strutture, se non vengono nominate, non crollano.
Tabù non parla solo di sport. Parla di potere. Parla di chi decide cosa merita visibilità e cosa no.
E, una volta chiuso il libro, diventa impossibile fingere che si tratti solo di qualche titolo infelice e non accorgersi di quanto lo sguardo sia stato educato a vedere le atlete in modo diverso dagli atleti.
In copertina: Maria Teresa De Filippis.

Mara Cinquepalmi,
Tabù. Di donne, sport e informazione,
Agugh!, 2025
pp.130
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Articolo di Donatella Caione

Editrice, ama dare visibilità alle bambine, educare alle emozioni e all’identità; far conoscere la storia delle donne del passato e/o di culture diverse; contrastare gli stereotipi di genere e abituare all’uso del linguaggio sessuato. Svolge laboratori di educazione alla lettura nelle scuole, librerie, biblioteche. Si occupa inoltre di tematiche legate alla salute delle donne e alla prevenzione della violenza di genere.
