Gerda Taro, lo sguardo sulla guerra di Spagna 

Scrivo questo articolo ascoltando un pezzo del gruppo britannico Alt-J dedicato alla manciata di secondi che precedette e seguì l’inconsapevole passo del fotografo Robert Capa su una mina.
Maggio 1954, Indocina lo scenario, Taro il titolo della canzone. Un brano struggente con una frase musicale alla chitarra che si ripete fino a trasformarsi e ad assomigliare al suono di un sitar, la voce maschile particolarmente espressiva alla quale si somma un coro nella parte conclusiva.
Si parla del fotografo Robert Capa, del suo corpo dilaniato, del suo abbandono della vita «quando tutti i colori diventano della scala del grigio», fino a giungere al buio totale, ma la protagonista è Gerda Taro alla quale con la morte si riunisce. «Do not spray into eyes/I have sprayed you into my eyes», recita il ritornello della canzone. I suoi occhi sono ancora colpiti e pieni di Gerda Taro nonostante siano trascorsi anni dalla sua morte, avvenuta in situazioni altrettanto tragiche. Gerda, che gli era entrata nella vita e nel cuore a Parigi negli anni Trenta, non ne è mai più uscita; ora che l’esplosione della mina dilania il corpo di Robert, ripete la canzone, vengono di nuovo a trovarsi a pochi passi l’uno dall’altra.

Fotografa, fotoreporter, appassionata testimone della Guerra civile spagnola, donna coraggiosa e anticonformista, controcorrente nell’animo e nella vita, schierata contro le ingiustizie e i soprusi, sempre dalla parte di chi subisce e dalla parte della libertà, Gerda Taro in realtà si chiamava Gerta Pohorylle, nata il primo agosto del 1910 a Stoccarda in una famiglia ebrea di origine polacca.  

Gerda Taro

Presto, dato il periodo, la sua condizione di giovane ebrea diventò un pericolo per la sua incolumità; non volle però sottrarsi all’impegno, anzi cominciò a frequentare associazioni giovanili di sinistra che si opponevano al Nazismo in ascesa. Fu arrestata per attività sovversiva e propaganda antinazista il 19 marzo del 1933, condotta in carcere, interrogata e minacciata. Furono settimane di grande paura che Gerta, secondo le testimonianze raccolte, affrontò con coraggio, determinazione e apparente serenità. La sua vita, sempre sotto il controllo della polizia anche dopo la scarcerazione, era destinata a cambiare radicalmente. Come molte e molti giovani decise di lasciare la Germania, di sfuggire alla minaccia nazista e di provare a costruire il proprio futuro da un’altra parte in Europa. 

Scelse Parigi e vi arrivò nel tardo autunno dello stesso anno. Aveva solo ventitré anni, la sua vita era interamente da costruire e Gerta dimostrò subito di avere tutta l’intenzione di farlo a modo suo. Non fu un periodo facile: lavori saltuari, spesso pagati in nero, molta fame, poche sicurezze che però non la demoralizzarono, perché vide subito le opportunità della capitale francese. Entrò nel mondo della fotografia dopo l’incontro con Endre Friedmann, un giovane fotografo free-lance ungherese dalle grandi speranze, ma dai pochi “quattrini” come lei. Era il settembre del ’34 e presto dalla reciproca simpatia nacque un legame profondo fatto di amore, interessi comuni e voglia di affermazione. Gerta imparò da Endre a usare la Leika, strumento fotografico leggero e agile, e la tecnica di stampa in laboratorio. Endre, a sua volta, si fece guidare nella messa a punto di un piano strategico sistematico per la propria carriera. Fu Gerta infatti a trasformare Endre Friedmann in Robert Capa, destinato a diventare uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi.

Fece circolare negli ambienti delle agenzie fotografiche e delle riviste la notizia — del tutto inventata — della presenza nella capitale francese di un celebre fotoreporter statunitense di nome Robert Capa: mai visto e incontrato, ma nessuno voleva lasciarselo sfuggire. Con questo stratagemma Gerta riuscì a incuriosire le redazioni di giornali e riviste e a vendere a prezzi più favorevoli le fotografie di Endre Friedmann. Poco tempo dopo compì la stessa campagna promozionale su sé stessa e, facendo “scomparire” Gerta Pohorylle, diede vita a Gerda Taro. Come scrisse Endre nel 1935, spesso era lei ad andare in giro con la macchina fotografica mentre lui, in laboratorio, si dedicava alla stampa e agli ingrandimenti; inoltre, gli faceva da agente fotografica e manager. 

Il primo tesserino da giornalista Gerda lo ottenne il 4 febbraio 1936 diventando ufficialmente reporter, scrivendo brevi articoli e le didascalie che accompagnavano le fotografie. Ma il passaggio al professionismo si ebbe qualche mese dopo, nell’estate, quando chiuse per sempre il suo lavoro di agente fotografica e passò a lavorare unicamente dietro l’obiettivo. Ma di questo periodo della carriera di Taro non tutto è chiaro e definito. In molti casi le redazioni pubblicavano le immagini senza indicare nelle didascalie il nome di chi aveva scattato; in altri Gerda utilizzò il copyright di Capa, forse immaginando (o forse sapendo) che una foto a firma maschile avrebbe avuto più possibilità di essere pubblicata. Nonostante non ci fossero divieti o restrizioni, risultava sempre difficile per una donna vendere le proprie fotografie, imporsi come professionista del settore — un percorso sicuramente più faticoso e in salita rispetto a quello dei colleghi maschi. Gerda Taro e Rober Capa vivevano, lavoravano, fotografavano insieme, il sodalizio cresceva solido ma, contemporaneamente, cominciò a formarsi anche il cono d’ombra che avrebbe nascosto a lungo e ingiustamente Gerda. Almeno fino agli anni Novanta del XX secolo, quando a Mexico City venne ritrovata la cosiddetta “valigia messicana” con più di 4000 negativi scattati in Spagna da Taro, Capa e dal fotografo David Seymur. Capa, preoccupato che quel materiale potesse cadere nelle mani dei fascisti e dei nazisti, nel 1939 l’aveva affidata a un amico poiché la conservasse. A lungo dimenticata, la valigia ha permesso non solo di recuperare numerose immagini sulle vicende della guerra in Spagna, ma ha consentito di attribuire a Robert e a Gerda, questa volta in modo corretto e senza più occultamenti, le fotografie realizzate, permettendo così l’avvio di studi più sistematici e rigorosi sul lavoro di fotografa e reporter svolto da Taro.

Lo sguardo di Gerda attraverso l’obiettivo della macchina fotografica non risultò mai né imparziale né distante. Fotografando i cortei politici e le assemblee nella realtà parigina in subbuglio, dimostrava di condividere le idee e le sollecitazioni dei gruppi e dei movimenti che chiedevano cambi di rotta nelle politiche contemporanee. Come suggerisce Irme Schaber nella biografia Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola (DeriveApprodi, 2007), Taro si considerava parte della realtà antifascista europea e con le immagini scattate intendeva dare testimonianza delle sue stesse convinzioni. Lo fece soprattutto quando partì per la Spagna dopo il golpe militare del 18 luglio 1936.  

Milizie repubblicane, foto di Gerda Taro

Gerda, insieme a Robert, giunse a Barcellona il 5 agosto con in mano la sua Rolleiflex. Lei aveva 26 anni, lui 23. Come esuli antifascisti si sentivano particolarmente vicini a quanto stava accadendo e comprendevano entrambi che le immagini fotografiche potevano andare oltre la semplice documentazione e diventare un potente strumento col quale ottenere solidarietà per la Repubblica spagnola: «I confini tra fare storia e fotografare la storia non erano più tanto definiti», con le foto si poteva «informare, spiegare e convincere, […] smuovere e fare pressione sui governi delle democrazie occidentali […], servivano come prove, fatti e argomentazioni, dovevano essere chiare e autentiche. […] Le fotografie diventavano la rappresentazione in immagini delle loro opinioni e convinzioni sulla realtà spagnola […], documenti “sinceri” e convincenti». 

Un linguaggio efficace e soprattutto comprensibile da chiunque. Dopo Barcellona, a metà agosto, arrivarono sul fronte d’Aragona e si spostarono verso quello di Saragozza, poi a Madrid e ancora più verso sud. 

In una corrispondenza dal titolo Panegirico su una coppia di giornalisti francesi, apparsa sul giornale madrileno La Voz l’8 settembre 1936, il reporter Clemente Cimorra raccontò l’incontro con Gerda e Robert: «[…] due giovani, quasi dei bambini, un uomo e una donna, attirarono la mia attenzione. Disarmati, con nient’altro in mano se non una cinepresa, senza il minimo timore, osservavano i movimenti di un aereo che stava precipitando sopra le loro teste. Li chiamai, e in mezzo al rumore della battaglia ci presentammo: Robert Capa di Vu e Gerta Pohorylle di Regards». Il contatto diretto con la guerra cominciava a mostrare il volto più duro e Cimorra annotò: «Camminano al mio fianco a viso aperto in uno dei peggiori posti di combattimento e si fanno coraggio l’uno con l’altra gridando “Avanti!”. L’ideale sarebbe per loro riuscire a fotografare le canne del fucile del nemico mentre esplodono. È questo il coraggio innocente della gioventù generosa che cerca l’autenticità».

Gerda condivideva la necessità di abbandonare i punti di osservazione distanti e sicuri per l’incolumità: la vicinanza col soggetto da riprodurre corrispondeva al desiderio di essere parte in causa, di partecipare, di essere non “imparziale”, bensì solidale. Partigiana in mezzo ad altre partigiane e altri partigiani. 

Alla fine di settembre la prima esperienza di Gerda in Spagna si concluse. Dopo quasi due mesi e centinaia di chilometri percorsi per documentare la realtà spagnola, il rientro a Parigi. Alcune sue immagini furono pubblicate sulle riviste francesi Regards e Vu, sulla britannica Illustrated London News, addirittura su pubblicazioni tedesche e furono utilizzate dalla propaganda della Repubblica di Spagna. Non si trattava solo di immagini sulle attività militari in prima linea, erano anche documenti sulla vita e le attività lavorative della popolazione, sui bambini e le bambine, spesso orfani e orfane di guerra che vivevano quei tempi indicibili, sulle giornate nelle retrovie, sui momenti di riposo, sulle macerie e le devastazioni dei bombardamenti.

Per scelta non cercava folle di individui, si sforzava invece di mettere a fuoco la persona, di superare l’anonimato del gruppo con l’individuazione di un volto, di un ritratto. Anche con i cadaveri, che erano numerosissimi. 

Vittime di un raid aereo all’obitorio, foto di Gerda Taro, Valencia, maggio 1937

Gerda fermò nello scatto pure figure di miliziane alle prese coi fucili, con l’addestramento, accanto ai compagni di lotta. Questa mancanza di differenze di ruoli, che fece molto scandalo perché proponeva un’immagine femminile inedita e non stereotipata, coincideva con la visione libera che Gerda aveva delle donne: coraggiose e forti, spesso sorridenti e con lo sguardo diretto, e le miliziane spagnole le corrispondevano pienamente.

Erano pioniere di un nuovo modo di essere e di sentire, proprio come lei. Osservando le fotografie di Taro, l’orizzonte dell’immagine risulta spesso molto basso, mentre il contrasto del bianco e del nero restituisce l’intensità della luce del Meridione grazie alla sovraesposizione del cielo; le figure sono colte in modo ravvicinato, dal basso o dall’alto con angolature mai scontate e con una grande attenzione per la ricerca estetica.

L’immagine della Miliziana in addestramento sulla spiaggia mostra una cura particolare per ogni dettaglio. L’obiettivo vicino e basso permette alla figura di dominare la scena, stagliandosi sull’ampia fascia del cielo. La posizione inginocchiata della donna rivela l’attenzione per l’armonia e la corrispondenza delle linee formate da gambe e da braccia in posizione di tiro, la pistola puntata contrasta col dettaglio delle scarpe dal tacco ben visibile. Un’immagine iconica, al pari del Miliziano colpito a morte di Robert Capa. 

Miliziana repubblicana in addestramento, foto di Gerda Taro, Barcellona, 1936

Nel primo semestre del 1937 proseguirono i viaggi di lavoro in Spagna, a volte da sola, a volte insieme a Robert. Il 25 febbraio Gerda ottenne l’autorizzazione come fotografa presso la segreteria della propaganda della Giunta per la difesa risultando impegnata per il quotidiano nazionale francese Ce Soir, appena fondato da Louis Aragon. In quei mesi fu a Madrid, dove frequentò molti fotoreporter, giornalisti/e, scrittrici e scrittori arrivati da tutto il mondo. Si recò a Valencia, dove documentò il secondo Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura; a Malaga, in Catalogna, al sud, quanto più vicino alle prime linee, inviando fotografie a diverse riviste questa volta indicando chiaramente col timbro rosso “Photo Tato”, l’origine e la provenienza.  

Infine ci fu l’inferno di Brunete, nella seconda metà di luglio, per l’esattezza il 25. Taro doveva far ritorno a Parigi il giorno seguente per consegnare gli scatti sulla guerra, ma quel fronte così critico e difficile per le forze repubblicane la richiamava per un’ultima immagine, per un’ultima testimonianza. Ignorando gli avvisi e gli ordini di allontanarsi dalla linea di fuoco, Gerda cercò di documentare i colpi delle mitragliatrici, lo scoppio delle bombe. La tragedia si svolse in pochi minuti. Un carro armato sfiorò la macchina sulla quale, aggrappata a un lato, si trovava Taro. Venne sbalzata dal predellino e i cingoli del carro armato le passarono sul basso ventre. Fu portata nell’ospedale inglese della 35° divisione, mentre con le mani e con tutte le forze che le rimanevano cercava di schiacciare ciò che restava dell’addome per non far uscire le viscere. Senza un lamento dicono i testimoni.  

Gerda Taro ferita nell’ospedale a El Escorial, 25 luglio, 1937

L’infermiera e i dottori che la accolsero videro subito la gravità della situazione e, molto probabilmente, le somministrarono grandi quantità di morfina per alleviare le sofferenze. Quando Gerda tornò in sé sembra abbia chiesto: «Avete messo al sicuro le mie macchine fotografiche? Sono nuove». Quando la mattina seguente Rafael Alberti e la scrittrice spagnola Maria Teresa Leon, avvisati della tragedia, arrivarono in ospedale Gerda era già spirata. Mancavano le bare e Maria Teresa Leon raccontò che «portarono un autocarro che trasportava cassette e mettemmo Gerda Taro tra il carico». Il giornale francese Ce Soir si incaricò infine di trasferire la bara in Francia perché fosse sepolta a Parigi, la città che pochi anni prima la giovane e brillante Gerta Pohorylle aveva scelto per costruire la sua vita.  

Tomba di Gerda Taro, Parigi, Cimitero di Père-Lachaise, foto di Marinella Mundula, 2025

Ancora pochi giorni e avrebbe compiuto 27 anni.  

Qui il link alle traduzioni in francese, spagnolo e inglese.

***

Articolo di Barbara Belotti

Belotti.400x400.jpg

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

Lascia un commento